August 22

Il Nostro Cancro ai Polmoni – Our Lung Cancer

(English version below)

Fotografia di Matt Zimmerman .

Nella tragedia, sono perlomeno felice di vedere che molti miei contatti siano genuinamente preoccupati dei terribili incendi in Siberia e in Amazzonia. Abbiamo ha un cancro aggressivo ai polmoni, amici miei. Però, ci sono due “però”:

1 – Ci piace pensare che i media, le case discografiche, le case editrici e via dicendo vogliano istupidirci. Potrebbe essere vero, però quel che vogliono maggiormente è fare soldi, ergo: semplicemente non credono che alla gente interessino abbastanza gli incendi, o che questi siano titoli adatti a vendere. Forse, e dico forse, sarebbe il caso di rivolgere noi per primi l’attenzione anche a tematiche che non riguardino questo o l’altro stronzo in politica.

2 – Bello indignarsi, però bisogna fare qualcosa. Sì, dovrebbe pensarci la politica, ma se vedo un bambino che sta affogando e il bagnino se ne frega, provo a chiedergli aiuto ma lui a stento alza gli occhi dal cellulare per darmi dell’esagerata, prima faccio quello che posso per salvare il bambino; il culo al bagnino lo faccio più tardi.
Cosa possiamo fare?

Possiamo utilizzare http://ecosia.org .
Un semplice motore di ricerca, come Google o Yahoo, ma utilizza i profitti per piantare alberi.

Possiamo donare ad Amazon Watch. 
https://amazonwatch.org/donate
Lo so, non sono ricca nemmeno io, ma siamo onesti: se abbiamo un tetto sopra la testa, cibo in tavola e una connessione a internet, probabilmente abbiamo anche un euro o due da donare per una causa di letteralmente vitale importanza. Ci sono cifre suggerite, ma si può anche decidere da sé. Sul serio: doniamo anche solo un euro, ma facciamolo davvero. Non è beneficenza, né carità: si tratta di curare il nostro cancro ai polmoni.

English

Picture by Matt Zimmerman.

Despite the tragedy, I must say that I’m very glad to see that some of my contacts are genuinely concerned about the terrible fires in Siberia and in the Amazon Rainforest. We are affected by an extremely aggressive lung cancer, friends of mine. But, I’m gonna say “but” twice:

1- We like to think that the social media, the record labels and the publishing houses want to make us dumb. That might be true, but what they want the most is to make money, therefore: they simply don’t believe that people are interested enough, or that those would be good titles in order to sell. Maybe, just maybe, we should start paying attention also to other topics than asshole politicians.

2- Yes, it’s good to be angry, but we need to do something. Yes, politics should do something about it, but if I saw a child drowning, the lifeguard didn’t care, I tried to get him to help the child, but he barely raised his eyes from the phone saying that I shouldn’t overreact, I’d first do whatever I could to save the child, and only later I’d take care of kicking the lifeguard’s ass.

So, what can we do?

We can start using http://ecosia.org .
It’s a research engine, just like Google or Yahoo, but they use their profits to plant trees.

We can donate to Amazon Watch: https://amazonwatch.org/donate .
Yes, I know, I’m not rich as well, but let’s be honest: if we have a home, food on the table and an internet connection, we are very likely in the position to donate one or two euros for what is literally a matter of life and death. They suggest some numbers, but it’s possible to just decide how much to give. Seriously: let’s donate even just a single euro, but let’s do it for real. It’s not charity: it’s about curing our own lung cancer.

June 25

Tutto ciò che Michael è stato – What Michael was to me



Picture by Daniele Dalledonne

(English version below)
Questo è un tasto che in pubblico tendo a toccare raramente, semplicemente perché penso che in pochi possano capire. Il nostro mondo quotidiano è troppo suddiviso fra i “qualcuno” e i “nessuno”, fra famosi e non, troppo gretto e schiavo della praticità perché si possa comprendere l’amore per una persona mai incontrata, se non archiviandolo sotto il nome di fanatismo.
Per me, Michael non è stato solo il poster appeso in camera, tantomeno è stato esclusivamente fonte di ispirazione artistica. Michael mi ha insegnato che la guerra è una truffa su scala globale, mi ha insegnato – purtroppo arrivando a rimetterci la pelle – come i giornali mettano in luce solo i dettagli utili alla vendita, servendo il dio denaro e fregandosene della verità. Mi ha insegnato che se sei “strano” agli occhi della massa sei già colpevole, e che non importa quanto il tuo sguardo sia onesto, i più si fermeranno a domandarsi quanti interventi di chirurgia plastica tu abbia subito. Mi ha insegnato che, nonostante la generosità possa avere un prezzo altissimo, è giusto e doveroso fare ciò che si può per guarire il mondo. Attraverso la sua solitudine, mi ha insegnato che l’isteria di chi dice di amarti può diventare la più scomoda delle gabbie. Mi ha insegnato che si può essere feriti senza smettere di contenere, nel proprio sorriso, tutta la luce del mondo.
Lui era il contrario del filo dell’aquilone: il mondo cercava di trascinarmi a terra, fra bullismo, cattiveria, superficialità e ignoranza, ma lui mi faceva volare alto.
Il diario dei miei quattordici anni era una serie di lettere d’amore rivolte a lui, scritte con una penna argentata.
A chi ancora in qualche modo riesca a nutrire dubbi sul suo conto, consiglio semplicemente di ascoltare i racconti dei suoi figli e dei suoi nipoti. Certo, non soddisfano la voglia di inquisizione, ma sono un toccasana per quella di verità.

