June 18

La Dea nel Deserto – The Goddes in the Desert

GoddessInTheDesert(English version below)

A fare la divinità non è sempre il potere; talvolta è più determinante cosa invece non si possa fare.
Morire, per esempio: gli déi non ne sono capaci.

Ci fu una donna che diventò dea solo durante la propria traversata del deserto.
Era sempre stata dotata di grande intelletto, di un cuore generoso e di fulgida bellezza, ma divenne divina camminando in solitudine, fra la polvere.
In molti hanno dedotto che la bellezza di una rosa del deserto sia legata alla sua rarità, altri l’hanno attribuita alle difficili condizioni in cui cresce, ma lei comprese la verità: le rose del deserto crescono là dove è molto probabile che nessuno le veda, mai; esse sono dunque alimentate da un amore cieco e sordo per il bello, come l’arte che – più forte dell’artista – è indifferente allo spettatore.
Comprendendo ciò, la donna cominciò ad assumere i tratti della dea; la trasformazione definitiva avvenne però attraverso la perdita di una capacità: quella di piangere.
La dea avrebbe voluto regalare al deserto le proprie lacrime, affinché diventasse meno aspro nei confronti dei viandanti e delle rose, ma si rese conto di non esserne più in grado.
Pur trovandovisi in mezzo, osservava le asperità del deserto con distacco, col cuore chiuso in uno scrigno e la mente ancorata a stelle fredde.
Non era più in grado di piangere e neppure ve n’era ragione.
Proseguì verso Est, portando con sé una tempesta di sabbia.

 

The Goddess in the Desert

Might is not always the prerogative of divinity; sometimes the determining thing is what is not possible to do.
Dying, for example: gods are not able to do it.

There was a woman who became a goddess only while crossing the desert.
She always had great intelligence, a generous heart and shining beauty, but she gained divinity walking alone, among the dust.
Many came to the conclusion that the beauty of a desert rose has something to do with the fact that it’s something rare, others thought that it’s because of the hard condition it faces while growing, but she understood the truth: desert roses grow there where most likely no one will ever see them; they are feeded by a deaf and blind love for beauty, like art, which – being stronger than artists – is not concerned about those who observe.
Understanding this, the woman started earning the features of a goddess; though, the real transformation happened through losing an ability: the ability to cry.
She would have liked to gift the desert her own tears, so that the desert would become less bitter towards wayfarer and roses, but she realised she was no longer able to.
Even though having it all around her, she observed the harshness of the desert from a long distance, with her heart locked in a treasure chest and her mind anchored to cold stars.
She was no longer able to cry, and neither there was a reason for doing it.
She moved towards Est, carrying with her a dust devil.

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June 8

Sleep of Monsters – Poison Garden

Poison Garden(English version below)
Nel 2013, per gli amanti del rock, dell’occulto o anche solo della bella musica, Produces Reason si è indiscutibilmente distinto come uno dei dischi dell’anno. Un gran risultato, specialmente per una band che – pur annoverando fra le proprie file diversi veterani – era all’esordio.
Certo, una bella soddisfazione, ma anche un cruccio: quando il primo album finisce dritto fra i dischi dell’anno e viene accolto tanto benevolmente dalla critica, come si fa a pubblicarne un secondo che sia all’altezza?
Gli Sleep of Monsters hanno trovato la risposta: osando.
Poison Garden è un concept album che gioca su forti contrasti e dosaggi ben precisi. Se da un lato le sonorità – fatta eccezione per il brano d’apertura – sono molto meno heavy che in Produces Reason, dall’altro i testi sono più oscuri e criptici; le melodie sono più orecchiabili, eppure Ike Vil sembra essere tornato a scrivere per i Babylon Whores. C’è più luce, ma ne emerge un pessimismo più accentuato. Mentre in Produces Reason il tema della morte viene trattato in maniera canzonatoria e provocatoria (Abomination Street ne è un ottimo esempio), in Poison Garden la Nera Signora (Our Dark Mother) viene guardata dritta negli occhi, con l’accettazione di chi sa che non potrà rimandare per sempre il bacio fatale. Se Produces Reason terminava con il proprio brano più elevante, Magick Without Tears, Poison Garden termina invece con una discesa agli inferi senza possibilità di ritorno, intitolata Land of Nod.

Fra i brani migliori:
Poison King apre l’album, introducendo il tema di Mitridate Eupatore, il celeberrimo e acerrimo nemico di Roma, noto per essersi reso immune ai più diversi veleni assumendone ogni giorno in piccole dosi. Già da qui si intuisce che in quest’album, rispetto al precedente, si sfrutterà meglio il potenziale delle magnifiche coriste della band; i cori di questo brano suscitano infatti la genuina speranza che la bonus track del prossimo disco sia una cover di Carmina Burana.
Golden Bough è la ballata romantica del disco, nonché forse il pezzo più ricco a livello sonoro. La chitarra apre il brano creando un’atmosfera inquietante, che sembra parlare del risveglio di un mostro, solo per poi dare il via ad un riff sulle cui note potrebbero ballare abbracciati Fred Astaire e Ginger Roger; la voce cristallina di Tarja Leskinen e gli archi rendono il pezzo particolarmente toccante, riuscendo però a non scadere neppure lontanamente nel cliché della band metal sinfonica finlandese.
The Art of Passau è il primo di due omaggi alla cultura tedesca (troveremo il secondo in Babes in the Abyss, in cui Vil recita in tedesco il girotondo, dimostrando una volta per tutte la propria capacità di far sembrare colta qualunque cosa). “Art of Passau”, in tedesco passauer kunst, è il modo in cui viene ricordata una credenza dei soldati tedeschi nel diciassettesimo secolo, secondo cui alcuni incantesimi – scritti su dei fogli – potevano rendere invulnerabili. L’intro ricorda gli Epica di The Divine Conspiracy; il pezzo prende poi una piega decisamente più pop, seppur sapientemente reso più cattivo dal mantra “Nama nama sebesio” – risalente al culto mitraico e tuttora incompreso dagli studiosi – che rende il brano assolutamente irresistibile.
The Land of Nod è la canzone più tagliente e penetrante del disco. Se ne considerassimo solo le parti strumentali e i cori, potrebbe essere parte della colonna sonora di Baldur’s Gate, o persino de Il Gladiatore. Ma non ci sono solo la musica e i cori; c’è la storia di un uomo e il suo sentirsi destinato a seguire le orme del proprio padre, fin giù nella tomba. C’è il processo al padre, il processo a se stesso, la condanna per entrambi, ed in qualche modo l’autoassoluzione, perché in fondo persino Caino e Giuda seguivano il piano di Dio; un’autoassoluzione che forse non fa altro che trascinare l’imputato ancora più a fondo.

Insomma, ne Il Nome della Rosa, Umberto Eco scriveva di libri che parlano di altri libri. Poison Garden è un’opera d’arte che parla di altre opere d’arte, una storia fatta di molte altre storie. L’unico vero difetto sono le trombe sul finale di Devil and All His Works, in cui per una volta l’unione di elementi diversi non funziona come dovrebbe, creando un effetto decisamente troppo “Rocky Balboa”.  Nonostante questo piccolo neo, si tratta di un album peculiare ed elegante, sia sul piano del suono che su quello del contenuto, che sfugge alle definizioni e proprio per questo merita di essere ascoltato.

English

Poison GardenIn 2013, for those who love rock, occultism or even just good music, Produces Reason stood out as one of the best albums of the year. A great score, especially for a band who – despite having more than a veteran in its ranks – was at its debut.
Of course, there was something to be proud of, but also something to be concerned about: when your first album goes straight among the best releases of the year and critics love it, how will you then manage to do something that will live up?
Sleep of Monsters found the answer: daring.
Poison Garden is a concept album that plays with strong contrasts and precise doses.
If on one side the sound – with the exception of the opening track – is much less heavy than in Produces Reason, on the other hand the lyrics are darker and more cryptic; the melodies are more radio-friendly, but Ike Vil seems to have gone back writing for Babylon Whores. There’s more light, but what comes out is a stronger pessimism. While in Produces Reason the topic of death was faced in a sardonic and provoking way (Abomination Street is a good example), in Poison Garden one looks straight at the eyes of the Lady in Black (Our Dark Mother), accepting that it won’t always be possible to postpone the fatal kiss. While Produces Reason found its ending in its most elevating song, Magick Without Tears, Poison Garden ends in a descent to the underworld with no turning back, titled Land of Nod.

