February 18

Beyond Folk: Interview with Nanna Barslev – Oltre il Folk: Intervista con Nanna Barslev

In 2022 the heart of those who love Viking atmospheres were stolen by an incredibly soulful album: Lysbærer, by Nanna Barslev, singer, author, multi-instrumentalist and cultural heritage manager. I had the honor and pleasure to interview her.

When and how did your interest towards folk music start?

My interest in folk music started as a child singing  church songs that had a folky origin. I was playing on our old wooden organ we had in the living room. Later I started singing folk/medieval ballads. I was generally inspired by singing tunes and I listened a lot to Sissel Kyrkjebø and her singing style . My sister and I started composing medieval / Viking music (as we called it) in the beginning of the 90thies where not many could understand that kind of music. Later I formed Gny, Asynje and Huldre composing new crossover music and some interpretations of folk ballads as well.

Are there other traditions apart from the Northern European ones you’re particularly interested in?

 I think my interest is mostly focused around different European cultures and the similarities between norse celts and Slavic folklore etc , but it’s always interesting to see the similarities in mythology all over the world like all stories are connected no matter what culture your heritage from.

What are your main instruments?

My voice is mymain instrument if you can call it that – as I see myself mainly as a singer but I have also played drums, bodhran and other percussions for many years. For some years now I have been playing Islandsk Langspil, tagelharpa and moraharpa, all bowed instruments. The vibrations from those really fascinate me. I’m not a virtuoso on those historical instruments, but I use them as a grounded organic feeling and riff drone that resonate with the voice .

You’re a nature cultural heritage manager; what does it mean? Do you see it as something connected to your work as a musician?

Yes, that’s a good question. I’m an educated natural cultural heritage manager with many different themes, and yes, I use it in many ways in my work and music, both ways around. For example when I dive into a subject of folklore and ancient descriptions I focus on all aspects and with a kind of scientific approach.
I’m also working with workshops and events in museums and libraries with music as a theme . Structure and plans for concepts, descriptions etc all is connected to methods I both used in my education and music career through the time.

Why folk music in 2023?

Folk music is a part of the energy that is handed over from generation to generation.  Even if it’s new composed folk,  it’s like mixing past and present telling a story.

The extreme right wing tried and tries very often to claim ownership of Nordic traditions; what do you think about it?

For many years I have dealt with a few people who think that the so-called Viking music and traditions are related to a different kind of ideology on the extreme right wing. Today the genre is more popular and I think it means that historical knowledge and common interest in Nordic traditions are now accepted by more people. With new information and interpretations also from archaeologists, museums etc the focus on those traditions has changed – also the pagan subculture that have a more animistic approach to the subject nowadays. 

Did reality meet your expectations about the way the audience received your album, Lysbærer?

It is amazing I still get messages from people who listen to my album everyday and use it for meditation, healing , ceremonies, crafting etc. This makes me so happy and I’m honored cause that was my intention for this album “ for people to dive into emotions”.  I also received  a lot of really amazing reviews from magazines all over the world. Those who listen and review my music really understand the depth in it, that’s really wild. 

Do you think that the series Vikings influenced people’s interests even music wise?

Oh yes, before Vikings not many knew about the genre, people sometimes asked me if it was irish music and I had to explain. Now the genre is exploded after Vikings with, for example, Wardruna’s unique sound and more.

How important are lyrics in your songs?

In some songs the lyrics are very important and in some I don’t even have to sing lyrics; it’s more about the atmosphere. For me the most important thing in a song is to communicate a story and an energy,  specifically when I use Edda poems or old spells. 

What should we expect from you in the near future?

I’m working on new songs , and I’m working on gathering a live band lineup, until now I’ve mostly played my songs solo. And then I have thousands of other ideas and many interesting music collaborations and bands! Ha ha! So it’s always interesting for me where I’ll be going… 

Thank you very much for your time, Nanna. It was a privilege to have the chance to interview you!

And thank you Delia for your interest and your very good questions. Greetings from Denmark, Nanna Barslev 

(Italiano)

Nel 2022 il cuore di chi ama le atmosfere vichinghe è stato rubato da un album carico di atmosfere e sentimento: Lysbærer, di Nanna Barslev, cantautrice, polistrumentista e professionista nell’ambito della gestione del patrimonio culturale. Ho avuto l’onore e il piacere di intervistarla.

Quando e come è nato il tuo interesse per la musica folk?

