September 15

“Caro Zucchero, ti chiedo scusa”

15 settembre 2017

Caro Zucchero,
ti chiedo scusa. Forse però è il caso di spiegarti perché.
Ho ventisei anni e la musica, insieme alla letteratura, è da sempre per me ragione di vita. Vivo in Finlandia, ho fondato una band di nome Strega, in cui canto e scrivo i testi. Suono, o perlomeno cerco di suonare, quattro strumenti, e credimi, non spero certo di impressionare nessuno scrivendoti queste cose, le menziono piuttosto per darti un’idea di quanto spazio e di quale posto la musica occupi nella mia esistenza.
Sin da quando ero bambina ho amato molto alcuni tuoi pezzi; ero adolescente quando uscì la tua superba Indaco dagli Occhi del Cielo, che non solo mi piacque molto, ma mi lasciò dentro un segno che ancora oggi, a distanza di un decennio, non sono in grado di spiegare del tutto. Sospetto che abbia qualcosa a che fare con una forma di spiritualità profonda, distante anni luce da ogni tipo di bigottismo.
Eppure mi stavi antipatico.
Avevo nella mente ben fissa l’immagine di te che ringhiavi: “Ti sputo in bocca!”, le orecchie piene delle accuse di plagio a te rivolte.
Tuttavia non provare simpatia nei confronti di un artista non mi ha mai impedito di riconoscerne la qualità e di apprezzarne i lavori.

Alla fine di agosto, per puro caso, passando davanti al Tavastia, a Helsinki, ho letto il tuo nome nell’elenco dei prossimi concerti. Lo stupore è stato doppio: da un lato il Tavastia è un locale dove si esibiscono in genere band metal, dall’altro… “Caspita, Zucchero suona a trecento metri da casa mia!”.
Così ho comprato il biglietto, per curiosità, ma anche a scopo didattico, perché quando si spera di riuscire – un giorno – a vivere della propria musica, è giusto e costruttivo guardare da vicino chi non solo ce l’ha fatta, ma ce la fa da trent’anni.
Sono venuta al tuo concerto, riuscendo ad accaparrarmi un posto in prima fila, attaccata alla transenna, come piace a me.
Mi aspettavo semplicemente una serata gradevole, invece tu mi hai fatta ballare, cantare, saltare, urlare. Mi hai scaldato il cuore, mi hai commossa, mi hai fatta ridere di gusto. Hai suscitato in me stima e rispetto con il tuo genuino lasciare spazio ai fantastici musicisti che ti accompagnano. Di nuovo mi hai fatta ridere indicando me e il tuo tastierista sull’inizio di Senza una Donna, come se ti riferissi a noi due e io gli avessi spezzato il cuore, col tuo sguardo che si faceva sempre più divertito mentre domandavo: “Ma che dici? Chi? Io?”.
Insomma, contro la mia volontà, mi sei stato simpatico, e tanto.
Mi ha fatto uno strano effetto guardarti negli occhi senza i tuoi inseparabili occhiali da sole, perché ci ho visto dentro il riflesso di un’anima fragile.
Tornata a casa inevitabilmente, oltre a cominciare ad ascoltare a rotazione i tuoi pezzi, ho letto e guardato articoli, commenti e video in cui ti si accusava aspramente di svariati plagi, e lì mi sono resa davvero conto di quante cattiverie ti vengano rivolte.
C’è ignoranza o persino perfidia nell’accusarti di aver copiato Everybody’s Got to Learn Sometime, mentre Indaco dagli Occhi del Cielo ne è dichiaratamente la versione italiana (per non parlare del fatto che, in tutta onestà, l’hai resa di una poeticità immensa); lo stesso vale per chi ti attacca dal momento che in Un Kilo il riff è identico a quello di The Seed 2.0, dei Rooths. Certo: perché l’hai realizzata in collaborazione con il loro batterista; e potrei andare avanti citando pezzi che hai dichiaratamente ripreso, o a cui semplicemente hai fatto riferimento, senza mai mancare di rielaborare in maniera artistica, venendo riempito di calunnie da individui che non capiscono le regole della composizione e che non sanno come l’arte si cibi sempre di altra arte.
Poi mi è capitato di leggere una tua lettera ad un giornale, in cui definivi “diabolico” il modo di dipingerti di molti giornalisti, e mi sono sentita terribilmente in colpa, perché per tanti anni anch’io ho prestato ascolto a quel modo diabolico di dipingerti, mentre davvero non te lo meritavi. Per troppo tempo ho tenuto fede ad un modo pregiudizioso di guardarti e mi dispiace davvero, anche da un punto di vista egoistico, perché fa male rendersi conto di aver nutrito tanto a lungo un pregiudizio.
Certo, i giornalisti hanno avuto la loro fetta di colpa, ma io – soprattutto in qualità di fan di Michael Jackson, con una lunga esperienza nel vedere il proprio beniamino massacrato dai media – mi sarei dovuta informare molto prima, avrei dovuto darti il beneficio del dubbio e venire a guardarti più da vicino; invece l’ho fatto solo qualche giorno fa.
Mi auguro che anche per te valga la regola del “meglio tardi che mai” e spero di cuore che tu possa perdonarmi.
Purtroppo hai avuto la sfortuna di nascere in un Paese in cui un artista che ha lavorato con i Queen, Sting, Ray Charles e mille altri, invece di essere un vanto diventa un bersaglio; ma io non ho più intenzione di sparare, né di essere complice di chi lo fa.
Con affetto (sì, adesso te ne porto, e parecchio)
Delia