Among the best tracks:
Poison King opens the album, introducing Mithradates Eupator’s theme; Rome’s famous and arch enemy, known for having made himself immune to the most different kinds of poison, taking small doses of them every day. It’s already clear that in this album, compared to the previous one, the band will better develope the potential of its three amazing backing vocalists; in fact, this tracks’ backing vocals awake in the listener the genuine hope that the bonus track, in the next album, could be a cover of Carmina Burana.
Golden Bough is the romantic ballad of the album, and maybe also the most rich song in terms of sound. The guitar starts creating a sinister atmosphere, who might talk about a monster awaking, just to slip then into a riff, on whose notes Fred Astaire and Ginger Roger might dance holding each other; Tarja Leskinen’s crystal-clear voice and the strings make the track particularly touching, managing anyway to avoid the Finnish symphonic metal band cliché.
The Art of Passau is the first of two tributes to German culture (we’ll find the second one in Babes in the Abyss, where Vil declaims the German version of Ring Around the Rosie, proving once and for all his ability to make anything and everything sound sophisticated). “Art of Passau”, passauer kunst in German, is how we remember a belief that belonged to German soldiers during the 17th century, according to which some spells – written on papers – had the power to make people invulnerable. The intro reminds of Epica during The Divine Conspiracy era; then the track takes a much more poppish turn, but still it gets an evil vibe, given by the mantra “Nama nama sebesio” – which comes from the Mithraic cult and still, nowadays, no one has been able to translate – that makes the song absolutely irresistible.
The Land of Nod is the most sharp and penetrating song of this release. If we’d consider the instrumental parts and the backing vocals only, it could be part of Baldur’s Gate or The Gladiator’s soundtrack. But the instrumental parts and the backing vocals aren’t the only things there; there’s the story of a man, and his feeling himself doomed to follow his father’s path down to the grave. There’s his father’s trial, his own trial, a conviction for both, and somehow a self-absolution, because at the end of the day even Cain and Judas were following God’s plan; a self-absolution that maybe drags the defendant in an even deeper abyss.

Well, in The Name of the Rose, Umberto Eco wrote of books talking about other books. Poison Garden is a piece of art talking about other pieces of art, a story composed of many other stories. The only flaw are the trumpets in the ending of Devil and All His Works, where for once the fusion of different elements doesn’t work as it should, creating a sort of “Rocky Balboa effect”. Anyway, despite this little imperfection, this is a peculiar and classy album, when it comes to both music and lyrics; it escapes labels, and that’s the reason why it’s worth listening to it.

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March 29

La Rockstar a Teatro

IMG_1905Ne sono sicura, c’è chi sarebbe pronto a saltarmi al collo già solo per aver definito Morgan “rockstar”; ma in fondo per essere una rockstar servono tre cose: il talento musicale, la personalità e la capacità di far incazzare la gente… e lui abbonda in tutti e tre gli aspetti.
Ma procediamo con ordine: non so se il 22 marzo, al Manzoni di Milano, si sia arrivati o meno al sold out, di fatto il teatro è pieno, e fin qui tutto regolare.
Forse complice il fatto di avere da qualche anno lasciato l’Italia, mi sorprende però il tipo di pubblico. Gli uomini sono probabilmente i fan dei Bluvertigo fra i trenta e i quaranta che a rigor di logica ci si aspetterebbe di ritrovare a presenziare ad uno spettacolo di Morgan; il vero shock sono le donne: anziane che prima dello show farneticano riguardo ad Asia Argento e Ballando con le Stelle, alternate a ragazzine che a spettacolo iniziato lasciano intenzionalmente cascare la spallina del vestito sperando di venir notate dal palco; ma io le noto anche da dietro, perché da lì si vedono perfettamente i punti interrogativi fluttuare sopra le loro teste non appena Marco comincia a parlare di Shopenhauer. Forse sentono il mio sguardo trapassare le loro nuche, dal momento che finalmente si zittiscono e lasciano che noi ci gustiamo lo spettacolo. Noi chi? Noi che siamo lì per la musica e per l’arte.
Nell’arco dei cinque atti, il pubblico può godersi quanto (almeno in teoria) già letto ne Il Libro di Morgan – Io, l’Amore, la Musica, gli Stronzi e Dio, con un pizzico di vita in più, giacché tutto si può dire del Castoldi, tranne che non sia un capace affabulatore. A volergli davvero fare le pulci, è forse leggermente troppo legato al testo: il tutto sarebbe stato ancora più vivo se avesse tenuto a mente un po’ di più e letto un po’ di meno. Ma in fondo una rockstar che si rispetti gioca sulle proprie imperfezioni, dunque che senso avrebbe mai farle le pulci?
Nello spettacolo c’è tutto: c’è cultura, senso dell’umorismo, allegria, autoironia, irriverenza, originalità, tradizione, sorpresa e ricordi. C’è un ospite inaspettato come Vecchioni, che può non essere il tuo cantante preferito ma che è un pezzo di storia della musica italiana, ed è straordinaria la complicità fra lui e Morgan; ci sono i riferimenti colti (sì, quelli che fanno apparire i punti interrogativi sulle teste di chi non ha mai letto altro che Fabio Volo); ci sono le prese per il culo rivolte sia ai leghisti che al Diavolo, perché il male assume forme diverse; c’è la gioia di rendersi conto che la voce del Castoldi è ancora lì, quando ha voglia di tirarla fuori; c’è il magone che inevitabilmente ti prende per la gola quando partono le prime note di Cieli Neri, col flauto traverso di Mauro Pagani, lì in carne ed ossa; c’è Mauro Pagani di per sé, che quando – per la prima volta nella sua carriera – si ritrova a suonare un violino a tre corde, perché una s’è spezzata durante l’esibizione, non fa una piega e in qualche modo riesce a continuare a suonare da dio; c’è la versione più rock de La Notte che ti capiterà di ascoltare in vita tua; mentre Morgan suona il piano, proiettate sul muro, ci sono le immagini di un compleanno di Anna Lou, che ti fanno tornare il magone, ma un magone completamente diverso da quello provato durante Cieli Neri; credevi che non si potesse diversificare il magone e invece improvvisamente ti accorgi che ti sbagliavi di grosso.
Non manca neppure l’interazione col pubblico per mera necessità: Marco, non trovando il testo di una canzone, chiede ai presenti di cercarlo col cellulare; prontamente una fan esaudisce la sua richiesta e gli presta l’apparecchio, ma nel momento in cui – a pezzo già iniziato – un ragazzo dello staff gli porta la versione cartacea, lui senza smettere di suonare restituisce il telefono lanciandolo, e la povera proprietaria per recuperarlo ed evitare che vada in frantumi si cimenta in un tuffo degno di un portiere della nazionale di calcio. Sì, decisamente il signor Castoldi sa come far incazzare la gente.
Te ne accorgi dalle piccole e dalle grandi cose, dall’accozzaglia di gente che in barba a qualunque schema è riuscito a riunire nella stessa sala, dalle performance musicali così come dal costante atteggiamento canzonatorio: saranno anche passati più di vent’anni da Acidi e Basi, ma non c’è talent show che tenga; Morgan è rimasto il nostro incorreggibile Eretico.