Il mio interesse per la musica folk è cominciato quando ero bambina, cantando canzoni di chiesa che avevano un’origine popolare. Suonavo il vecchio organo di legno che avevamo in soggiorno. In seguito ho iniziato a cantare ballate folk/medievali. In generale mi sono ispirata alle melodie cantate e ho ascoltato molto Sissel Kyrkjebø e il suo stile di canto. Io e mia sorella abbiamo iniziato a comporre musica medievale/vichinga (come la chiamavamo) all’inizio degli anni ’90, quando non molti riuscivano a capire quel tipo di musica. Successivamente ho formato i Gny, gli Asynje e gli Huldre componendo nuova musica crossover e anche alcune interpretazioni di ballate folk.

Ci sono altre tradizioni oltre a quelle nord europee che ti interessano particolarmente?

 Penso che il mio interesse si concentri principalmente sulle diverse culture europee e sulle somiglianze tra i celti norreni, il folklore slavo e così via, ma è sempre interessante vedere le somiglianze nella mitologia di tutto il mondo come se tutte le storie fossero collegate indipendentemente dalla provenienza della tua eredità culturale.

Quali sono i tuoi strumenti principali?

La mia voce è il mio strumento principale se così si può chiamare – dato che mi vedo principalmente come cantante, ma ho anche suonato la batteria, il bodhran e altre percussioni per molti anni. Da qualche anno suono anche il langspil islandese, la tagelharpa e la moraharpa, tutti strumenti ad arco. Le loro vibrazioni mi affascinano davvero. Non sono una virtuosa di questi strumenti storici, ma li uso per ottenere un sentimento naturale e radicato, una sorta di ronzio ridondante che risuona con la voce.

Sei una “nature cultural heritage manager”; cosa significa? Lo vedi come qualcosa di connesso al tuo lavoro di musicista?

Sì, questa è un’ottima domanda. Ho studiato per occuparmi della gestione del patrimonio culturale naturale in molti diversi aspetti e sì, uso questa cosa in molti modi nel mio lavoro e nella mia musica, e viceversa. Ad esempio quando vado a fondo in un argomento nell’ambito del folklore e di descrizioni antiche mi concentro su tutti gli aspetti e lo faccio con una sorta di approccio scientifico.
Sto anche lavorando nell’ambito di laboratori ed eventi nei musei e nelle biblioteche con la musica come tema. Struttura e piani per concetti, descrizioni ecc. Tutto è collegato ai metodi che ho usato sia nella mia formazione che nella mia carriera musicale nel tempo.

Perché la musica folk nel 2023?

La musica folk fa parte dell’energia che si tramanda di generazione in generazione. Anche se si tratta di musica folk composta di recente, è come mescolare passato e presente raccontando una storia.

L’estrema destra ha cercato e cerca molto spesso di rivendicare la proprietà delle tradizioni nordiche; cosa ne pensi?

Per molti anni ho avuto a che fare con alcune persone che pensano che la cosiddetta musica e le tradizioni vichinghe siano legate a un diverso tipo di ideologia dell’estrema destra. Oggi il genere è più popolare e penso che significhi che la conoscenza storica e l’interesse comune per le tradizioni nordiche siano ora accettati da più persone. Con nuove informazioni e interpretazioni anche da parte di archeologi, musei, ecc., l’attenzione su quelle tradizioni è cambiata, come la sottocultura pagana che al giorno d’oggi ha un approccio più animistico all’argomento. 

La realtà ha soddisfatto le tue aspettative in merito al modo in cui il pubblico ha accolto il tuo album, Lysbærer?

Trovo incredibile ricevere ancora messaggi da persone che ascoltano il mio album ogni giorno e lo usano per la meditazione, la guarigione, le cerimonie, il creare con le proprie mani ecc. Mi rende davvero felice e sono onorata, perché quella era la mia intenzione per questo album: “far immergere le persone nelle emozioni”. Ho anche ricevuto molte recensioni davvero straordinarie da riviste di tutto il mondo. Coloro che ascoltano e recensiscono la mia musica capiscono davvero la sua profondità. Davvero non ci si crede!

Pensi che la serie Vikings abbia influenzato gl’interessi delle persone anche dal punto di vista musicale?

Oh sì, prima di Vikings non molti conoscevano il genere, a volte la gente mi chiedeva se fosse musica irlandese e io dovevo spiegare. Ora il genere è esploso dopo Vikings, per esempio col sound unico dei Wardruna e altri ancora.

Quanto sono importanti i testi nelle tue canzoni?

In alcune canzoni i testi sono molto importanti, mentre in non c’è nemmeno bisogno di cantare vere e proprie parole; si tratta più di un’atmosfera. Per me la cosa più importante in una canzone è comunicare una storia e un’energia, in particolare quando uso l’Edda in poesia o antichi incantesimi. 