May 23

Twin Peaks: The Return

(English version below)

Chi frequenta abitualmente questo blog sa bene quanto io non sia solita parlare dell’argomento più in voga del momento, ma non potevo di certo rimanere in silenzio davanti all’attesissimo ritorno di Twin Peaks, una delle serie per eccellenza, tendente a sfuggire a facili etichette dal momento che, sì, c’è l’horror, la tensione, il mistero, la simbologia anche esoterica, ma non mancano avventura, umorismo e romanticismo.

Cosa aspettarsi da questa nuova stagione?
Buona parte del cast originale, tanto per iniziare, con una Laura Palmer decisamente più sensuale di quanto non fosse venticinque anni fa.
Per chi poi come me, visto il celeberrimo finale della seconda stagione, si domandava come si potesse nuovamente mostrare al mondo Dale Cooper senza la partecipazione di Frank Silva (attore che interpretava Bob, purtroppo scomparso nel 1995), non c’è nulla da temere: le straordinarie doti recitative di Kyle MacLachlan rendono ben possibile rivedere sullo schermo lo spirito maligno anche senza mostrare il volto di chi originariamente ne vestiva i panni; tutto questo senza lontanamente scimmiottarlo o imitarlo. D’altronde il vero attore sa come essere qualcun altro senza diventarne una caricatura.
Stupisce (perlomeno me) quanto lo stile sia stato modernizzato: al di là degli effetti speciali ovviamente più realistici, troviamo nudo facile, più parolacce e più splatter, non in dosi esagerate, ma abbastanza per far storcere un poco il naso a chi invece preferisce lo stile più implicito delle prime due stagioni.
Ciononostante la visione dei primi quattro episodi è certamente accattivante ed entusiasmante; risultano distanti anni luce da un triste tentativo di raschiare il fondo del barile, riuscendo a creare lo stesso senso dipendenza con cui la serie ha contagiato il pubblico sin dagli anni 90.
Insomma, a tutti gli effetti un ritorno in grande stile.

English

Those who have the habit of reading this blog know very well how not keen I am on talking about the hot topic of the moment, nevertheless I simply couldn’t stay silent in front of the so long awaited return of  Twin Peaks, one of the series par excellence, that so easily slips away from labels, because yes, of course, there’s horror, thriller, mistery and simbology (also esoteric), but we find as well adventure, humor and romance.

What to expect from this new season?
Most of the cast we already know, just as a start, with Laura Palmer being even much sexier than she was twenty-five years ago.
And for those who, just like me, taking into count how the second season ended, were wondering how could Dale Cooper be shown to the world without Frank Silva (who played the role of Bob and unfortunately passed away back in 1995), there’s nothing to worry about: Kyle MacLachlan‘s incredible acting skills make it easily possible to see again on the screen the evil spirit even without showing the face of the man it was played by; all this not even by far imitating him. A real actor knows how to be someone else without being his caricature.
It is surprising (at least for me) to notice how more modern the style turned out to be: besides the obviously more realistic special effects, there are more nudity, more bad words and more splatter, not in dramatic doses, but enough to make turn up their nose those preferred the less explicit style of the first two seasons.
Besides this, watching the first four episodes was for sure intriguing and exciting, since they’re far away from a trivial attempt to scrape the bottom of the barrel, creating the same kind of addiction the series has been spreading around since the nineties.
Without a doubt, a great return.