Foto della serata

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February 22

Umberto Sì, Umberto No, Umberto Evviva!

umberto-eco--644x362(English version below)
Non sono solita scrivere articoli commemorativi; in genere sono pieni di luoghi comuni, ma soprattutto sono inutili. Servono solo a limitarsi a dare a chi condivide il dolore per la perdita la possibilità di non elaborare un pensiero proprio, limitandosi a “condividere” ciò che qualcuno si è già preoccupato di esternare, o a dare modo a chi dalla stessa perdita non viene toccato di polemizzare, perché “Chi se ne frega”, perché “La fame nel mondo” e perché “Si stava meglio quando si stava peggio”. Però stavolta se ne va nu piezz ‘e core, dunque al diavolo le polemiche e al diavolo la paura dell’inutiltà; tanto in fin dei conti secondo Oscar Wilde l’arte deve essere inutile.

Pensare al mondo senza Umberto Eco è in qualche maniera inquietante; era uno dei pochi simboli della cultura italiana rimasti intatti. Parlo di cultura vera, quella fatta di logica, di pensiero, di coscienza e di capacità di esprimersi, di identità autentica e non di volgare xenofobia.
Umberto Eco portava con sé luce e speranza; un uomo dal talento talmente immenso da essere riuscito ad imporsi alle masse nonostante la sua sia stata una produzione realmente intelligente e complessa.
Era snob, Umberto, un elitario; uno che di proposito ha reso pesanti le prime cento pagine de Il Nome della Rosa per selezionare i lettori ed essere certo che a goderne fossero quelli meritevoli; uno che probabilmente m’avrebbe moralmente sputato in un occhio, essendo io un’autrice che perlopiù si è sempre autopubblicata, ma gli ho voluto bene ed in qualche modo ho sempre trovato che i suoi lati negativi fossero parte della sua forza, che contribuissero al suo insegnamento: non abbassarsi per essere più facilmente comprensibili e di conseguenza apprezzabili, perché ad apprezzare l’arte di qualità sarà chi lo merita; e forse questo non è solo un insegnamento in ambito artistico, ma un insegnamento di vita.

Non scorderò mai la sensazione magica di quando per la prima volta lessi un suo libro: come se qualcuno mi stesse consegnanfo un segreto prezioso.
Adesso, pur senza il caro Umberto, la lotta alla decadenza e all’abbrutimento della cultura, dovrà continuare, e spero che i campioni senza macchia e senza paura siano tanti, pronti a studiare di più, a lavorare di più su se stessi e a preoccuparsi di avere davvero dei contenuti da esporre, nonostante viviamo nell’epoca dell’apparenza e nonostante l’Italia abbia smesso da molto tempo di essere un Paese meritocratico.
Io voglio credere che così come il talento di Eco ha vinto nella partita contro la mediocrità e le cose facili a tutti i costi, i nuovi talenti possano vincere in quella contro il bombardamento continuo di immagini e parole a cui veniamo ogni giorno sottoposti, che rappresenta il nuovo oscurantismo.

English

I don’t usually write memorials; they’re usually full of clichés and they’re useless. They’re there only to give to those who share the sorrow for the loss a chance to avoid to elaborate their own thoughts, just “sharing” what someone else already wrote down, and to give a chance to those who don’t care about it to create flames because “Who cares about it”, because “There are people dying from hunger” and because “We were better off when we were worse off”. But this time the one who’s leaving is piece of my heart, so both flames and the fear of writing something useless can go to hell; after all according to Oscar Wilde art must be useless.

To think about the world without Umberto Eco is somehow creepy; he was one of the few symbols of Italian culture still untouched. I’m talking about real culture, the one made of logics, of thought, of coscience and ability to express oneself, of authentic identiti and not of trivial xenophobia.
Umberto Eco carried with him light and hope; a man with such an incredible talent to menage to be loved by the mass despite his production is actually smart and complex.
Umberto was a snob, an elitist, who intentionally made heavy the first hundred pages of The Name of the Rose, in order to make a selection among readers and be shure that only the ones who deserved it would have had a chance to enjoy it; a man who would have probably figuratively spitted on my face, as I’m an author who mostly self published her works till now; but I always loved him, and I always found that also his negative sides were a part of his strenght, that they gave a contribution to what he thought us: not to bring ourselves down in order to be more easily understandable and therefore lovable; and maybe this rule doesn’t work only when it comes to art, maybe it’s also about life.

I’ll never forget the magical feeling, when for the first time I read one of his books: it was like someone was telling me about a precious secret.
Now, even without dear Umberto, the fight against the decay and the degradation of culture will have to go on, and I hope that there will be many knights in shining armour, ready to study more, to work harder on themselves and taking care of having actually something to say, despite the fact that we live in the era of appearance and despite Italy stopped being a meritocratic Country a long time ago.
I want to believe that, just as Eco’s talent won against mediocrity and cheapness, the new talents will be able to win against the perpetual bombardment of pictures and words we’re victims of, which is the new obscurantism.

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January 19

Colonia ed altre puttanate

Ci sono momenti in cui si fa sentire la nostalgia dei tempi in cui, per rendere pubblico un pensiero, ci si doveva preoccupare di articolarlo e di portare motivazioni decenti a suo sostegno; questo è uno di quei momenti.
Come tutti coloro che hanno accesso ad una connessione internet, dalla notte del 31 dicembre ad oggi ne ho lette di tutti i colori: dalla becera propaganda forzanovista che – tanto per cambiare – propone la destra estrema come unica difenditrice contro la minaccia straniera, a dei sinistrini che fanno rivoltare i partigiani nella tomba con giustificazioni assurde. M’è capitato di leggere, riguardo ai fatti di Colonia, che per capire l’evento sia necessario contestualizzare e prendere in considerazione che – fra le altre cose – gli immigrati colpevoli abbiano certamente sofferto di carenza d’affetto.
Amica lucidità, dove sei? Perché ci hai abbandonato?
Se la violenza sessuale fa schifo, allora fa schifo sempre e comunque. Proprio perché un essere umano è un essere umano a prescindere dal proprio luogo di provenienza, è doveroso riconoscergli la stessa responsabilità che si riconosce agli altri nel momento in cui si macchia di una colpa. D’altro canto però, non è accettabile che la nazionalità possa venire considerata un’aggravante, giacché in tal caso il problema non sarebbe più la violenza in sé, ma la volontà di aggiudicarsi il possesso delle donne molestate.
C’è stato un post di cui ho letto solo il titolo, e lì mi son fermata, forse a torto, ma si parlava di un uomo che chiedeva scusa da parte di tutti gli uomini per la violenza perpetrata nei confronti delle donne, e nonostante la nobile intenzione la sola idea è bastata a farmi venire il sangue alla testa.
Io sono italiana ma non chiedo scusa per la mafia, né per vent’anni di fascismo; ascolto metal ma non chiedo scusa per quel che fecero anni fa le Bestie di Satana; sono un’immigrata in Finlandia ma non mi sogno di chiedere scusa ogni volta che un immigrato combina qualcosa da queste parti; tutto ciò per un semplice motivo: io non ho niente a che fare con questa gente, e sono responsabile solo di quello che faccio o che non faccio io, in prima persona;  se mai avrò dei figli, sarò responsabile di ciò che insegnerò loro, ma mai e poi mai mi prenderò la responsabilità di cose che non ho fatto, in cui non mi riconosco e non mi riconoscerò mai.
In tutto il mondo persone appartenenti alle categorie più disparate lottano per la propria libertà, per il riconoscimento dei propri diritti, e non saranno ulteriori pregiudizi ad aiutalrle, o ad aiutarci. Non ci salveranno i bruciachiese, né quelli che giustificano a tutti i costi, né i forzanovisti, né la grottesca caricatura del femminismo che vuole gli uomini colpevoli a prescindere. Solo l’amica lucidità può farcela.

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December 30

Sleep of Monsters: Intervista con Ike Vil e recensione di Produces Reason (Interview with Ike Vil and review of Produces Reason)

(English version below)

La recensione e l’intervista che vado a presentarvi – pur essendo state scritte da me – furono originariamente pubblicate (nel 2013) su His Infernal Magazine, che purtroppo però non esiste più; per gentile concessione della fondatrice del magazine ho la possibilità di riproporvele qui, sul mio blog.