Cosa dobbiamo aspettarci da te nel prossimo futuro?

Sto lavorando a nuove canzoni e sto lavorando per creare una lineup per une esibizioni dal vivo; fino ad ora ho suonato le mie canzoni principalmente da sola- E poi ho migliaia di altre idee, molte collaborazioni musicali e band interessanti! Ah ah! Per me è sempre interessante vedere un po’ dove andrò…

Grazie mille per il tuo tempo, Nanna. È stato un privilegio avere la possibilità di intervistarti!

E grazie Delia per il tuo interesse e le tue ottime domande.
Saluti dalla Danimarca, Nanna Barslev 

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September 15

“Caro Zucchero, ti chiedo scusa”

15 settembre 2017

Caro Zucchero,
ti chiedo scusa. Forse però è il caso di spiegarti perché.
Ho ventisei anni e la musica, insieme alla letteratura, è da sempre per me ragione di vita. Vivo in Finlandia, ho fondato una band di nome Strega, in cui canto e scrivo i testi. Suono, o perlomeno cerco di suonare, quattro strumenti, e credimi, non spero certo di impressionare nessuno scrivendoti queste cose, le menziono piuttosto per darti un’idea di quanto spazio e di quale posto la musica occupi nella mia esistenza.
Sin da quando ero bambina ho amato molto alcuni tuoi pezzi; ero adolescente quando uscì la tua superba Indaco dagli Occhi del Cielo, che non solo mi piacque molto, ma mi lasciò dentro un segno che ancora oggi, a distanza di un decennio, non sono in grado di spiegare del tutto. Sospetto che abbia qualcosa a che fare con una forma di spiritualità profonda, distante anni luce da ogni tipo di bigottismo.
Eppure mi stavi antipatico.
Avevo nella mente ben fissa l’immagine di te che ringhiavi: “Ti sputo in bocca!”, le orecchie piene delle accuse di plagio a te rivolte.
Tuttavia non provare simpatia nei confronti di un artista non mi ha mai impedito di riconoscerne la qualità e di apprezzarne i lavori.

Alla fine di agosto, per puro caso, passando davanti al Tavastia, a Helsinki, ho letto il tuo nome nell’elenco dei prossimi concerti. Lo stupore è stato doppio: da un lato il Tavastia è un locale dove si esibiscono in genere band metal, dall’altro… “Caspita, Zucchero suona a trecento metri da casa mia!”.
Così ho comprato il biglietto, per curiosità, ma anche a scopo didattico, perché quando si spera di riuscire – un giorno – a vivere della propria musica, è giusto e costruttivo guardare da vicino chi non solo ce l’ha fatta, ma ce la fa da trent’anni.
Sono venuta al tuo concerto, riuscendo ad accaparrarmi un posto in prima fila, attaccata alla transenna, come piace a me.
Mi aspettavo semplicemente una serata gradevole, invece tu mi hai fatta ballare, cantare, saltare, urlare. Mi hai scaldato il cuore, mi hai commossa, mi hai fatta ridere di gusto. Hai suscitato in me stima e rispetto con il tuo genuino lasciare spazio ai fantastici musicisti che ti accompagnano. Di nuovo mi hai fatta ridere indicando me e il tuo tastierista sull’inizio di Senza una Donna, come se ti riferissi a noi due e io gli avessi spezzato il cuore, col tuo sguardo che si faceva sempre più divertito mentre domandavo: “Ma che dici? Chi? Io?”.
Insomma, contro la mia volontà, mi sei stato simpatico, e tanto.
Mi ha fatto uno strano effetto guardarti negli occhi senza i tuoi inseparabili occhiali da sole, perché ci ho visto dentro il riflesso di un’anima fragile.
Tornata a casa inevitabilmente, oltre a cominciare ad ascoltare a rotazione i tuoi pezzi, ho letto e guardato articoli, commenti e video in cui ti si accusava aspramente di svariati plagi, e lì mi sono resa davvero conto di quante cattiverie ti vengano rivolte.
C’è ignoranza o persino perfidia nell’accusarti di aver copiato Everybody’s Got to Learn Sometime, mentre Indaco dagli Occhi del Cielo ne è dichiaratamente la versione italiana (per non parlare del fatto che, in tutta onestà, l’hai resa di una poeticità immensa); lo stesso vale per chi ti attacca dal momento che in Un Kilo il riff è identico a quello di The Seed 2.0, dei Rooths. Certo: perché l’hai realizzata in collaborazione con il loro batterista; e potrei andare avanti citando pezzi che hai dichiaratamente ripreso, o a cui semplicemente hai fatto riferimento, senza mai mancare di rielaborare in maniera artistica, venendo riempito di calunnie da individui che non capiscono le regole della composizione e che non sanno come l’arte si cibi sempre di altra arte.
Poi mi è capitato di leggere una tua lettera ad un giornale, in cui definivi “diabolico” il modo di dipingerti di molti giornalisti, e mi sono sentita terribilmente in colpa, perché per tanti anni anch’io ho prestato ascolto a quel modo diabolico di dipingerti, mentre davvero non te lo meritavi. Per troppo tempo ho tenuto fede ad un modo pregiudizioso di guardarti e mi dispiace davvero, anche da un punto di vista egoistico, perché fa male rendersi conto di aver nutrito tanto a lungo un pregiudizio.
Certo, i giornalisti hanno avuto la loro fetta di colpa, ma io – soprattutto in qualità di fan di Michael Jackson, con una lunga esperienza nel vedere il proprio beniamino massacrato dai media – mi sarei dovuta informare molto prima, avrei dovuto darti il beneficio del dubbio e venire a guardarti più da vicino; invece l’ho fatto solo qualche giorno fa.
Mi auguro che anche per te valga la regola del “meglio tardi che mai” e spero di cuore che tu possa perdonarmi.
Purtroppo hai avuto la sfortuna di nascere in un Paese in cui un artista che ha lavorato con i Queen, Sting, Ray Charles e mille altri, invece di essere un vanto diventa un bersaglio; ma io non ho più intenzione di sparare, né di essere complice di chi lo fa.
Con affetto (sì, adesso te ne porto, e parecchio)
Delia