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February 24

Il Violino e l’Arte di Procrastinare – The Violin and the Art of Procrastinating

(English version below)

Abbiamo tutti quel qualcosa che un giorno ci piacerebbe fare, vedere, raggiungere o provare, un sogno nel cassetto; perché l’essere umano ha bisogno di una direzione, altrimenti non avremmo inventato le bussole.
Sin da piccoli però ci viene detto e ribadito che non si può avere tutto, ma soprattutto non si può avere tutto e subito. Giusto e sacrosanto.
Saper aspettare il proprio turno è fondamentale, perché significa rispettare il turno degli altri; importante è anche sapersi dare delle priorità, nel caso in cui i nostri desideri vadano – per loro natura – a cozzare l’uno contro l’altro, visto che nessuno di noi (almeno, che io sappia) possiede il dono dell’ubiquità, né gode di un’infinita quantita di tempo da spendere su questa terra.
Ma c’è davvero sempre bisogno di aspettare?
Il web pullula di inviti a vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo, ma io non credo mai a questa sorta di populismo psicologico da social network. Piuttosto credo che quando si pensa a qualcosa che si desidera, sia il caso di chiedersi: “Perché non andesso?”.
Se c’è davvero qualcosa da attendere prima che un avvenimento si verifichi, qualcosa che è giusto e legittimo pensare che possa cambiare in tempi brevi, ma che non possiamo noi stessi influenzare nell’immediato, allora l’attesa non solo è giustificata, ma rappresenta un atto di forza, un non farsi trascinare dalla corrente preferendo puntar dritto a cio che realmente si vuole.
D’altro canto però, mentire e procrastinare sono due arti in cui gli esseri umani sono incredibilmente abili.
A volte siamo talmente abituati all’idea che per ottenere qualcosa di valido o di desiderato si debba aspettare, da non renderci conto che la svolta che stiamo aspettando non arriverà mai, anche perché non è niente di ben definito. A volte neppure noi sappiamo quale sia la conditio sine qua non del nostro sogno; magari perché, semplicemente, non esiste.
Nella vita non ho mai aspettato che le cose belle piovessero dal cielo, ho sempre vissuto nell’ottica di dovermi impegnare per raggiungere dei traguardi; chi crede nell’astrologia direbbe che non avrebbe potuto essere diversamente, dato che sono nata sotto il segno del Capricorno. Eppure ci sono cascata anche io, e non per un anno o due.
Ho sempre desiderato suonare il violino, ma da bambina non sono mai stata presa troppo sul serio; “Magari un giorno”, “Prima o poi”, mi sono sentita rispondere, fin quando – finalmente – all’età di undici anni mi venne regalato il tanto desiderato violino, da cui però non riuscii mai a cavare qualsivoglia suono. Scoprii anni dopo che non era stato a causa della mia incapacità, ma che i miei genitori erano stati truffatti; era stato loro venduto un violino da arredamento, spacciato per vero e proprio strumento musicale.
Da allora ogni volta che mi capitava di vedere un violino, ho sempre sentito una stretta al cuore. Mi ritrovavo davanti all’aborto di un sogno.
“Avrei sempre voluto suonare il violino, ma non succederà mai” pensavo nei momenti più negativi.
“Magari un giorno”
mi concedevo invece di fantasticare quando ero in buona.
 Ciononostante non ho mai neppure osato provare a mettere dei soldi da parte per acquistarne uno.
“Magari un giorno, magari un giorno”, e così son passati una ventina d’anni dal momento in cui per la prima volta ho sentito forte e chiaro il desiderio di imbracciare lo strumento.
Poi un bel giorno mi sono resa conto che non c’era un bel niente da aspettare, che ogni altro giorno d’inutile attesa sarebbe stato solo un giorno in meno di violino nella mia vita, che persino la disponibilità economica era una bugia, perché gli strumenti musicali si comprano anche a rate, come le case, e non necessariamente sono meno importanti di queste ultime.
Così, questa è la storia di come il violino mi ha strappata alle braccia dell’arte di procrastinare; ma la cosa più eccitante è che non si tratta di un finale, bensì di un inizio.