SleepOfMonstersIl Sonno dei Mostri Genera Ragione
Dopo il magico live in occasione dell’Helldone, le mie aspettative riguardo all’uscita di Produces Reason erano altissime; non sono rimasta delusa.
L’album di debutto degli Sleep of Monsters è palesemente frutto di lavoro svolto con dedizione: curato nei dettagli, variegato ma armonioso.
Ogni pezzo ha una sua ragione di esistere, ma mi focalizzerò solo su alcuni brani.
“Holy Holy Holy” è un’introduzione dal sapore mistico. Mezzo minuto è sufficiente alle tre sirene Hanna, Nelli e Tarja per attirare l’ascoltatore nella rete di Produces Reason.
Impossibile non notare poi le tre regine sapientemente distribuite lungo la tracklist: Nihil Nihil Nihil, Murder She Wrote e Horses of the Sun.
Nihil Nihil Nihil è la dimostrazione pratica del fatto che non sempre sia necessario scegliere fra un pezzo di qualità ed uno orecchiabile. Ritmo, un pizzico di celtica, chitarre elettriche in primo piano, un ritornello che rimane in testa, un testo in cui la consapevolezza di essere “niente” e di averle viste tutte si mescola a quella di avere la forza di affrontarne altrettante.
Murder She Wrote e Horses of the Sun sono due ballate di natura differente, eppure in qualche modo costituiscono due facce della stessa medaglia. La prima, con un’intro gotica degna dei Cradle of Filth ai tempi di Dusk and Her Embrace, narra di una tragica storia d’amore che diventa volutamente simbolo di tutte le tragedie amorose; la seconda è invece un inno all’ermetismo con tutta la potenza di un raconto biblico. Sono le tinte epiche ad unirle: una canzone che pare essere una preghiera per tutti gli innamorati sfigurati dal sentimento ed una preghiera romantica tanto quanto una canzone d’amore.
Magick Without Tears – l’ultima traccia – che nella galleria di questo album è uno dei dipinti dai colori più luminosi, riprende Holy Holy Holy, definendo il finale circolare di Produces Reason, in perfetta congruenza con l’artwork in copertina.
Non so se il Sonno dei Mostri generi ragione, ma di sicuro – negli amanti della vera musica – genera speranza.

Intervista con Ike Vil

Gli Sleep of Monsters: una delle band di supporto dell’Helldone, presto sul palco dell’ “Halloween in HEL” (con The 69 Eyes). Dolci ricordi, ma soprattutto promesse per il futuro, nella nostra intervista con il frontman: Ike Vil.

-Quando è cominciata l’avventura degli Sleep of Monsters?
Nella primavera del 2012, il nostro chitarrista Sami Hassinen, che si era appena ritrovato senza una band, stava partecipando ad una jamming session con il tastierista Janne e il batterista Pätkä in un locale di Helsinki mentre il posto era vuoto. Conosco Sami da molto tempo, dato che le nostre band suonavano insieme piuttosto spesso verso la fine degli anni novanta, e si è anche occupato del mixaggio per i Babylon Whores, la mia vecchia band, un bel po’ di volte. In qualche maniera mi ha convinto ad andare a bere qualcosa con lui una sera, con l’idea di provare qualcosa insieme, e alla fine della nottata, ci siamo ritrovati nel bagno (!) di un monolocale con una chitarra acustica, a provare un po’ di canzoni. La mattina dopo non ci ricordavamo più le canzoni, ma c’era qualcosa. — Voglio dire, di base avevo già deciso che ne avevo abbastanza della musica, ma lui è riuscito a riportarmici. Era come ritrovarsi davanti ad un muro quando si trattava di scrivere musica, ed in particolar modo i testi, ma in qualche modo tutto è ritornato, in maniera positiva.

Si è aggiunto Mäihä come bassista e Uula come secondo chitarrista e quando abbiamo cominciato a buttare giù alcune tracce con il nostro produttore Pekka in studio, ci ha fatto conoscere le regazze, prima Hanna e Anni, poi Nelli, le cui voci si sono rivelate la componente mancante in diverse delle nostre canzoni e hanno dato il tocco finale al nostro sound (anche se, naturalmente, è ancora in evoluzione).

-Come definiresti la vostra musica?

Ci sono ovviamente diversi elementi, e se ascolti una sola canzone, può accadere che tu non riesca davvero a fartene un’idea completa. Comunque, credo che ci sia un’identità fortemente riconoscibile ad accomunare tutti i nostri pezzi. Potresti giocartela con termini come “gothic acid rock” o “dark pop” o “occult rock” or qualunque altra cosa, ma hey, noi siamo solo stupidi musicisti, il nostro lavoro è scrivere musica, voi giornalisti potete farci le pulci e tirare fuori qualche termine appropriato :DSono sicuro che risulterà troppo leggera e pop alle orecchie dei metallari, troppo strana e troppo artistica per il mainstream (ci sono già stato, l’ho già fatto), per non parlare del fatto che dal vivo, a volte mi dimentico che non suono più in una band punk. Ma hey, sono vecchio e saggio e so che questa è ROBA BUONAAA! 😀

-Questa è difficile: cosa significa per te la musica?
Semplicemente, è lì, sai? Può essere musica elevante o un rituale pieno di potere, una bella melodia, un riff ritmato o un portale che si apre sui sentimenti e sulle cose che non possono essere espresse a parole, cose che non sono bianche o nere, ma che ti fanno venire la pelle d’oca. Penso che possa essere anche tutte queste cose insieme — “all things to all men”, come vuole il cliché. Quando ero un bambino, credo che la musica avesse molto a che vedere con l’affermazione dell’identità — credo che ci fosse molto più della semplice musica in David Bowie, nei Bauhaus, Samhain, Dead Boys, Celtic Frost e così via. Ad un certo punto, avendo suonato in una band per molto tempo (anche se ancora non sono davvero bravo a suonare qualcosa; beh, forse nemmeno a cantare) pian piano ho cominciato a sentirmi come una prostituta, perché avevo perso quel modo viscerale, ingenuo, e non analitico di ascoltare la musica. La musica era solo strofe e ritornelli. Per diversi anni la musica non ha significato quasi nulla per me (e c’era davvero un mucchio di band che un poveretto deve subire nel mondo odierno che ha persino peggiorato la situazione!), ma poi, lentamente, così come la musica aveva perso ogni significato, è come se lo avessi ritrovato — come ho detto,come qualcosa che semplicemente è lì, per via della volontà di esprimersi al meglio; qualcosa con cui puoi giocare nei modi più strani, fin quando non l’analizzi troppo. E questo vale sia per l’ascoltare che per il suonare musica. Immagino che tutto questo non abbia molto senso, vero? Ma il punto è esattamente questo. 😀

-Mettendo insieme il nome della band e il titolo del vostro album, che uscirà prossimamente, otteniamo: “Sleep of monsters produces reason” (“Il sonno dei mostri genera ragione”); cosa intendete?

C’è una famosa incisione dell’artista spagnolo Francisco Goya chiamata “El sueño de la razón produce monstruos” “Il sonno della ragione genera mostri” del 1799, che mi ha sempre affascinato. Si trova facilmente anche su internet. Essendo sempre stato incline all’ermetismo (“As Above, So Below”) [“Così com’è Sopra, è anche Sotto” una delle massime del movimento filosofico e religioso dell’ermetismo, ndD], ho considerato che anche il contrario debba essere vero, se il Sonno della Ragione Genera Mostri. In realtà, avevo già scritto questo verso in una vecchia canzone dei Babylon Whores intitolata “Radio Werewolf” nel 2000, quindi in un certo senso, è anche un rifermento al passato.

-Sei in qualche modo nostalgico riguardo alle superstizioni?

Hehe, che intendi per “superstizioni”? Personalmente, credo che… Diciamolo, l’idea del costante sviluppo economico è basata sulla superstizione molto più dell’alchimia 😀

-Un chiaro riferimento a Goya e il titolo di una delle canzoni in latino (Nihil Nihil Nihil); qual è il fascino dell’Europa del Sud? Come ti ha influenzato?