(English)

This is a topic I tend to talk very little about in public, simply because I believe that only a very few people can actually understand. Our daily life is too strongly divided between the “somebodies” and the “nobodies”, between famous and common people, too crass and slave to convenience in order to understand love towards someone never met, if not by labelling it as fanaticism.
To me, Michael was not only the poster hangin on a wall, neither just a source of artistic inspiration. Michael taught me that war is fraud on a global scale, and he also taught me – paying with his life – that newspapers only focus on the details that will make them sell, serving the almighty dollar and not caring at all about the truth. He taught me that, if you’re “weird”, in the eyes of the mass you’re already guilty, and that regardless how honest your eyes might be, most people will just wonder how many times did you have plastic surgery. He taught me that, regardless how high the price of generosity might be, it’s right and it’s our duty to do everything possible in order to heal the world. Through his solitude, he taught me that the hysteria of those who say that they love you can become the most uncomfortable cage. He taught me that you might be hurt, but that doesn’t mean that your smile will stop being the reflection of all the light in the world.
He was just the opposite of a kite string: the world tried to bring me down, with bullies, meanness, shallowness and ignorance, but he made me fly.
When I was fourteen years old, my diary was a series of love letters for him, written with silver ink.
And for those who still have doubts about him: I highly suggest listening to what his children and his nephews have to say. It won’t soothe the thirst for inquisition, but it will definitely soothe the one for truth.

June 10

Indiana Croft II

(English version below)

Fra i buon propositi per questo scavo c’era quello di scrivere un post al giorno.
Certo, come no?
Non avevo idea di quanto uno scavo archeologico possa assorbire completamente persino una semplice studentessa come me!
Si scava, si scava, si scava, si setaccia e si setaccia ancora, si trova, si imbusta con le dovute informazioni, si ricomincia da capo. Si torna alla base lerci e la doccia non basta; terra nel naso, sotto le unghie, nelle orecchie, probabilmente anche nell’anima, ma una crema esfoliante per l’anima ancora nessuno l’ha inventata. Una volta più o meno ripuliti, ci si ritrova a parlare ancora di un’archeologia. La versione nobile e culturale della febbre dell’oro.
La scorsa settimana, qui a Pirkkala, è volata via fra centinaia di frammenti di ossa animali ritrovati. Nella foto, tengo in mano una perlina di vetro dipinta, da me dissotterrata, risalente probabilmente alla tarda età del ferro.

Un paio di giorni dopo io ed una mia collega abbiamo trovato un cucchiaio d’avorio, lei la “testa”, io il manico.
Pian piano cominciamo a scoprire grosse pietre e legno; si tratta forse di un qualche tipo di struttura?

(English)

Among my good intentions for this excavation, I was hoping to write a post a day.
Yeah, sure!
I had absolutely no idea that an excavation could keep so incredibly busy even a simple student such as myself!
You dig, dig and dig more, you sift and sift again, put everything in bags with the needed information, then start it all over again.
You return to the base covered in dirt and a shower is not enough; earth in your nose, ears and probably even in your soul, but so far no scrub creams have been invented for our spirits. After getting more or less clean, you keep on talking about archeology. A noble and cultured version of the gold rush.
Last week, here in Pirkkala, a week flew among hundreds of fragment of bones found. In the picture I’m holding a painted glass bead I dug out, probably from the late Iron Age.

A couple of days later, one of my mates and me found a spoon made out of bones, she found the “head”, while I found the handle.
We’re slowly starting to uncover big stones and wood; is it some sort of structure?

June 3

Indiana Croft – I

(English version below)

Pirkkala, Finlandia.