February 24

Il Violino e l’Arte di Procrastinare – The Violin and the Art of Procrastinating

(English version below)

Abbiamo tutti quel qualcosa che un giorno ci piacerebbe fare, vedere, raggiungere o provare, un sogno nel cassetto; perché l’essere umano ha bisogno di una direzione, altrimenti non avremmo inventato le bussole.
Sin da piccoli però ci viene detto e ribadito che non si può avere tutto, ma soprattutto non si può avere tutto e subito. Giusto e sacrosanto.
Saper aspettare il proprio turno è fondamentale, perché significa rispettare il turno degli altri; importante è anche sapersi dare delle priorità, nel caso in cui i nostri desideri vadano – per loro natura – a cozzare l’uno contro l’altro, visto che nessuno di noi (almeno, che io sappia) possiede il dono dell’ubiquità, né gode di un’infinita quantita di tempo da spendere su questa terra.
Ma c’è davvero sempre bisogno di aspettare?
Il web pullula di inviti a vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo, ma io non credo mai a questa sorta di populismo psicologico da social network. Piuttosto credo che quando si pensa a qualcosa che si desidera, sia il caso di chiedersi: “Perché non andesso?”.
Se c’è davvero qualcosa da attendere prima che un avvenimento si verifichi, qualcosa che è giusto e legittimo pensare che possa cambiare in tempi brevi, ma che non possiamo noi stessi influenzare nell’immediato, allora l’attesa non solo è giustificata, ma rappresenta un atto di forza, un non farsi trascinare dalla corrente preferendo puntar dritto a cio che realmente si vuole.
D’altro canto però, mentire e procrastinare sono due arti in cui gli esseri umani sono incredibilmente abili.
A volte siamo talmente abituati all’idea che per ottenere qualcosa di valido o di desiderato si debba aspettare, da non renderci conto che la svolta che stiamo aspettando non arriverà mai, anche perché non è niente di ben definito. A volte neppure noi sappiamo quale sia la conditio sine qua non del nostro sogno; magari perché, semplicemente, non esiste.
Nella vita non ho mai aspettato che le cose belle piovessero dal cielo, ho sempre vissuto nell’ottica di dovermi impegnare per raggiungere dei traguardi; chi crede nell’astrologia direbbe che non avrebbe potuto essere diversamente, dato che sono nata sotto il segno del Capricorno. Eppure ci sono cascata anche io, e non per un anno o due.
Ho sempre desiderato suonare il violino, ma da bambina non sono mai stata presa troppo sul serio; “Magari un giorno”, “Prima o poi”, mi sono sentita rispondere, fin quando – finalmente – all’età di undici anni mi venne regalato il tanto desiderato violino, da cui però non riuscii mai a cavare qualsivoglia suono. Scoprii anni dopo che non era stato a causa della mia incapacità, ma che i miei genitori erano stati truffatti; era stato loro venduto un violino da arredamento, spacciato per vero e proprio strumento musicale.
Da allora ogni volta che mi capitava di vedere un violino, ho sempre sentito una stretta al cuore. Mi ritrovavo davanti all’aborto di un sogno.
“Avrei sempre voluto suonare il violino, ma non succederà mai” pensavo nei momenti più negativi.
“Magari un giorno”
mi concedevo invece di fantasticare quando ero in buona.
 Ciononostante non ho mai neppure osato provare a mettere dei soldi da parte per acquistarne uno.
“Magari un giorno, magari un giorno”, e così son passati una ventina d’anni dal momento in cui per la prima volta ho sentito forte e chiaro il desiderio di imbracciare lo strumento.
Poi un bel giorno mi sono resa conto che non c’era un bel niente da aspettare, che ogni altro giorno d’inutile attesa sarebbe stato solo un giorno in meno di violino nella mia vita, che persino la disponibilità economica era una bugia, perché gli strumenti musicali si comprano anche a rate, come le case, e non necessariamente sono meno importanti di queste ultime.
Così, questa è la storia di come il violino mi ha strappata alle braccia dell’arte di procrastinare; ma la cosa più eccitante è che non si tratta di un finale, bensì di un inizio.