C’è una tradizione occulta così ricca tornando indietro di migliaia di anni. Se vuoi capire l’Europa, la cultura europea (e forse persino gli Europei), tutte le strade portano a, uh, Roma, come dice il proverbio. Non che non ci siano una miriade di cose affascinanti riguardo alla tradizione celtica, a quella tedesca/nordica. (O a quella iberica, o fenicia, o precolombiana, o lemure, o…)

-Non solo la musica può ispirare i musicisti; come e quanto spesso trovi spunti in altre forme d’arte?

Credo che il pezzo di Goya abbia decisamente dato il via in me, ad un pensiero fisso. In generale, comunque, penso che nella mia testa si mescolino molte cose diverse e che ritornino poi insieme nei testi condensate sotto forma di analogie — Voglio dire, per me la maggior fonte d’ispirazione è sempre stata la vita (e, um, la morte rappresenta buona parte di essa!), e uno deve vivere, amare ed esplorare per potersi aprire a quelle analogie, per riuscire a far quadrare i pezzi del puzzle. Credo che tutti i pezzi d’arte — musica, cinema, illustrazioni, scultura, architettura — che tentano di collegarsi in maniera significativa al disegno più grande e non sono solo dei semplici derivati, facciano parte del ricco, misterioso arazzo che ogni anima vivente può studiare e in cui può ritrovarsi, riflettersi e forse capire qualcosa di sé. Nel migliore dei casi, forse accadrà questo con i nostri testi.

-Quali sono le vostre aspettative riguardo a Produces Reason?

Vendere un milione di copie. Se non dovessimo arrivare a tanto, allora spero che arriviamo almeno a vendere abbastanza per realizzare il prossimo album.

-Dove, in particolare, ti piacerebbe tenere un concerto?

Ho sempre amato i castelli ma non mi è mai capitato di suonarci. Ho anche dei bei ricordi della House of Blues a Chicago, e alcune delle vecchie sale da ballo negli Stati Uniti hanno una meravigliosa atmosfera, fatiscente, sporca. Ogni città europea con un centro storico è gradita. Ma di base per me va bene qualunque posto in cui ci siano birra e vino bianco!

– Piuttosto spesso le band di supporto – a prescindere dal talento – fanno fatica a catturare l’attenzione del pubblico. Come ti sei sentito all’Helldone?

Penso che i fan degli HIM ci abbiano dato un caloroso benvenuto, e gliene sono davvero grato! (Ovviamente devo ringraziare anche Ville e i ragazzi per l’opportunità che ci hanno dato. [Hmm, in realtà, dovremmo attaccarci a loro per qualche altro concerto quando uscirà il nuovo album:D]). Seriamente, nel corso della mia carriera mi è capitato un bel po’ di volte di aprire dei concerti, e non sempre ha avuto molto senso — ma per la prima volta, penso di far parte di una band che possa conquistare una buona parte di pubblico a prescindere dall’headliner. Penso che ce la siamo cavata piuttosto bene anche come supporto di una band Death Metal lo scorso venerdì 😀

-Grazie per il tuo tempo; spero di rivedervi presto sul palco!

Grazie, Delia! Il nostro album uscirà ad Ottobre, dopo di che speriamo di riuscire a girare un po’. Prima di questo, in Finlandia dovrebbe passare in radio un nuovo promo, forse uscirà un vinile 7”, e stiamo anche pensando ad un video.

English
This review and this interview were originally published (in 2013) by His Infernal Magazine, but unfortunately the magazine no longer exists; thanks to the founder of the magazine I have now the chance to bring back this material to you, here on my blog.

SleepOfMonsters

The Sleep of Monsters Produces Reason
After the magical Live at the Helldone, my expectations about the release of Produces Reason were very high; I wasn’t disappointed.
Sleep of Monsters’ debut album is clearly the harvest of dedicated work: a high degree of attention to detail, varying in style but harmonious.
All tracks have their reason for being, but I’m going to focus only on some of them.
“Holy Holy Holy” is an intro with a mystical flavour. Half a minute is enough for the three mermaids Hanna, Nelli and Tarja to attract the listener into Produces Reason’s cobweb.
It’s impossible not to notice the three queens wisely distributed along the tracklist: Nihil Nihil Nihil, Murder She Wrote and Horses of the Sun.
Nihil Nihil Nihil is the practical demonstration of the fact that it’s not always mandatory to choose between a quality song and a catchy one. Rhythm, a pinch of Celtic music, electric guitars standing high, a chorus sticking in your head, lyrics in which the realisation of being “nothing” and to have seen it all is mixed with the realisation of being ready to see much more.
Murder She Wrote and Horses of the Sun are two ballads of different nature, but still somehow they are two sides of the same coin. The first, with a gothic intro meeting Cradle of Filth during the era of Dusk and Her Embrace, narrates a tragic love story which intentionally becomes the symbol of all love tragedies; the second one is a hymn to hermetism with all the power of a biblic narration. The tie between them is the epic atmosphere: a song which seems to be a prayer for all lovers disfigured by love and a prayer as romantic as a love song.
Magick Without Tears – the last track which, in this album’s gallery, is one of the images painted with the most delightful colours, recalls Holy Holy Holy, defining the circular ending of Produces Reason, in perfect harmony with the cover artwork.
I don’t know if the sleep of monsters produces reason, but for sure – in people who love real music – it produces hope.

Interview with Ike Vil
Sleep of monsters: one of the bands supporting Him at the Helldone, soon on stage for Halloweeen in Hel (with The 69 Eyes). Sweet memories, but especially promises for the future, in our interview with the frontman: Ike Vil.

-When and how did Sleep Of Monsters’ adventure begin?

In the spring of 2012, our guitarist Sami Hassinen, having recently found himself without a band, was jamming with keyboardist Janne and drummer Pätkä at a club in Helsinki when the place was empty. I know Sami from way back, as our old bands were playing together quite often in the late 90’s, and he even mixed Babylon Whores, my old band, quite a few times. Somehow he got me to go drinking with him one evening, with the idea of trying out something together, and at the end of the night, we ended up in the toilet (!) of a small bed-sit apartment with an acoustic guitar, trying out a few songs. We didn’t remember the songs next morning, but somehow it felt there was something to it — I mean, I had basically decided that I’m done with music already, but he managed to lure me back in. I had basically hit a wall what comes to writing music, and especially lyrics, but somehow it all started coming back in a good way.

 

We got Mäihä on bass and Uula on second guitar and when we started laying down some tracks with our producer Pekka in the studio, he hooked us up with the ladies, first Hanna and Anni and later Nelli, whose female vocals turned out to be the missing component in quite a few of our songs and sort of gave the final touch to our sound (although it’s obviously still evolving).

 

-How would you define your music?

 

There’s obviously a lot of different elements to it, and it might be that if you hear just a single song, you don’t really get the complete picture. Still, I think there’s a very recognizable identity going through it all. You could play around with terms like “gothic acid rock” or “dark pop” or “occult rock” or whatever, but hey, we’re just stupid musicians, it’s our job to write music, you journalists can pigeon-hole us and come up with the terms that stick 😀 I’m sure it’s gonna be too slick and poppy for the metalheads, too weird and artsy for the mainstream (been there, done that), not to speak of the fact that live, sometimes I forgot that I don’t play in a punk band anymore. But hey, I’m old and wise and I know that this shit is GOOD! 😀

 

-Hard question: what’s the meaning of music to you?