Come qualcuno di voi già sa, lo scorso settembre mi sono finalmente data all’archeologia: quella magnifica scienza al crocevia delle scienze (e delle correnti del sapere).
Geologia, medicina, biologia, botanica, zoologia, storia, numismatica, lingue, tecnologia: tutto ne fa parte e tutto la sostiene. L’archeologia tocca ogni aspetto della vita umana, ma non solo: non ha bisogno di civiltà, né di vita, bastano i minerali, le stratificazioni del terreno.
La passione mi ha travolta al punto che ho concluso il primo anno di studi in sei mesi, pur portando avanti i miei progetti artistici (e svolgendo a tempo pieno un lavoro molto meno interessante per pagare le bollette).
Dopo tanta – interessantissima – teoria, finalmente oggi ho vissuto il mio primo giorno di scavi.
Non mi sono trasformata in Angelina Jolie, mio malgrado.
Procediamo però con ordine.
Io sono particolare. Per citare i Baustelle: “Vivo così, fra il sociale e il vuoto”; che nel mio caso significa: salgo sul palco con minigonne e scollature vertiginose; alle feste ballo sui tavoli da sobria; però non mi parlate di stanze in comune, o peggio che mai docce comuni. Per me la solitudine è sacra. Né alle medie, né al liceo ho mai voluto partecipare a gite che durassero più di un giorno, perché la sera ho bisogno di tornare al mio silenzioso nido. Considerando ciò, l’idea di dover passare due settimane – escludendo solo i weekend – dividendo la stanza con molte altre ragazze praticamente sconosciute, e di dovermi fare la doccia nella palestra di una scuola, mi pareva in tutta onestà un incubo. Inoltre ero preparata a non essere compresa, dal momento che i Finlandesi hanno la cultura della sauna e dunque un rapporto molto diverso con la nudità rispetto a quello di molti Italiani.
In realtà non solo ho trovato un gruppo fantastico (amichevole e pronto ad aiutare, ciononostante discreto), ma anche disposto ad adattarsi; anzi, le ragazze hanno pensato che fosse una buona idea fare a turno, in modo da poter avere ognuna i propri spazi e almeno un momento per sé in tutta la giornata. I miei timori sociali solo svaniti difronte alla semplicità dei fatti.
Qui a Pirkkala (nei pressi di Tampere) comunque, le sorprese non mancano.
Prima di tutto – ce lo avevano anticipato, ma viverlo è un’altra cosa – l’archeologia è un lavoro molto fisico. Dimenticate i pennelli, o meglio, riservateli per molto dopo, perché l’archeologo comincia, più che dal paleolitico, dalla pala! Le secchiate di terra, prese da zone designate con precisione al metro, vengono poi passate al setaccio.
Oggi, durante la prima giornata, analizzando lo strato più superficiale del terreno, oltre ai consueti frammenti di vetro – difficili o spesso impossibili da datare immediatamente ad occhio – abbiamo trovato dei denti; come il professor Wesa ci ha spiegato, in questa zona non è affatto raro che ne vengano rinvenuti di umani. Come in quasi ogni scavo abbiamo poi trovato molti frammenti di ossa animali, più alcuni pezzi di ceramica. Tutto viene imbustato riportando il luogo del ritrovamento; la precisione dei dati dipende dalla rilevanza del reperto.
Un’intera giornata passata a scavare e setacciare certamente stanca, ma lascia addosso un’incredibile soddisfazione, soprattutto quando si ha la fortuna di finire in un gruppo come questo!
Nella foto: Maria, Jenni, io e dietro di noi il professor Wesa, che fa del photobombing nello stile più classico.


English

As some of you already know, last year, in September, I finally started studying archaeology: that amazing science at the crossroad between sciences and different fields of knowledge. Geology, medicine, biology, botanics, zoology, history, numismatics, languages, technology: everything is part of it, and everything supports it.
Archaeology reaches every aspect of human life, but not only: it doesn’t require civilization, neither life, minerals and stratifications are enough.
I got so much into it, that I completed one year of studies in six months, even though meanwhile I kept on taking care of my artistic projects (and I was working full time, doing a way less interesting job, just in order to pay the bills).
After plenty of (very interesting) theory, today I finally lived my first day ever at an excavation site.
Unfortunately I did not turn into Angelina Jolie. Too bad.
But let’s start from the beginning.
I am a peculiar person. Quoting Baustelle: “I live this way, between and emptiness”; meaning, in my case: I get on stage wearing super revealing outfits; at parties, I can dance on tables being perfectly sober; but don’t even try talking to me about sharing rooms or showers. Solitude is sacred to me.
During junior high and high school, I never wanted to take part to any school trip that would have lasted over a day, because in the evening I need to go back to my quiet nest. Considering all this, the idea of spending two weeks – with the weekends as only exception – sharing the room with many other girls, having met them only a few times before, together with the idea of having shower in the gym of a school, honestly looked like a nightmare. Nevertheless, I was ready to be not understood, since sauna is an important part of the Finnish culture, and therefore most Finns have a different view of nudity compared to most Italians.
Actually, not only I happened to meet an amazing team (friendly and ready to help, but still discreet), but they are even very flexible; the girls thought that taking shifts would be a good idea for everyone, so that each of us could have space, and at least a moment on her own during the whole day. My social fears disappeared in front of how easy the reality is.
Here in Pirkkala (very close to Tampere) we don’t anyway get bored.
First of all – we had already been told so, but living it is a totally different story – archaeology is a very physical work. Forget about brushes, or at least leave them aside for much later, because archaeology starts with a shovel!
Buckets full of earth, taken by marked places in the site, get sifted.
Today, the first day at the excavation, we analyzed the most superficial layer and, besides the usual glass fragments – hard or often impossible to date immediately, just by looking at them – we found some teeth; like our teacher Wesa told us, in this site it’s not rare to find human teeth. Like in almost any excavation, we found fragments from animal bones and from ceramics. Every finding is put in a bag, writing down the place were it was found; the most relevant is the finding, the most exact the information needs to be.
A whole day spent digging and sifting is certainly tiring, but it leaves with an unbelievable feeling of fulfillment, especially if you’re lucky enough to end up in a group like this!
In the picture: Maria, Jenni, me and behind us our teacher Wesa, photobombing in the most classic style!