The Violin and the Art of Procrastinating

We all have that something that someday we would like to do, to see, to reach or to try, a secret dream, because a human being always needs a direction, otherwise we wouldn’t have created compasses.
Since childhood we are tought that we can’t have it all, and especially that we can’t have it all here and now. Right and fair.
Being able to wait for your turn means to be able to respect the moment when it’s someone else’s turn; it is also important to be able to give ourselves priorities, especially when our desires take too different direction because (at least as far as I know) to none of us belongs the gift of ubiquity, neither we have unlimited time to spend on this earth.
But do we really always need to wait?
The web is full of  contents inviting people to live every day like it were the last, but I never believe in this sort of social network populism.
I believe, instead, that when we’re thinking about somthing we long for, we should ask ourselves: “Why not now?”.
If there’s really something to wait for before something else can happen? Something we can rightfully think will change but that we cannot affect ourselves? In that case the waiting is not only justified, but it’s actually an act of strenght, a way of being loyal to ourselves sticking to what we actually want.
On the other hand, lying and procrastinating are two arts the human kind is incredibly skilled in.
Sometimes we are so used to the idea that we’re supposed to wait in order to gain something good that we don’t realise that, actually, the turning point we’re waiting for will never come, because it’s not something well defined. Sometimes we don’t know ourselves what our dream’s conditio sine qua non is; maybe simply because it doesn’t exist.
I’ve never been waiting for things to happen randomly, I’ve always been thinking that I had to work in order to reach my goals; those who believe in astrology would say that it couldn’t be any other way, since I was born under the sign of Capricorn. Still I got tricked, and not only for a year or two.
I always wanted to play the violin, but as a little girl I was never taken too seriously; “Maybe one day”, “Sooner or later” were always the answers, till when one day – finally – at the age of eleven, I was gifted a violin, as I always wished for, but I never managed to get any kind of sound out of it. I found out years later that it was not due to my lack of skills, but that my parents were scammed; someone sold them a decorative violin as a real and proper music instrument.
Since then, every time I saw a violin my heart was aching. I found myself in front of the abortion of a dream.
“I always wanted to play the violin, but it’s never going to happen” I thought in the most negative moments.
“Maybe one day” I allowed myself to think instead when I was in a good mood.
Despite this, I never even dared to try to save money in order to buy one.
“Maybe one day, maybe one day”, and it was like this that about twenty years went by since the moment when I first felt clearly that I wanted to have the instrument in my hands.
Then one day I realised that there was nothing to wait for, that every day added to my useless wait was just going to be one more day in my life without violin, and that even waiting for being able to afford one was a lie, because even music instruments can be bought in time, like houses, and they’re not necessarily less important than the latters.
So, this is the story of how the violin stole me from the arms of the art of procrastinating; and the most exciting thing is that this is not an ending, but a beginning.

August 1

Rammstein in Finnland

IMG_2058(English version below)

Seinäjoki, Provinssi, 2 luglio 2016. Il tempo è incerto, l’attesa infinita, resa ancora più pesante dal fatto che Juha Tapio proprio non sia nelle mie corde, e sospetto neppure in quelle della maggior parte dei fan dei Rammstein; la situazione non viene certo migliorata dai Biffy Clyro che – eccezion fatta per un paio di pezzi che si distinguono – sembrano suonare per una decina di volte la stessa canzone.
In qualche modo però il tempo passa, fra due chiacchiere con gli altri fan con un po’ di sale in zucca ed una mezza discussione con le barbie dotate di mascherone di trucco, ciglia fine e push up che – arrivate alle sei di sera – per qualche oscuro motivo credono di meritare la prima fila più di chi è lì dalle undici di mattina.
La politica dello staff dei Rammstein dà però ragione a loro, dal momento che circa mezz’ora prima dello spettacolo vengono scelte per entrare nel backstage. Qualcuna, nel venire aiutata a scavalcare la transenna, ci fa ciao con la mano, della serie: “Addio, sfigati!”. Molte bionde, parecchie in abiti provocanti, qualcuna decisamente volgare, tutte truccatissime e giovanissime; di quelle che intravedo sfilare fra la transenna e il palco, la più vecchia avrà forse ventun anni. Nemmeno un uomo, alla faccia di chi crede che il sessismo vada sempre e solo a scapito delle donne.
Fu decisione del manager in vista del fatto che il concerto verrà registrato o tentativo di soddisfare la lussuria dei membri della band? Ai posteri l’ardua sentenza.
Certo, rosichiamo un po’, ma almeno ce le hanno levate di torno e non dovremo più sopportarle mentre sgomitano e spingono, assumendo però un’aria innocente quando viene detto loro di piantarla.