The Violin and the Art of Procrastinating

We all have that something that someday we would like to do, to see, to reach or to try, a secret dream, because a human being always needs a direction, otherwise we wouldn’t have created compasses.
Since childhood we are tought that we can’t have it all, and especially that we can’t have it all here and now. Right and fair.
Being able to wait for your turn means to be able to respect the moment when it’s someone else’s turn; it is also important to be able to give ourselves priorities, especially when our desires take too different direction because (at least as far as I know) to none of us belongs the gift of ubiquity, neither we have unlimited time to spend on this earth.
But do we really always need to wait?
The web is full of  contents inviting people to live every day like it were the last, but I never believe in this sort of social network populism.
I believe, instead, that when we’re thinking about somthing we long for, we should ask ourselves: “Why not now?”.
If there’s really something to wait for before something else can happen? Something we can rightfully think will change but that we cannot affect ourselves? In that case the waiting is not only justified, but it’s actually an act of strenght, a way of being loyal to ourselves sticking to what we actually want.
On the other hand, lying and procrastinating are two arts the human kind is incredibly skilled in.
Sometimes we are so used to the idea that we’re supposed to wait in order to gain something good that we don’t realise that, actually, the turning point we’re waiting for will never come, because it’s not something well defined. Sometimes we don’t know ourselves what our dream’s conditio sine qua non is; maybe simply because it doesn’t exist.
I’ve never been waiting for things to happen randomly, I’ve always been thinking that I had to work in order to reach my goals; those who believe in astrology would say that it couldn’t be any other way, since I was born under the sign of Capricorn. Still I got tricked, and not only for a year or two.
I always wanted to play the violin, but as a little girl I was never taken too seriously; “Maybe one day”, “Sooner or later” were always the answers, till when one day – finally – at the age of eleven, I was gifted a violin, as I always wished for, but I never managed to get any kind of sound out of it. I found out years later that it was not due to my lack of skills, but that my parents were scammed; someone sold them a decorative violin as a real and proper music instrument.
Since then, every time I saw a violin my heart was aching. I found myself in front of the abortion of a dream.
“I always wanted to play the violin, but it’s never going to happen” I thought in the most negative moments.
“Maybe one day” I allowed myself to think instead when I was in a good mood.
Despite this, I never even dared to try to save money in order to buy one.
“Maybe one day, maybe one day”, and it was like this that about twenty years went by since the moment when I first felt clearly that I wanted to have the instrument in my hands.
Then one day I realised that there was nothing to wait for, that every day added to my useless wait was just going to be one more day in my life without violin, and that even waiting for being able to afford one was a lie, because even music instruments can be bought in time, like houses, and they’re not necessarily less important than the latters.
So, this is the story of how the violin stole me from the arms of the art of procrastinating; and the most exciting thing is that this is not an ending, but a beginning.