May 19

Vegani che Muoiono di Fame (Ma anche No) – Vegans Starving (Or Maybe Not)

(English version below)
Le mie prime due settimane da vegana sono volate con inaspettata facilità, fra voglia di sperimentare e miti sfatati.
Una delle leggende urbane più diffuse è quella secondo cui i vegani debbano necessariamente mangiare “cibi esotici” quali mango, soia e tofu, cose che gradivo anche quando ancora ero onnivora, ma di cui non sento particolarmente la necessità di abusare.
Di fatto, spesso e volentieri, si mangia vegano senza neppure accorgersene.
Vi vedo storcere il naso.
Ma come? Non avete mai mangiato pasta al pomodoro? Una pizza rossa? Spaghetti aglio olio e peperoncino? Pasta e fagioli (resa tanto famosa da Dean Martin)? Riso e lenticchie?

Semplicemente i vegani e la dieta vegana non sono necessariamente tanto strani quanto i meme di internet li vorrebbero.
Cambiare modo di mangiare porta poi a voler sperimentare; cosa particolarmente carina per me che invece col cibo ho sempre avuto la tendenza ad essere abitudinaria. Gli esperimenti non devono essere per forza complessi. Ad esempio l’altro giorno ho saltato in padella peperoni e melanzane con del basilico fresco per condire i fusilli. Sto scoprendo attraverso queste piccole cose che, forse, essere troppo abitudinaria, non fa più per me.

Speravo che diventare vegana potesse aiutarmi a darmi una calmata con la mia unica vera dipendenza fatta eccezione per musica e libri: i dolci. Purtroppo o per fortuna le cose non stanno affatto così. L’Espresso House offre frappini con crema di latte d’avena e la cioccolata vegana è di una bontà vergognosa; spesso la faccio a pezzettini e la gusto con della frutta secca, annaffiata da latte d’avena, di cocco o di mandorla. Niente male per una mangia-erba, eh?

English

My first two weeks as a vegan went by quickly and surprisingly easily, between some experiments and some myths proved to be wrong.
One of the most common urban legends says that vegans must eat “exotic food” such as mango, tofu or soy, but even though I’ve always liked them, I don’t particularly feel the need to abuse these ingredients.
As a matter of fact, quite often we eat vegan without even realising it.
I see you’re not convinced.
What? Have you never had pasta with tomato sauce? Or a pizza rossa?
Spaghetti aglio olio e peperoncino? Pasta with beans (the famous “pasta e fasul” mentioned by Dean Martin)? Rice with lentils?

Simply the vegans and the vegan diet might happen to be not as weird as the memes portray them.
Changing your diet can bring along the will to experiment, which is particularly nice in my case, since I’ve always had a tendency to eat the same kinds of food over and over. The experiments don’t need to be too complicated. For example, just the other day I put some pepper and eggplant in a frying pan, with a bit of fresh basil and extra virgin olive oil, so that I could later add them to my fusilli. I’m finding out, through these little things, that maybe going on over and over with the same habits is no longer the thing for me.

I hoped that becoming vegan might have helped to set me free from my only addiction other than music and books: sweets. Luckily or unfortunately it wasn’t so. Espresso House offers a frappino topped by oat cream and vegan chocolate is shamefully great; I quite often cut it into pieces and have it with dried fruit and oat, almond or coconut milk.
Not bad for a grass-eater, uh?

May 7

Avventura Vegana – A Vegan Adventure

(English version below)