It’s just there, you know? It can be elevator music or a powerful ritual, a nice melody or a groovy riff or a gateway to feelings and things that can not be expressed with words, things that are not black and white but give you the goose bumps. I guess it can even be all those things at the same time — all things to all men, as the cliché goes. When I was a kid, I guess music had a lot to do with self-identification — I guess there was just so much more in David Bowie, Bauhaus, Samhain, Dead Boys, Celtic Frost or whatever than just the music. At one point, having played in a band for a long time (although I still can’t, like, really play anything, well, maybe not even sing) I started slowly feeling like a prostitute, cos I had lost that gut feeling, the naïve, non-analytical way of listening to music. Music was just verses and chorii. There were quite a years when music was almost meaningless to me (and there were really a lot bands that a poor person is subjected to in the modern world that made it all the more worse!), but then, slowly, as music had lost all meaning to me, I sort of found it again — as I said, as something that is just there, for want of a better expression; something you can do all kinds of weird things with it, as long as you don’t analyze it too much. And this goes for both listening to AND playing music. I guess I’m not making a lot of sense, am I, but that is just the point 😀
-If we put together the name of the band and the title of your upcoming album we obtain the sentence: “Sleep of monsters produces reason”; what do you mean?

There is a famous etching by the Spanish artist Francisco Goya called “El sueño de la razón produce monstruos” (1799), “The Sleep of Reason Produces Monsters” that has always fascinated me. You can easily find it on the internet. As I’ve always been somewhat hermetically inclined (as in “As Above, So Below”), I reckoned the opposite must also be true, thus The Sleep of Reason Produces Monsters. Actually, I already wrote the line in an old Babylon Whores track called “Radio Werewolf” back in 2000, so in a way, it’s also a nod to the past.

-Are you somehow nostalgic about superstitions?

Hehe, what do you mean “superstition”? Personally, I think that, say, the idea of constant economic growth is much more based on superstition than e.g. alchemy 😀

-A clear reference to Goya and a song with a title in Latin (Nihil Nihil Nihil); what’s the fastination of southern Europe? How did it influence you?

There’s just such of a rich, dark tradition going back thousands of years. If you want to understand Europe, European culture (or maybe even Europeans), so many roads lead to, uh, Rome, as the saying goes. Not that there wouldn’t be a plethora of fascinating things about the Celtic and Germanic/Nordic culture, too. (Or the Iberian, or Phoenician, or Pre-Colombian, or Lemurian, or…)
-Not only music can inspire musicians; how and how often do you find ideas in other kinds of art?

I guess the Goya piece is something that definitely triggered one, fixed thought in me. In general, though, I think that so many things get mixed up in my head and come back together in the lyrics condensed as analogies — I mean, the main inspiration for me has always been life (and, um, death is a big part of it!), and one has to live, love and explore in order to open up those analogies, to connect the pieces in the puzzle. I think all works of art — music, movies, books paintings, sculpture, architecture — that try to connect to the bigger picture in a meaningful way and are not just derivative drivel, are part of the rich, mysterious tapestry that every living soul can study and find her/himself in it, reflect her/himself in it and maybe even realize something about her/himself in it. In the best case, maybe also in our lyrics.
-Which are your expectations about Produces Reason?

1,000,000 sold copies. If that does not happen, enough so that we can make the next album!
-Where would you particularly like to play a gig?

I’ve always loved castles but never actually played one. I also have cool memories from the House of Blues in Chicago, and some of the old dance halls in the US have this nice, run-down, sleazy atmosphere. Any European town with a historic city centre is always nice. But basically anyplace with some beer and white wine is OK with me!
-Quite often supporting acts – despite their talent – have a hard time catching the audience’s attention. How did you feel at the Helldone?

I think the HIM fans gave us a great welcome, and I’m really grateful for them because of that! (Of course I also have to thank Ville and the guys for giving us the opportunity. [Hmm, actually, we should bug them for more gigs when the album comes out :D]). Seriously, I’ve played quite a few support slots in my time, and not all of them have made much sense — but for the first time, I think I’m in a band that can actually win over quite a few people regardless of the headliner. I think we also went down pretty well supporting death metal bands last Friday 😀
-Thank you for your time; I hope to see you soon again on the stage!

Thanks, Delia, and sorry it took a while! Our album will come out in October, and after that we hope to tour a bit. Before that, there should be another radio promo single in Finland, maybe a vinyl 7″, and we’re also thinking about a video.

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November 29

Nightwish @ Espoo Metro Arena (13 novembre 2015)

Ho rimandato molte volte la stesura di questo post, perché mentre io vivevo il concerto di cui andrò a parlare, altri vivevano una tragedia, e pur non volendomi pronunciare in merito è stato (e rimane) impossibile non pensarci.
Ad ogni modo, non trovo irrispettoso che chi ha la fortuna di poter ancora respirare e vivere le proprie passioni lo faccia; anzi, semmai credo che sia un segno della consapevolezza di questa fortuna.

Il concerto è stato caratterizzato da scelte quantomeno peculiari, a cominciare dal luogo che l’ha ospitato.
Espoo. Perché Espoo?
Per quanto la Metro Arena sia di per sé adatta ad ospitare un evento del genere, è davvero strano per chi vive a Helsinki doversi spostare verso Espoo per andare a vedere un concerto importante. Credo che sia un po’ l’effetto che farebbe ad un milanese un: “Metallica live a Cernusco sul Naviglio”.
Ma va bene, non focalizziamoci troppo su questi dettagli di poco conto.
La cosa che davvero mi ha lasciata con la faccia a forma di punto interrogativo è stata la scelta della band di supporto.
I Beast in Black.
Alla loro prima esibizione.
Sì, avete capito bene: prima esibizione—->gruppo spalla dei Nightwish.
Se non fosse abbastanza, il cantante ce lo fa sapere con orgoglio, preoccupandosi di annunciarlo al microfono.
“E va be’, allora saranno dei fenomeni”, verrebbe spontaneo pensare.
E invece no.
I Beast in Black sono la prova di come si possano prendere dei veri professionisti, musicisti in gamba, metterli insieme ed ottenere un risultato veramente triste.
Ognuno sa suonare bene il proprio strumento e il cantante sa davvero cantare, non c’è dubbio.
Peccato che metà di quello che il pubblico sente siano tastiere, e che sul palco un tastierista non ci sia.
Peccato che i pezzi siano tutti il genere di prodotto che io definisco “cover originali”, ossia: non dei plagi veri e propri; per scriverle basta riprendere pari pari quello che fa un’altra band ben più famosa, rimischiando le parole e le note, senza vera rielaborazione personale e/o artistica; e ciò non ha nulla a che vedere con il discorso delle influenze e dell’ispirazione, anzi, al massimo riguarda la mancanza d’ispirazione.
La furba trovata dei Beast in Black è però quella di creare “cover originali” di gruppi diversi invece di rifarsi sempre al medesimo, come in genere accade. Un po’ di Halloween qui, un po’ di Europe là, addirittura osiamo con un po’ di Duran Duran su un pezzo quasi dance, così passa la paura.
E pensare che la scena underground finlandese è piena di band interessanti e con un minimo di originalità.

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Grazie a Dio, o chi per lui, arriva finalmente il turno dei Nightwish, che mettono in scena un grande spettacolo, da tutti i punti di vista.
Non sono solo gli effetti pirotecnici e le immagini proiettate alle spalle dei nostri beniamini.
E’ l’energia, è la musica, sono le occhiatine complici che si lanciano fra di loro; è il fatto che – al di là di qualche piccola incertezza sulle prime canzoni – Floor sia una grandissima cantante ed un’ottima intrattenitrice, con espressioni del viso impagabili, che riesce ad emozionare ma anche a divertire. Marco non sbaglia una nota, non ha un attimo di cedimento, la carica è la stessa per tutto il concerto.
Tuomas, come al solito, suona le tastiere facendo delle facce degne di un porno.
Troy, il menestrello che con destrezza si giostra fra mille strumenti diversi, ci fa sapere che è molto deluso nel pensare che essendo inglese non potrà mai diventare presidente della Finlandia. Effettivamente son problemi; io, per uno che suona la cornamusa come lui, voterei ad occhi chiusi.
Vorrei tanto vedere Jukka, ma come (quasi) ogni batterista è votato a rimanere indietro, in castigo, ed essendo io una nana davanti al palco, ma in seconda fila, non c’è proprio verso di allungare il collo tanto da riuscire nell’impresa di scorgerlo.
Poi Emppu, il caro Emppu, che oltre ad essere un gran chitarrista ha sempre un sorriso amico per i fan, anche dal palco.
Nella scaletta si sente purtroppo tantissimo la mancanza di pezzi come Wish I Had an Angel e Amaranth che, al di là dei gusti personali, sono pilastri della storia della band. Si tratta comunque di una ben piccola mancanza, trovandosi davanti ad un gruppo che non sbaglia un colpo e durante il cui spettacolo, sulla faccia, senti sia il calore delle fiammate che si alzano dal palcoscenico che quello delle lacrime che inevitabilmente scendono.