August 1

Rammstein in Finnland

IMG_2058(English version below)

Seinäjoki, Provinssi, 2 luglio 2016. Il tempo è incerto, l’attesa infinita, resa ancora più pesante dal fatto che Juha Tapio proprio non sia nelle mie corde, e sospetto neppure in quelle della maggior parte dei fan dei Rammstein; la situazione non viene certo migliorata dai Biffy Clyro che – eccezion fatta per un paio di pezzi che si distinguono – sembrano suonare per una decina di volte la stessa canzone.
In qualche modo però il tempo passa, fra due chiacchiere con gli altri fan con un po’ di sale in zucca ed una mezza discussione con le barbie dotate di mascherone di trucco, ciglia fine e push up che – arrivate alle sei di sera – per qualche oscuro motivo credono di meritare la prima fila più di chi è lì dalle undici di mattina.
La politica dello staff dei Rammstein dà però ragione a loro, dal momento che circa mezz’ora prima dello spettacolo vengono scelte per entrare nel backstage. Qualcuna, nel venire aiutata a scavalcare la transenna, ci fa ciao con la mano, della serie: “Addio, sfigati!”. Molte bionde, parecchie in abiti provocanti, qualcuna decisamente volgare, tutte truccatissime e giovanissime; di quelle che intravedo sfilare fra la transenna e il palco, la più vecchia avrà forse ventun anni. Nemmeno un uomo, alla faccia di chi crede che il sessismo vada sempre e solo a scapito delle donne.
Fu decisione del manager in vista del fatto che il concerto verrà registrato o tentativo di soddisfare la lussuria dei membri della band? Ai posteri l’ardua sentenza.
Certo, rosichiamo un po’, ma almeno ce le hanno levate di torno e non dovremo più sopportarle mentre sgomitano e spingono, assumendo però un’aria innocente quando viene detto loro di piantarla.

IMG_2041Finalmente tutto è pronto. Una scritta sugli schermi ci chiede di non curarci delle telecamere e di goderci lo spettacolo, poi parte il conto alla rovescia, naturalmente in tedesco, a dimostrare che per conquistare il mondo non servono i carri armati, ma le note giuste.
I Rammstein dal vivo sono esattamente come su disco.
In tanti anni di concerti ho assistito a pochissime esibizioni in cui nessuno abbia commesso fosse anche il più piccolo errore, ma questa fa sicuramente parte dello sparuto elenco.
Hanno energia da vendere, ben al di là delle fiammate sparate appena un paio di metri sopra le teste dei fan. Sanno essere precisi, teatrali, coinvolgenti; una di quelle band che chiunque sogni di fare musica per vivere dovrebbe vedere almeno una volta nella vita; una sorta di La Mecca del metal.
La setlist è completa e ben bilanciata, nonostante la grande assente: Rosenrot.
Till Lindemann sembra affrontare lo show più come un attore che debba rimanere fedele al personaggio durante tutta la performance che come un cantante che si esibisca in singole canzoni; ha uno sguardo che fa gelare il sangue e – a differenza di quanto spesso accade ai cantanti con voci tanto profonde – il tecnico del suono riesce a rendere assolutamente giustizia al suo timbro baritonale.

Un’esperienza, anche istruttiva, che vale tutte le ore di attesa prima del concerto, quelle passate alla stazione aspettando il primo treno per tornare a Helsinki, e che certamente varrà anche l’attesa fino al prossimo concerto.

Setlist:

Ramm4
Reise, Reise
Hallelujah
Zerstören
Keine Lust
Feuer frei!
Seamann
Ich tu dir weh
Du riechst so gut
Mein Herz brennt
Links 2-3-4
Ich will
Du hast
Stripped
Sonne
Amerika
Engel

Foto del concerto

Rammstein in Finnland

IMG_2058Seinäjoki, Provinssi, July 2nd 2016. The weather is unstable, the waiting endless; it feels even longer since Juha Tapio is really not my thing, and I suspect he’s as well not the thing for most Rammstein fans. Biffy Clyro doesn’t help at all since – except for a couple of songs standing out – they seem to play the same stuff for about ten times.
Somehow anyway time goes by, between a chat with other fans with some common sense and (almost) a fight with barbies, provided of make up masks, fake lashes and push up bras, who arrived at 6 p.m., but for some obscure reason really think they deserve the first row better than the ones who have been there since 11 a.m..
The policy of Rammstein’s staff anyway proves them right, since about half a hour before the gig they’re chosen to go to the backstage. Someone, while getting helped to climb over the barrier, says hi shaking one hand; like: “Goodbye, losers!”. Many blonds, most of them wearing provoking clothing, someone is very vulgar, all of them wear a lot of make up and are very young; among those I see walking between the stage and the barrier, the oldest one might be maybe 21 years old. Not a single man, just in case you thought that sexism does harm to women only.
Was it a decision made by the manager, since the gig will be filmed, or was it to sooth band members’ lust? Posterity will judge.
Sure, we’re envious, but at least they took them away and we won’t have to stand them while they try to elbow their way through, trying to look innocent when they’re told to stop doing that.