IMG_2041Finalmente tutto è pronto. Una scritta sugli schermi ci chiede di non curarci delle telecamere e di goderci lo spettacolo, poi parte il conto alla rovescia, naturalmente in tedesco, a dimostrare che per conquistare il mondo non servono i carri armati, ma le note giuste.
I Rammstein dal vivo sono esattamente come su disco.
In tanti anni di concerti ho assistito a pochissime esibizioni in cui nessuno abbia commesso fosse anche il più piccolo errore, ma questa fa sicuramente parte dello sparuto elenco.
Hanno energia da vendere, ben al di là delle fiammate sparate appena un paio di metri sopra le teste dei fan. Sanno essere precisi, teatrali, coinvolgenti; una di quelle band che chiunque sogni di fare musica per vivere dovrebbe vedere almeno una volta nella vita; una sorta di La Mecca del metal.
La setlist è completa e ben bilanciata, nonostante la grande assente: Rosenrot.
Till Lindemann sembra affrontare lo show più come un attore che debba rimanere fedele al personaggio durante tutta la performance che come un cantante che si esibisca in singole canzoni; ha uno sguardo che fa gelare il sangue e – a differenza di quanto spesso accade ai cantanti con voci tanto profonde – il tecnico del suono riesce a rendere assolutamente giustizia al suo timbro baritonale.

Un’esperienza, anche istruttiva, che vale tutte le ore di attesa prima del concerto, quelle passate alla stazione aspettando il primo treno per tornare a Helsinki, e che certamente varrà anche l’attesa fino al prossimo concerto.

Setlist:

Ramm4
Reise, Reise
Hallelujah
Zerstören
Keine Lust
Feuer frei!
Seamann
Ich tu dir weh
Du riechst so gut
Mein Herz brennt
Links 2-3-4
Ich will
Du hast
Stripped
Sonne
Amerika
Engel

Foto del concerto

Rammstein in Finnland

IMG_2058Seinäjoki, Provinssi, July 2nd 2016. The weather is unstable, the waiting endless; it feels even longer since Juha Tapio is really not my thing, and I suspect he’s as well not the thing for most Rammstein fans. Biffy Clyro doesn’t help at all since – except for a couple of songs standing out – they seem to play the same stuff for about ten times.
Somehow anyway time goes by, between a chat with other fans with some common sense and (almost) a fight with barbies, provided of make up masks, fake lashes and push up bras, who arrived at 6 p.m., but for some obscure reason really think they deserve the first row better than the ones who have been there since 11 a.m..
The policy of Rammstein’s staff anyway proves them right, since about half a hour before the gig they’re chosen to go to the backstage. Someone, while getting helped to climb over the barrier, says hi shaking one hand; like: “Goodbye, losers!”. Many blonds, most of them wearing provoking clothing, someone is very vulgar, all of them wear a lot of make up and are very young; among those I see walking between the stage and the barrier, the oldest one might be maybe 21 years old. Not a single man, just in case you thought that sexism does harm to women only.
Was it a decision made by the manager, since the gig will be filmed, or was it to sooth band members’ lust? Posterity will judge.
Sure, we’re envious, but at least they took them away and we won’t have to stand them while they try to elbow their way through, trying to look innocent when they’re told to stop doing that.

IMG_2041Finally everything is ready. The words on the screens ask us not to mind the cameras and to enjoy the show; then the countdown starts, obviously in German, proving that in order to rule the world you don’t need tanks, but the right notes.
Rammstein live is exactly how heard on records.
In many years attending concerts, I watched a very few where no one made even the smallest mistake, but this goes for sure right in the short list.
They’re very energetic, way beyond the flames shot just a couple of meters above fans’ heads. They know how to be precise, theatrical and how to involve people in the show; one of those bands that any person who dreams about making a living out of music should watch live at least once in life; a sort of Mecca for the metal scene.
The setlist is well done and well balanced, despite the absence of Rosenrot.
Till Lindemann seems to face the show more like an actor, playing a character during the whole performance, rather than like a singer performing single songs; he has an icy glance that can make your blood freeze and – unlike what happens to many singers with a deep voice – the sound engeneer manages to do justice to his baritone timbre.