Circa otto anni fa, il treno fischiò per la prima volta.
Mio padre aveva subito un intervento chirurgico da niente, che però lo costrinse a letto per qualche giorno, ed io volai in Sardegna per dargli una mano.
Un giorno mi chiese di preparargli del brodo di pollo, e per la prima volta in vita mia presi in mano un pollo intero, crudo. In quel momento fui colta dall’assoluta consapevolezza del fatto che quella bestiola, qualche giorno prima, zampettava allegramente da qualche parte, beccando mangime, e che adesso invece era lì, spellato, in una vaschetta di plastica, per finire sulla nostra tavola. Dovetti finalmente guardare in faccia la realtà: se le persone intorno a me non avessero considerato normale il fatto di mangiare carne, potendo scegliere un’infinità di alternative, non mi sarebbe mai venuto in mente di uccidere un animale per mangiarlo. Certo, sarei stata disposta a farlo per sopravvivenza, ma non per golosità.
In fin dei conti crescere è anche questo: rendersi conto della propria identità e dei propri valori al di là di ciò che chi ci sta intorno consideri normale.
Avrei voluto fare le cose in maniera graduale, ma la mia coscienza non me lo permise; nel giro di pochi giorni, a fatica, consumai quel che c’era in casa, poi smisi per sempre di mangiare carne e pesce.
Qualche giorno fa, il treno ha fischiato di nuovo.
Chiacchierando, Elisa (un’amica vegana), mi ha raccontato di con quale frequenza i vitelli e le mucche da latte vengano mandati al macello, e di come i pulcini maschi vengano ammazzati in massa. Anni fa avevo letto qualcosa riguardo ai pulcini tritati vivi, ma sembrava un racconto dell’orrore, avevo quasi preso per scontato che accadesse solo in alcuni allevamenti, invece è la regola. Non so perché fino a questo punto io sia stata tanto ingenua o superficiale, anche molti onnivori detestano i metodi degli allevamenti intensivi; sta di fatto che il treno ha fischiato, e ancora una volta razionalmente avrei optato per un cambiamento graduale, ma la mia coscienza non ne ha voluto sapere. Nel giro di un paio di giorni ho consumato il formaggio rimasto in frigo, dopo di che ho eliminato tutti gli alimenti di origine animale dalla mia dieta.
È fatta! Appartengo ufficialmente ad una delle categorie più odiate del web: sono vegana.
Non contenta, ho deciso di usare il mio blog per condividere l’inizio di questa avventura con tutti i curiosi, di parlare dei modi e dei motivi, senza alcun complesso di superiorità, con la consapevolezza che probabilmente nel mio armadietto dei medicinali ci sia qualcosa di testato sugli animali e che la frutta comprata potrebbe essere stata raccolta da un lavoratore sottopagato. Non ho mai ambito alla santità, ma penso sia lecito cercare di fare il minor danno possibile, o addirittura cercare di lasciare il mondo un po’ meno peggio di come l’abbiamo trovato al nostro arrivo.
Troppo?
Che importa? Tanto sono femminista e vegana; verrò accusata di essere una rompipalle a prescindere.

English

About eight years ago, the train whistled for the first time.
My father had to go through surgery. Nothing bad, but still he was forced to bed for a few days, therefore I flew to Sardinia in order to help him.
One day he asked me to cook chicken soup for him and, for the first time in my life, I held in my hands the entire body of an uncooked chicken. In that moment, suddenly, I became aware of the fact that – just a few days earlier – that chicken was somewhere, jumping around, eating its food, while now it was there, dead and skinned, and it had to end up wrapped in plastic, so that it could finally be on our table. I finally had to face the reality: if people around me didn’t consider normal to eat meat, having so many options, I would have never thought of killing an animal in order to eat it. Of course, I would have done it in order to survive, but definitely not out of greed.
At the end of the day growing up means even this: to understand who we are and which our values are, beyond what people around us consider normal.
I would have liked to proceed step by step, but my conscience did not allow me to. In a few days, struggling, I ate what was left, then I gave up meat and fish forever.
A few days ago, the train whistled once again.
While chatting, my (vegan) friend Elisa, told me about how often calves and milk cows are sent to the slaughterhouse, and about how tons of male chicks get killed. I read, years ago, about chicks being chopped up alive, but it sounded like a horror story, therefore I almost took for granted that only a few farms would do something like that, while that is – as a matter of fact – the rule. I don’t know why I was so naive, or superficial; even many omnivores are against intensive farming. The thing is that the train whistled, and once again I would have liked to change gradually, but my conscience didn’t want to hear anything about that. Within a couple of days I ate the cheese left in the fridge, and after that I banned all the products of animal origin from my diet.
Here we go! Now I officially belong to one of the most hated categories on the web: I’m vegan.
But that’s not enough: I decided to use my blog to share my adventure with all those who are curious, talking about my ways and my reasons, without any superiority complex, knowing that very likely in my medicine cabinet there’s something tested on animals, and that some of the fruit I buy might have been picked up by an underpaid worker. Being a saint was never my aim; I just think that we are all allowed to try to do as little damage as possible, or who knows, maybe even trying to leave this world in slightly better conditions than when we came.
Is that too much?
Who cares? I’m a feminist and a vegan, people would accuse me of being over the top in any case.