IMG_2041Finally everything is ready. The words on the screens ask us not to mind the cameras and to enjoy the show; then the countdown starts, obviously in German, proving that in order to rule the world you don’t need tanks, but the right notes.
Rammstein live is exactly how heard on records.
In many years attending concerts, I watched a very few where no one made even the smallest mistake, but this goes for sure right in the short list.
They’re very energetic, way beyond the flames shot just a couple of meters above fans’ heads. They know how to be precise, theatrical and how to involve people in the show; one of those bands that any person who dreams about making a living out of music should watch live at least once in life; a sort of Mecca for the metal scene.
The setlist is well done and well balanced, despite the absence of Rosenrot.
Till Lindemann seems to face the show more like an actor, playing a character during the whole performance, rather than like a singer performing single songs; he has an icy glance that can make your blood freeze and – unlike what happens to many singers with a deep voice – the sound engeneer manages to do justice to his baritone timbre.

An experience, an educating experience, which for sure was worth all those hours waiting for the gig, all those hours spent at the station waiting for the first train to go back to Helsinki, and that for sure will also be worth the waiting till next concert.

Setlist:

Ramm4
Reise, Reise
Hallelujah
Zerstören
Keine Lust
Feuer frei!
Seamann
Ich tu dir weh
Du riechst so gut
Mein Herz brennt
Links 2-3-4
Ich will
Du hast
Stripped
Sonne
Amerika
Engel

Pictures

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July 5

Intervista ad Arianna Bonardi – Interview with Arianna Bonardi

anna(English version below)

Arianna Bonardi è un po’ youtuber (memorabile il suo “50 Sfumature di Grigio in 85 Secondi”), un po’ lettrice compulsiva, un po’ esperta d’esoterismo, un po’ artigiana e un po’ attrice; anzi, a dire il vero, non solo un po’, dal momento che quest’anno si è aggiudicata il premio come migliore attrice al Movie Planet Film Festival con Anna – Cronache di un’Attrice Emergente.
In questa intervista ci racconta il mondo della recitazione dal punto di vista di un’emergente in carne ed ossa.

Arianna, raccontaci un po’: quando e come ti sei avvicinata alla recitazione?

Al Liceo, dopo aver visto Cate Blanchett nei panni di Galadriel, decisi di iscrivermi al corso di teatro offerto dalla scuola e da lì capii da subito che avrei voluto vivere su un palco o davanti una telecamera. Sotto i riflettori, insomma!

Di recente ti sei aggiudicata il premio come migliore attrice al Movieplanet Film Festival. Credi che questo possa contribuire ad offrirti nuove possibilità?

Sicuramente. Non tanto per il premio in sé, che rimane una grandissima soddisfazione della quale sarò per sempre riconoscente a Daniele Misischia, il regista; ma per le collaborazioni e le amicizie nate durante il festival, poiché ho avuto modo di conoscere due grandi youtuber che si sono offerti di aiutarmi con il mio canale. Nello specifico, Federico Frusciante e Mattia Ferrari aka Victorlaszlo88 che saluto tantissimo

Domanda che ogni attore prima o poi si sente rivolgere: quanto ti riconosci in Anna, il personaggio da te interpretato?

Molto poco. Io ed Anna in comune abbiamo le disavventure nel mondo dello spettacolo ma caratterialmente siamo agli opposti. Anna è una tosta, è una ragazza che non si tiene dentro nulla, quello che non le piace lo dice. Io invece sono molto più remissiva, pronta a mettere gli altri prima di me. Per questo ho amato interpretarla!

Credi che questa serie sia riuscita a raccontare pienamente il disagio vissuto dagli attori emergenti?

Assolutamente. Sono stata più fortunata di Anna, molte cose le ho viste vivere da terze persone, non sulla mia pelle ma sono sempre le stesse situazioni. Possono sembrare cliché, ma purtroppo sono step che ogni attore prima o poi deve affrontare. Nel bene e nel male. Sicuramente Anna ne offre una visione un po’ surreale, eppure a mio avviso molto più efficace di tanti altri progetti. La pugnalata che riceve dall’attrice rivale, è un dolore che accomuna tutti noi attori.

A tuo avviso la recitazione in Italia viene vissuta come “un lavoro vero”?

