May 4

Goodbye Malinconia – Lettera Aperta a Napolitano

10 Maggio 2011
Gentile signor Presidente,
mi pare innanzitutto corretto presentarmi. Sono Delia Tannino, una ragazza di vent’anni, figlia di Pugliesi migrati a Milano negli anni ’60, alla ricerca di un lavoro; mio fratello maggiore è da qualche tempo emigrato in Russia e adesso con tutta probabilità arriverà il mio turno.
Intendiamoci, io mi sono già trasferita: nove anni fa da Milano alla provincia di Oristano, sette mesi fa dalla provincia di Oristano a Roma;
sa quali sono le differenze, signor Presidente?
Ad Oristano non ci sono posti di lavoro, a Roma invece ce ne sono a volontà… per chiunque abbia 23 anni, sia già laureato, abbia almeno un anno di esperienza lavorativa alle spalle e sia disposto a faticare praticamente a gratis. Se non mi crede le basterà dare una veloce scorsa ad un qualunque sito di annunci.
Sa, signor Presidente, io non sono proprio quella che comunemente si definisce una buona a nulla: mi sono diplomata al Liceo Scientifico, ho pubblicato un romanzo a diciannove anni e sto attualmente scrivendo il seguito, sono una grafica autodidatta, per mettere in piedi il mio sito mi sono con gran successo improvvisata webmistress, il mio Inglese è di gran lunga migliore di quello di molti cosiddetti insegnanti e, pensi, addirittura -a differenza di chi esce dal Grande Fratello e fa una fortuna con le serate in discoteca- parlo divinamente la mia lingua madre;
eppure per me -che non ho nessuna intenzione di lavorare otto ore al giorno per cinquecento euro al mese, o di ottenere un posto, più che entrando nelle grazie del datore, lasciando che lui entri nelle mie– non c’è niente.
Sono una scrittrice che non riesce a trovare un diavolo di impiego per sbarcare il lunario in attesa che arrivi la fortuna; non un posto come cameriera, non un posto come donna delle pulizie, non un posto come commessa, non un posto come aiuto-compiti per qualche liceale… potrei andare avanti all’infinito. Per una giovane che abbia intenzione di lavorare in maniera legale e dignitosa, e che non sia disposta a lasciarsi sfruttare, in questo Paese non esistono possibilità.
Lei lo sa di chi è la colpa, signor Presidente?
No, non è dei fantomatici stranieri; dopo la Seconda Guerra Mondiale trovo a dir poco ridicolo che qualcuno creda ancora a queste favole. I meridionali sono migrati verso Nord, e il Nord è cresciuto; noi Italiani siamo emigrati negli Stati Uniti, e gli Stati Uniti sono cresciuti; degli stranieri arrivano in Italia e l’economia italiana va a rotoli. No, mi spiace, non funziona.
Sono stanca di scuse come questa;
sono stanca di vivere in un Paese in cui i proprietari delle imprese pensano di poter sfruttare i lavoratori, pretendendo poi che quegli stessi lavoratori abbiano il denaro per acquistare i loro prodotti;
sono stanca di una democrazia teorica, che si traduce, in pratica, in una monarchia con pochi re e molti cortigiani;
sono stanca di vivere in un Paese in cui la gente di mattina si chiede quale concorrente sia stato eliminato dall’Isola dei Famosi e non chi abbia eliminato Stefano Cucchi… dalla faccia del pianeta;
sono stanca di vedere lei e altri illustri politici alle manifestazioni che si propongono di onorare la memoria di Paolo Borsellino, quando proprio Borsellino fece il nome del nostro Presidente del Consiglio in un’intervista riguardante i legami fra mafia del Sud e imprenditori del Nord; basterebbe un’occhiata a Wikipedia per scoprirlo;
sono stanca di passare per quella con la puzza sotto il naso semplicemente perché non ritengo né giusto, né normale, dover cedere a sfruttamento e soprusi per poter portare a casa il pane;
sono stanca del Popolo italiano sapientemente ridotto a massa italiana;
sono stanca di avere tutte le capacità e tutta la voglia di raggiungere l’indipendenza economica, ma nessuna possibilità di farcela.
A causa di tutti questi orrori, sia morali che puramente pratici, mi vedo costretta a prendere seriamente in considerazione l’idea di trasferirmi all’estero, proprio come nella canzone di Caparezza, Goodbye Malinconia.
“E chi vuole rimanere, ma come fa?
Ha le mani legate come Andromeda.”
Vede, signor Presidente? Un rapper con i capelli da pagliaccio, in pochi anni di carriera, ha fatto molto più per il proprio Paese di quanto non abbiano fatto, in decenni, i tre quarti dell’attuale classe politica.
Se mai dovesse capitarle di leggere un mio libro, sarà a sua discrezione pensare a me come ad un altro “cervello in fuga” o come a “braccia rubate all’agricoltura in fuga”, ma di fatto, signor Presidente, è pur sempre in fuga che sono.
È di fondo per questo che le scrivo: lei è il Presidente della Repubblica, ma continuando di questo passo, a breve, non avrà più un bel niente a cui presiedere, “tanto se ne vanno tutti, da qua se ne vanno tutti”.
Cordiali saluti,
(cordiali quel tanto che la legge mi impone in virtù della sua carica)
Delia Tannino
P.S. Da Londra, da Helsinki, da Stoccolma o da qualunque città io scelga di far diventare la mia nuova casa, ho tutta l’intenzione di continuare a dare, nel mio piccolo, del filo da torcere ai “pochi re e molti cortigiani” italiani. Di certo non sono Guy Fawkes, ma la storia ci insegna che le parole possono avere una carica esplosiva di gran lunga più spaventosa della polvere da sparo.



Posted May 4, 2014 by Delia in category "Pollitica

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