June 12

L’Aquarius e il Benaltrismo

 

Quando si tratta del Movimento 5 Stelle c’è sempre bisogno di fare controlli incrociati, perché è evidente quanto i media abbiano sempre cercato di affossarlo.
Basti pensare al Sindaco Raggi, a cui è stata addossata la colpa della pessima qualità di strade costruite ancor prima della nascita del Movimento, o a Spelacchio, di cui si è parlato più che dei misfatti di Alemanno.
Indegno ma comprensibile: quante testate giornalistiche sono favorevoli alla fine dei finanziamenti da parte dei partiti? Il conflitto d’interesse, a quanto pare, non riguarda solo la classe politica.
Ogni accanimento però, nel tempo, si rivela una lama a doppio taglio: se da un lato i detrattori del Movimento Cinque Stelle basano spesso le loro critiche su notizie false o distorte, dall’altro taluni sostenitori  sono pronti a giurare che i giudizi negativi nei suoi confronti siano sempre  fondati su malafede o disinformazione.
L’ultimo episodio a rendere palese questo fenomeno è stato quello della nave Aquarius: da un lato chi dipinge Salvini e Di Maio come i nuovi Hitler e Himmler, dall’altro chi si sente al sicuro perché, grazie ad una ricerca su Google in più, ha scoperto che in realtà dei medici son stati mandati a bordo della nave per verificare che non vi fossero emergenze.
Se qualcuno non la pensa allo stesso modo, pare che sia sufficiente ricordare quanto i recenti governi “di sinistra” abbiano fatto schifo; il solito giochetto del nascondere la propria inadeguatezza puntando il dito contro gli altri. Il trionfo del banaltrismo.

Breaking News: il fatto che la sinistra italiana abbia permesso il business dell’immigrazione, non rende giusto chiudere i porti. Insomma: il fatto che la sinistra abbia fatto schifo, non autorizza l’attuale governo a fare altrettanto, con la scusa di dover rimediare a quanto accaduto prima.
Il business dell’immigrazione si combatte con le leggi, con gli accordi, facendosi valere con il Parlamento Europeo, colpendo duramente le cooperative che sfruttano i fondi europei ed italiani per arricchirsi invece che per far fronte all’emergenza, non facendo i ragazzini, alzando le braccia e costringendo un altra Nazione ad aprire le frontiere.
Nessuno mette in dubbio che l’Italia non debba essere lasciata da sola, ma il fine non giustifica i mezzi. Sono stati mandati dei medici a controllare la situazione? Mi pare meno del minimo.
Il fatto che il Governo non si sia dimostrato nazista non significa che si sia comportato in maniera adeguata o giusta.
La scelta non può e non deve essere fra una sinistra che tace sul business dell’immigrazione e una Lega che ne parla solo per guadagnare consensi, per trovare scuse civili alla propria comprovata xenofobia.
Speravo che il Movimento Cinque Stelle potesse stare dalla parte del giusto, che per una volta a pagare il prezzo potessero essere i disonesti e non i rifugiati, ma mi sbagliavo. Il Movimento 5 Stelle è ostaggio della Lega; ostaggio che comincia a soffrire della sindrome di Stoccolma, considerato il numero di ex antisalviniani che, improvvisamente, alla nascita di questo governo, ha cominciato a fare il tifo per le stesse iniziative che disapprovava fino ad una settimana prima.
Non è per colpa della macchina del fango che il Movimento 5 Stelle non avrà mai più il mio voto, ma delle dichiarazioni di Di Maio, che dalla propria pagina Facebook ufficiale difende il gesto disgustoso di rifiutare una nave carica di persone bisognose, e anzi, lo indica come sintomo di un cambiamento positivo.
Non ho dubbi sul fatto che il Movimento 5 Stelle porterà avanti molte iniziative lodevoli che verranno seppellite dal silenzio assoluto dei media, ma non mi basta, perché è evidente che non mi rappresenti, e forse, se fossi rimasta un po’ più attaccata all’ideologia che tanto demonizza, me ne sarei accorta prima.

Nella foto: rifugiati siriani e iracheni scendono da una nave che dalla Turchia li ha portati alla Grecia. Fonte: Wikipedia.

March 12

Il Berlusconismo Siamo Noi – Berlusconism is Us

(English below)

Ogni giorno sui social, anche persone di cui di fondo condivido le opinioni, riescono a farmi venire il voltastomaco.
Persino Andrea Scanzi se la prende con Sgarbi mettendo in mezzo il suo aspetto fisico, e nella rete non si contano gli sfottò nei confronti di Adinolfi e di Ferrara riferiti al loro peso.
Parliamo di personaggi che trovo ripugnanti, ma nessuno dei tre mi disgusterebbe di meno se lo ritenessi fisicamente attraente.
Una volta si passava agli insulti riguardanti l’aspetto fisico quando non si avevano argomentazioni per contrastare la tesi dell’avversario, mentre adesso lo si fa a prescindere, anche quando si ha ragione da vendere, semplicemente perché è diventato normale farlo. La grande vittoria del berlusconismo è quella di essere riuscito ad entrare anche nelle teste di chi gli si oppone, ma in questo processo terrificante noi non siamo vittime: piuttosto siamo complici.
Siamo complici quando screditiamo un essere umano basandoci sul fatto che non rispetti i nostri canoni estetici, anche quando ci sono altri mille modi in cui quella persona si scredita da sé.
Siamo complici della corrente che ha voluto il potere mediatico accentrato nelle mani dello stesso individuo ogni volta in cui siamo disposti a leggere un articolo solo se scritto da chi la pensa come noi.
Vi dirò di più: non potrebbe essere altrimenti.
Nessun cambiamento culturale della portata di quello che ha investito l’Italia negli ultimi trent’anni può avvenire sulla base di ciò che una ristretta minoranza dice, pensa o fa. Perché cambi la cultura è necessario che chi sta intorno accetti, più o meno consapevolmente, di farsi influenzare.
Il berlusconismo ha vinto perché firmare il contratto e abbonarsi era (ed è) semplice: basta la pigrizia intellettuale; basta essere dalla parte di chiunque spali fango su chi non ci va a genio; basta essere succubi di ciò che ci viene proposto. Tant’è che la grande libertà e le infinite proposte offerteci da internet ci hanno portato a… Guardare comunque tutti le stesse serie televisive e leggere comunque gli stessi libri! Non è fantastico? Una volta ci si sentiva trasgressivi e indipendenti guardando Italia Uno, adesso guardando Netflix!
Per fortuna c’è sempre qualcuno pronto ad offrirci grandi rivoluzioni a basso costo di fatica.