Se hai un’entrata mensile che ti ci puoi “mantenere” sì, viene visto come un lavoro serio. Ma quando sei costretto a dire: “faccio l’attore, ma anche il barista” perché non bastano i ruoli, gli spettacoli ed altro per mantenere la tua indipendenza, è difficile anche dimostrare di vivere grazie alla tua professione. Quindi io capisco anche le persone che reagiscono storcendo il naso, quando dico che sono un’attrice e magari per loro non sono nessuno, nel momento stesso in cui nella vita sono costretta a fare altro, nonostante io abbia un’agente, faccia dei casting e abbia una compagnia teatrale.

Perché secondo te, nonostante la scena underground sia piena di talento, nelle grandi produzioni italiane troviamo spesso attori che di talento non hanno nemmeno l’ombra?

Posso parlare per quanto riguarda la scena romana, dove funziona tutto per “amicizie”. Lavora tizio, che conosce caio, si sono incontrati sul set, sono amici da una vita” e talenti nascosti rimangono nell’ombra perché nel loro piccolo non hanno trovato gli agganci giusti.

Sei ottimista riguardo al futuro del cinema, italiano ma non solo?

Sì. Voglio essere positiva, ho bisogno di essere positiva. Le cose belle capitano sempre per un motivo, e di storia da raccontare ce ne saranno sempre tante. Infinite!

8- Hai degli altri progetti in corso al momento?

Sì, dimagrire e trovare il coraggio di riaffacciarmi in Agenzia! Scherzi a parte, questo periodo lo sto dedicando al canale e a decidere le prossime mosse, anche per quanto riguarda lo studio.

Cosa speri per il tuo futuro come attrice?

Tanti ruoli, tanti set, tante belle giornate, tante soddisfazioni. Soprattutto, tanti casting! Io adoro l’attesa del dopo casting, quando aspetti la chiamata decisiva! Ahaha, ma forse son nata sbagliata io!

Interview with Arianna Bonardi

annaArianna Bonardi is a bit of a youtuber [with her unforgettable “50 Sfumature di Grigio in 85 Secondi” (“50 Shades of Grey in 85 Seconds”)], a bit of a compulsive reader, a bit of an esoterist, a bit of an artisan and a bit of an actress; well, actually not just a bit, considering that this year she won the prize as best actress at Movie Planet Film Festival with “Anna – Cronache di un’Attrice Emergente” (“Anna – Chronicles of an Emerging Actress”).
In this interview, she tells us about the world of acting from the point of view of a real life emerging actress.

Arianna, tell us something about you: when and how did you start acting?

I started to attend the High School Drama Classes as soon as I saw Cate Blanchett portaying Galadriel in Lord of the Rings. I realised in that moment I would have loved to be an actress.

Recently you won a prize as Best Actress at Movieplanet Film Festival. Do you think this will help you, giving you some new opportunities?

Of course it will. I had the chance to meet in person two great youtubers and they were very kind to me. They’re helping me sharing my videos; they both deal with Cinema and Movies, they have a huge audience here in Italy and it means a lot to me. And of course the Prize itself is a personal satisfation, for me and my director Daniel Misischia.

This a question any actor is asked sooner or later: how much do you find of yourself in Anna, the character you play?

Me and Anna are the opposites. She’s strong, she’s stubborn, she says aloud what she things, she doen’t cares to hurt people ’cause she was hurt in return. I’m so calm, submissive, always putting the others before me. I loved to be her!

Do you think this serie actually managed to describe the harshness of being an emerging actor?

Yes. I’ve been lucky enough to have met very nice people in productions I used to work in. But I saw people getting involved in situations described in Anna. So frustrating. They may seem chilchè but they are real, a sort of “Steps to the Fame” all actors have to climb.

Is acting considered a “real job” in Italy?

Only if you are famous. In Italy people don’t get that you can work as actress even without fame. Actually, it’s hard to be an actror in Italy. In the very same moment you need a second job to maintain your indipendence. Well, it’s hard enough to make people believe in your profession.

Despite the underground scene is full of talent, in Italian big productions we see very often actors who have no talent at all. Why?

In italy it works this way: are you a friend of that famous actor? Have you know each other for a long time? Are you in the “club”? Well, you can go on. If you are no-one-but-talented-young-girl, you will remain exactly that.

Are you optimistic about the future of motion picture industry, in Italy and worldwide?

Yes. Because there will always be lots of stories to be told. And lots of stories means lots of roles and casting. And I do love castings!

Do you have any work in progress at the moment?

Loose weight and have a meeting with my Manager about my future.

As an actress, what are your hopes for the future?

Lots of screenplay to memorize and lots of stories to tell.

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