Dopo il triste #escile, spopolato sui social network, lancerò un nuovo ashtag ai concerti: #scendimele, riferito alle lacrime.

 

Nightwish Setlist Metro Areena, Espoo, Finland 2015, Endless Forms Most Beautiful

Photogallery (tenendo bene in mente che non sono una fotografa, né aspiro a diventarlo):
https://www.facebook.com/media/set/?set=a.1202823019734891.1073741826.204801529537050&type=1&l=1d2aa19de4

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September 20

Dieci Cose che Odio

AngrySarà colpa del tempo grigio, o forse sarà colpa del fatto che stia passando il sabato a casa a causa degli acciacchi, ma sento nel profondo che è giunto il momento di stilare questa classifica.
Ognuno ha i propri demoni, ma ogni tanto ci tocca subire anche quelli degli altri, e ciò che ne risulta è un prepotente roteamento di coglioni.
Signore e signori, che il circo della bile abbia inizio!

10 – Quelli che ti parlano durante i concerti
Tu sei lì ad un concerto, che magari hai aspettato per mesi e che ora sei fermamente intenzionato a goderti, ma il pericolo è dietro l’angolo: c’è qualcuno che non comprende che per te quello non sia un evento sociale; se solo fossi abbastanza ricco, infatti, pagheresti la band o l’artista per suonare nel salotto di casa tua, ma dal momento che non sei Briatore ti tocca condividere la performance con il resto del mondo. A qualcuno sfugge che comunque tu sia lì per ascoltare musica, e non per ascoltare lui o lei (più spesso lei) blaterare riguardo a qualunque altra cosa.

“Porcoddue, chiudi la bocca, che questa è la mia canzone preferita!”

9 – Sorpassi o rallentamenti alla fine delle scale mobili
Esiste gente che quotidianamente ti fa rischiare la vita pensando bene di sorpassarti e piazzartisi davanti proprio alla fine delle scale mobili, quando tu stai allungando la gamba per toccare finalmente la terraferma. Altri hanno raggiunto l’illuminazione e compreso il significato della vita; ciò li ha portati a dedurre che il primo centimetro quadrato di pavimento dopo le scale mobili sia un gran bel posto per sostare, fare salotto e magari tenere un picnic, ignorando il fatto che i poveri cristi che arrivano da dietro non abbiano molta scelta sulla direzione in cui dirigersi in quel fatidico frangente.
Tutti hanno una cosa in comune: rischiano di dare vita a scene in perfetto stile Benny Hill e di renderne te l’involontario protagonista.

8 – I soggetti che si vantano senza alcun motivo
A questo proposito vedasi anche la definizione di “eroismo a babbo di minchia”, che costituisce parte fondamentale del punto qui affrontato, ma che purtroppo non ne determina il confine.
Ho visto cose che voi umani non potete neanche immaginare: persone vantarsi di parlare cinque lingue senza riuscire a mettere in piedi un discorso sensato in nessuna di esse; gente che “Io lavoro in banca!” e che in banca fa le pulizie.
Capisco che tutto questo in genere sia il prodotto di tanta insicurezza, ma non ne capirò mai la concreta utilità; probabilmente perché non ne ha una.

7 – Il leopardato
Dopo gli anni ottanta speravamo di essercene liberati, e invece no.
Il leopardato è una di quelle cose che tollero solo per scherzo. Posseggo un mouse leopardato e tempo fa avevo un paio di ciabatte leopardate. Fin quando si tratta di trovate goliardiche va tutto bene, ma al di là di questo, io proporrei un referendum per inserirlo fra le violazioni dei diritti dell’uomo.

“Porcoddue, ma non lo vedi che pari zia Assunta?”

6 – La puzza
In particolar modo quella emanata da esseri umani che avrebbero tutte le possibilità e – diciamolo – tutto il dovere di lavarsi, ma si ostinano a non farlo.

“Porcoddue, ma non ti rendi conto di essere fra i maggiori coadiuvanti dell’effetto serra?”

5 – Le faccende domestiche
Non è importante quanto accuratamente tu le svolga, dovrai sempre e comunque occupartene nuovamente, sprecando tempo prezioso che potresti dedicare ai tuoi hobby, ai tuoi cari, o semplicemente alla tua passione per le funzioni vegetative.
Lavare i piatti, riordinare e  pulire casa, cucinare… Ancora, ancora e ancora. Finché morte o vincita alla lotteria non vi separi.

4 – I diversi a tutti i costi
Quelli i cui status facebook riguardano esclusivamente la loro presunta emarginazione. Ovviamente, in realtà, l’unica cosa a differenziarli dall’esere umano medio è il fatto di essere infinitamente più noiosi.

“Voi ridete di me perché io sono diverso, ma io rido di voi perché siete tutti uguali”.
“No tesoro, noi ridiamo di te perché ancora non hai compreso che c’importa sega”.

3 – I centri commerciali
Io sono donna, mi sento donna e adoro la femminilità, ma quando entro in un centro commerciale mi trasformo in un uomo.
Il mio unico pensiero è: prendere ciò che mi serve, pagare e uscire nel minor tempo possibile.
Detesto l’insulsa musica di sottofondo, quando c’è. Detesto la gente che spinge e che non è capace di chiedere permesso. Detesto l’aria condizionata, che riesce ad essere sempre troppo calda d’inverno e troppo fredda d’estate. Detesto avere intorno un mucchio di persone completamente rimbambite, che vagano per la struttura con occhi vuoti che si spostano da un articolo all’altro, completamente dimentiche della ragione per cui si trovano lì; un limbo dantesco e capitalistico.
Un’amica che mi chiede di accompagnarla al centro commerciale mi lascia stupita e sgomenta, esattamente come se qualcuno col sorriso sulle labbra mi guardasse domandando: “Sto andando a farmi cavare un dente; ti va di venire a fartene cavare uno anche tu? Dai! Oggi ci sono gli sconti!”.

2- La xenofobia
Con gli xenofobi davvero non ce la posso fare. Sono giusti loro, col loro colore di pelle, col loro credo, col loro orientamento sessuale, nel luogo in cui sono nati, e tutto il resto è sbagliato. Ignorano il fatto che ognuno dei fattori che ho appena menzionato sia puramente casuale, e che probabilmente le suddette caratteristiche vengano attribuite agli esseri umani non molto diversamente da come accade nel finale di Fantozzi Va in Paradiso, in cui il mitico ragionier Ugo si ritrova a definire i termini della sua prossima reincarnazione attraverso una sorta di roulette/ruota della fortuna. Forti di questa ignoranza e di immotivato orgoglio per cose di cui non hanno alcun merito, vivono la propria vita secondo una logica ben sintetizzata da Alberto Sordi: “Io so’ io, e voi non siete un cazzo”.