 

English

There isn’t a single day when I can take a look at any social network without having people – even people with whom I basically share the same opinions – making me sick.
Even Andrea Scanzi can’t avoid making fun of Sgarbi based on the looks, while on the internet the bad jokes about Ferrara and Adinolfi’s weight are endless. We’re talking about people that I personally find disgusting, but none of the three would be any better in my eyes if I considered them good-looking.
Once upon a time people used body shaming when they didn’t have anything smart to say against their rival’s opinion, nowadays people do it anyway, even when they’re right, just because it has become normal. The great victory of berlusconism is to have managed to get also in the heads of those who oppose him, but in this process we’re not victims: we are accessories.
We are accessories every time we discredit human beings based on the fact that they don’t fit our beauty standards, even when they’re very good at discrediting themselves.
We’re accessories of that same movement that brought almost all of the media power to the same hands every time we choose to read only articles written by those who share our same opinions.
I’ll tell you more: it couldn’t be any other way.
No cultural change like the one happened in Italy during the last thirty years can be the consequence of what a tiny minority of people does, thinks or says. It takes the people around to decide, more or less consciously, to be influenced.
The berlusconism won because it was (and it is) easy to become a member of the club: it only takes intellectual laziness; it only takes to support whoever covers in mud those we don’t like; it only takes to accept whatever is brought to our attention. In fact the great freedom and the infinite possibilities offered  by the internet led us all to… Watch anyway the same series and read the same books! Isn’t that awesome? Once people felt independent and transgressive watching Italia Uno, now they do watching Netflix!
Luckily there’s always someone ready to offer us some great, low cost revolution.

(Picture from: https://www.flickr.com/photos/lorenzopierini/3506384537)

December 30

2017

(English version below)

Si dice che il numero diciassette porti sfortuna; pare che la credenza, in Italia, sia stata fomentata dal fatto che sulle tombe, anticamente, si leggesse “VIXI”, e che l’analfabetismo tanto diffuso all’epoca abbia favorito la confusione con il numero romano XVII.
Non definirei sfortunato il mio 2017, ormai agli sgoccioli, ma più che altro un anno pieno di cadute, colpi di scena e inaspettate riprese; in definitiva l’anno dei rami secchi finalmente potati, l’anno dell’allontanamento.

Come ne Le Nebbie di Avalon la mitica isola va allontanandosi dal mondo da noi riconosciuto come reale, mi sono fortemente distaccata da tutto ciò che in realtà non ha mai fatto parte di me, ho pienamente abbracciato il fatto che l’arte sia la mia fede, e che così come molti sentono di doversi ritirare per vivere una vita fatta di preghiera, io ho avvertito il bisogno – per quanto possibile – di smettere di investire tempo, energie e spazio in attività che per quanto viste da molti come indispensabili, a me non lasciano dentro davvero nulla.
Se si tratti di semplice deriva, di isolamento, di elevazione o di tutte queste cose insieme sarà solo il tempo a dirlo. Probabilmente il 2018, nello specifico, visti i cambiamenti, le novità e le sfide che si prospettano.
Il prossimo anno, molte delle cose che durante questo sono rimaste in cantiere, finalmente ne usciranno; a vele spiegate, si spera.
Il 2017 ha segnato la fine di molte cose: speranze, amicizie, corsi di studio, addirittura la fine degli HIM, dopo ben ventisei anni di onorata carriera. Chi l’avrebbe mai detto?
Ma la Morte, nei tarocchi, non rappresenta banalmente la fine della vita, bensì la conclusione di un ciclo e la rinascita; spero dunque che i sacrifici compiuti e le carcasse di ciò che nel 2017 è finito vadano a concimare il terreno del 2018, che quest’ultimo si riveli un anno fertile, ma che sia un maestro valido almeno tanto quanto il suo predecessore.