1-L’analfabetismo funzionale
Un superpotere di cui spesso gli xenofobi sono dotati, ma che purtroppo è stato distribuito anche a molti altri individui.
L’analfabetismo funzionale è la capacità di leggere non correlata ad una reale competenza in ambito di comprensione del testo.
In altre parole: gli analfabeti funzionali non capiscono un cazzo.
L’avvento dei social network ha reso evidente questa realtà preoccupante, triste e svilente, e ci ha portati a scoprire che anche alcuni dei nostri conoscenti sono passati al lato oscuro, o forse hanno sempre militato fra le sue file a nostra insaputa.
Mi è capitato di discutere con un’interlocutrice che prima d’allora m’era parsa una persona abbastanza intelligente. In quella circostanza sosteneva una tesi opposta alla mia, portando come prova a sostegno delle sue convinzioni uno degli argomenti più schiaccianti nella storia della dialettica: “Il mio ragazzo mi ha detto così, dunque deve essere vero”.
Le ho fatto notare che wikipedia invece era d’accordo con me; per tutta risposta lei mi ha scritto che wikipedia può essere modificata da chiunque e mi ha inviato un link ad un sito che trattava nello specifico l’argomento di cui stavamo discutendo, evidentemente sperando che questo m’avrebbe convinta della correttezza di quanto da lei affermato. Nel momento in cui l’ho aperto, credo di essere diventata verde di rabbia: la primissima frase della pagina, in alto, in evidenza, a caratteri cubitali, recitava parola per parola ciò che io sostenevo.
Da quel momento, naturalmente, nel mio cuore è morto qualunque sentimento di amicizia nei confronti di quella ragazza, ed insieme ad esso un altro frammento della mia fiducia nel genere umano.

0 – Le donne gne gne gne
In posizione zero, al di sopra del podio, come bonus, una categoria umana che mi fa perdere le staffe come niente altro al mondo: le donne inutili.
Sono frivole al punto da far sembrare un numero di Vanity Fair la Divina Commedia; a sentirle parlare ti dimentichi la tabellina del due. Sono caratterizzate da incompetenza cronica e svogliatezza riguardo a qualunque cosa; non hanno mai letto un libro se non una volta, nell’82, per fingersi intelligenti davanti al tizio che speravano di accalappiare. Il suddetto tizio è cascato nella trappola, e loro adesso passano la vita ad impestargli la bacheca facebook di foto di gattini ed altre amenità. Guardano i reality show, perché non hanno un hobby né uno scopo nella vita, e per mantenersi coerenti con l’essenza del proprio essere non possono utilizzare il tempo libero in maniera costruttiva. Annoiano gli uomini parlando loro di rossetti e smalti o sputando cattiverie su altre donne, spesso colpevoli di non essere altrettanto insignificanti.
Si preoccupano solo delle apparenze e mai dei contenuti; vedono il sesso come un favore da fare di malavoglia ai maschi; sono solo le figlie, le sorelle o la fidanzate di qualcuno, e se mai diventeranno madri sarà perché è giunta l’età in cui se non hai un figlio ci fai un po’ la figura della sfigata. Le donne gne gne gne sono coloro che in due o tre decenni di vita riescono a buttare nel cesso secoli di dura lotta per l’emancipazione femminile.
Beh, dai, alla fine, tutto sommato, un talento ce l’hanno.

June 4

Jovanotti e il Lavoro Gratis

A Firenze, davanti ad un pubblico di giovani studenti, Jovanotti si è espresso a favore di quello che ha definito “volontariato”.
Poco dopo, in un’intervista, ha smentito di essere favorevole al lavoro gratuito, insistendo di aver semplicemente raccontato la propria esperienza, dal momento che lui da ragazzino si divertiva come un matto facendo il cameriere (e non venendo pagato).

Tipico degli ultraconservatori: dire una cosa e smentirla trenta secondi dopo, una volta messi davanti alle estreme conseguenze di quello che hanno appena affermato.
Lo vedo tutti i santi giorni. Lo vedo nei leghisti che si offendono quando fai notar loro che Gesù non era italiano, e che quindi la loro battaglia per il crocifisso nelle scuole mal si combina con la volontà di respingere chi arriva da lontano. Lo vedo in chi insiste riguardo al fatto che l’attuale crisi mondiale sia colpa delle donne, che rubano il lavoro agli uomini e non accettano più il loro “ruolo naturale” (ergo: stare a casa, pulire e sfornare bambini), nel momento in cui – quando fai notar loro che un sistema che obbliga la donna alla dipendenza e alla subordinazione, è un sistema che la obbliga a subire in silenzio i soprusi, in modo da non perdere l’unico posto e l’unico potere che le vengano concessi –  ti accusano di metter loro in bocca parole che non han mai detto, perché ovviamente son contrari alla violenza, ed intendono solo difendere la “diversità dei ruoli”.
Oggi lo vedo anche in Jovanotti, che presenta ai giovani che saranno il nostro futuro lo sfruttamento in chiave positiva, per poi chiarire che intendeva solo spolverare bei ricordi d’infanzia.
“Quel lavoro non è gratis, costruisci un qualcosa dentro di te”, ha detto.

Quando si tratta di comunicazione, ho due saldi principi: bisogna sempre considerare il contesto, e ci si deve prendere la responsabilità di quello che si dice.
Un messaggio del genere, in un Paese in cui i giovani vengono chiamati “bamboccioni” o “choosy” dai politicanti, ed in cui – quando si tratta di stage – si è passati da rimborsi spese ridicoli al dover pagare per lavorare, è terrorismo sindacale.
Il volontariato è cosa nobile e lodevole, quando lo si fa per associazioni non profit, o magari anche per piccole imprese vicine al fallimento; il lavoro gratuito per gente che su quel lavoro guadagnerà, e guadagnerà una barcata di soldi, non si chiama “volontariato”, ma “sfruttamento”.

Certi discorsi mi fanno venire i brividi soprattutto quando fatti da genitori, che in quanto tali dovrebbero essere i primi a lottare per il futuro dei propri figli, ma che a quanto pare – di questi tempi – sono in prima fila contro i provvedimenti disciplinari nelle scuole quando toccano i propri pargoli, ma non capiscono che lasciarsi andare al nonnismo da caserma in ambito lavorativo  ha distrutto e distrugge l’economia.
Mi spiace, ma andare a fare compagnia ad un anziano, aiutare giovani con dei problemi, cercare di ripulire un poco le strade della propria città, non è uguale ad aiutare un miliardario a non doversi preoccupare di pagare la mano d’opera. Quest’ultima “esperienza” costruisce qualcosa dentro il giovane: sì, la convinzione fantozziana che in fin dei conti a farci lavorare ci facciano un favore.
Nessuno nega a Jovanotti la possibilità di raccontare aneddoti riguardanti la propria infanzia, nel caso in cui qualcuno sia interessato ad ascoltarlo, ma in una conferenza incentrata sul futuro e sul lavoro sarebbe stato doveroso, se davvero non avesse voluto difendere lo sfruttamento, raccomandare ai ragazzi di non fare quel che ha fatto lui, o perlomeno non elogiare i ragazzi americani che sono andati a lavorare gratuitamente per giganti dell’industria durante festival importanti.
Qui si lancia la pietra e si nasconde la mano, sempre e comunque.

April 22

Ombre

Guardo la pagina di Gino Strada, mi capita di scorrere i commenti; noto che spesso lo staff è costretto ad informare gli utenti di aver cancellato i loro commenti perché contenenti insulti.
“Saranno ragazzini che non hanno un cazzo da fare nella vita”, penso, e spero, poi clicco sui nomi, do un’occhiata ad un paio di profili, e vedo una pensionata, che nella foto di copertina esibisce affetto per il proprio cane abbracciandolo stretto, poi vedo un quarantenne.
Ripenso a tutti quelli che hanno gioito degli ottocento morti in mare (sì, pareva che fossero settecento, invece purtroppo son molti di più), e mi rendo conto più che mai che è davvero ora di smetterla di parlare di “opinioni diverse” e di cominciare a capire che il Male è tornato, se mai se n’è andato.
In particolare mi dispiace per i sopravvissuti ai campi di concentramento, perché io al posto loro avrei sperato che le atrocità vissute fossero perlomeno servite ad abbattere dei muri, a rendere l’umanità un po’ più umana.
Invece eccoci qua, settant’anni dopo, con le stesse ombre che strisciano fuori dagli angoli in cui si erano nascoste, e si riavvicinano nel tentativo di divorarci il cuore.

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