English

In Italy the number 17 is believed to be unlucky; apparently the spread of this belief was helped by the fact that on many gravestones people could see the word “VIXI” (Latin for “I lived”) and that being not actually able to read, they might have mistaken it for the Roman number XVII (17).
I wouldn’t call 2017, which is almost over at this point, a year of bad luck; I’d rather say that I fell many times, lived turning points and surprisingly got up again; definitely the year of finally pruning dead woods, of getting far away.

Just like in The Mists of Avalon the island of myth slowly slips away, far from the world that we recognise as real, I got detached from all those things that at the end of the day were never a part of me, I fully embraced the fact that art is my faith, and just like some feel the need to retire from everything else and live a life of prayer, I felt the need to stop – as much as possible – investing time, energy and space, in activities that despite essential to others, never actually had a deep meaning to me.
If it’s all about drift, isolation, elevation or all of these things together, only time will say. It looks like probably 2018 is going to be the one saying it, especially considering all the changes, the news, and the challenges approaching.
During the upcoming year, most of those things that were under constructions, finally will be ready, and hopefully kicking.
2017 meant the end for many things: hopes, friendships, studies, and even the end of HIM, after 26 years of honored career; who would have said it?
But in the tarots, the Death, doesn’t just represent the end of life, it’s instead about the end of a cycle and the rebirth, therefore I hope that all the sacrifices made and the corpses of the things that died during 2017 will make 2018’s field fecund, and still a teacher as good as its predecessor.

October 27

L’Immagine di Anna Frank con la Maglia della Roma: Che C’È di Male? – Anne Frank Wearing a Roma Shirt: What’s Wrong About It?

(English Below)

Non vivendo in Italia da qualche anno, il modo in cui mi arrivano le notizie è spesso assai curioso: prima leggo i commenti e le opinioni personali, poi vengo a sapere di cosa si stia effettivamente parlando.
Quando ho letto di adesivi con un fotomontaggio in cui Anna Frank indossa la maglietta della Roma, ingenuamente, ho pensato che i tifosi della Roma – storicamente in conflitto con quelli della Lazio, notoriamente perlopiù simpatizzanti dell’estrema destra – avessero utilizzato l’immagine di Anna Frank per insultare i loro avversari, dando loro dei nazisti.
Invece no, a quanto pare per gli standard odierni questo sarebbe stato ancora troppo corretto: sono stati taluni laziali a credere di insultare i romanisti dando loro degli ebrei.

Il problema non è fare dell’umorismo su tematiche scomode; lo dico da figlia di testimoni di Geova, cresciuta con la consapevolezza che nascere una cinquantina d’anni prima (storicamente uno sputo), avrebbe potuto significare finire come Anna Frank.
Si ride della morte, si ride del razzismo, si ride della sofferenza, perché – come ho imparato dal buon Gioele Dix – la tragedia e la commedia affondano le radici nello stesso terreno: l’errore.
La volgarità, è tutta qui: nel credere che sia legittimo utilizzare “ebreo” come un insulto, nell’arrogarsi il diritto di decidere come gli altri debbano essere e nel tentare di annullare il senso della sofferenza altrui, rifiutando persino la magra consolazione della lezione che dovremmo aver imparato dopo tutto l’orrore perpetrato.
Non è la tematica su cui si possa scherzare a rendere l’umorismo becero, ma l’assecondare idee violente, idiote e prive di fondamento.
D’altronde, se questo è il concetto di comicità della feccia nazifascista, non fa altro che dimostrare la superiorità degli Ebrei: il loro umorismo infatti, per tradizione, raggiunge ben altri livelli.

English

Having not been living in Italy for a while, it’s actually funny how I come to know about news: very often, first I read comments and opinions, and only afterwards I actually read what people are talking about.
When I read that someone edited a picture in order to make it look like Anne Frank were wearing a Roma shirt, probably being naïf, I immediately thought that some Roma’s fans – whose arch enemies are Lazio’s fans, among whom there are many people who sympathize with the extreme right wing – had been using Anne’s picture to insult their rivals, accusing them of being nazis.
But no, apparently, according to nowadays standards, this wouldn’t have been enough. It was actually some Lazio’s fans, using her picture to insult their rivals, accusing them of being Jews.

The problem is not making jokes about terrible things; and I’m saying it being born in a Jehovah Witness family, having always known that being born fifty years earlier – not that long, if you think about it in historical terms – might have been enough to end up like Anne Frank.
We laugh about death, racism and suffering because – as I learned from the good old Gioele Dix – tragedies and comedies are born from the same source: the mistake.
To make the thing trivial is the arrogance to think to have the right to use the word “Jewish” as an insult, to tell others what they are supposed to be, to try to take away the meaning from someone else’s suffering, refusing to do the only good thing we might do with the horrible things happened, which is to learn from them.
To make this “humor” cheap is not the topic, but it’s the fact that it supports violent, stupid and illogical ideas.
If this are the best jokes the nazi-fascist pieces of trash can come up with, they’re just proving once again the Jews to be superior: their humor, by tradition, reaches as a matter of fact other levels.