An experience, an educating experience, which for sure was worth all those hours waiting for the gig, all those hours spent at the station waiting for the first train to go back to Helsinki, and that for sure will also be worth the waiting till next concert.

Setlist:

Ramm4
Reise, Reise
Hallelujah
Zerstören
Keine Lust
Feuer frei!
Seamann
Ich tu dir weh
Du riechst so gut
Mein Herz brennt
Links 2-3-4
Ich will
Du hast
Stripped
Sonne
Amerika
Engel

Pictures

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July 5

Intervista ad Arianna Bonardi – Interview with Arianna Bonardi

anna(English version below)

Arianna Bonardi è un po’ youtuber (memorabile il suo “50 Sfumature di Grigio in 85 Secondi”), un po’ lettrice compulsiva, un po’ esperta d’esoterismo, un po’ artigiana e un po’ attrice; anzi, a dire il vero, non solo un po’, dal momento che quest’anno si è aggiudicata il premio come migliore attrice al Movie Planet Film Festival con Anna – Cronache di un’Attrice Emergente.
In questa intervista ci racconta il mondo della recitazione dal punto di vista di un’emergente in carne ed ossa.

Arianna, raccontaci un po’: quando e come ti sei avvicinata alla recitazione?

Al Liceo, dopo aver visto Cate Blanchett nei panni di Galadriel, decisi di iscrivermi al corso di teatro offerto dalla scuola e da lì capii da subito che avrei voluto vivere su un palco o davanti una telecamera. Sotto i riflettori, insomma!

Di recente ti sei aggiudicata il premio come migliore attrice al Movieplanet Film Festival. Credi che questo possa contribuire ad offrirti nuove possibilità?

Sicuramente. Non tanto per il premio in sé, che rimane una grandissima soddisfazione della quale sarò per sempre riconoscente a Daniele Misischia, il regista; ma per le collaborazioni e le amicizie nate durante il festival, poiché ho avuto modo di conoscere due grandi youtuber che si sono offerti di aiutarmi con il mio canale. Nello specifico, Federico Frusciante e Mattia Ferrari aka Victorlaszlo88 che saluto tantissimo

Domanda che ogni attore prima o poi si sente rivolgere: quanto ti riconosci in Anna, il personaggio da te interpretato?

Molto poco. Io ed Anna in comune abbiamo le disavventure nel mondo dello spettacolo ma caratterialmente siamo agli opposti. Anna è una tosta, è una ragazza che non si tiene dentro nulla, quello che non le piace lo dice. Io invece sono molto più remissiva, pronta a mettere gli altri prima di me. Per questo ho amato interpretarla!

Credi che questa serie sia riuscita a raccontare pienamente il disagio vissuto dagli attori emergenti?

Assolutamente. Sono stata più fortunata di Anna, molte cose le ho viste vivere da terze persone, non sulla mia pelle ma sono sempre le stesse situazioni. Possono sembrare cliché, ma purtroppo sono step che ogni attore prima o poi deve affrontare. Nel bene e nel male. Sicuramente Anna ne offre una visione un po’ surreale, eppure a mio avviso molto più efficace di tanti altri progetti. La pugnalata che riceve dall’attrice rivale, è un dolore che accomuna tutti noi attori.

A tuo avviso la recitazione in Italia viene vissuta come “un lavoro vero”?

Se hai un’entrata mensile che ti ci puoi “mantenere” sì, viene visto come un lavoro serio. Ma quando sei costretto a dire: “faccio l’attore, ma anche il barista” perché non bastano i ruoli, gli spettacoli ed altro per mantenere la tua indipendenza, è difficile anche dimostrare di vivere grazie alla tua professione. Quindi io capisco anche le persone che reagiscono storcendo il naso, quando dico che sono un’attrice e magari per loro non sono nessuno, nel momento stesso in cui nella vita sono costretta a fare altro, nonostante io abbia un’agente, faccia dei casting e abbia una compagnia teatrale.

Perché secondo te, nonostante la scena underground sia piena di talento, nelle grandi produzioni italiane troviamo spesso attori che di talento non hanno nemmeno l’ombra?

Posso parlare per quanto riguarda la scena romana, dove funziona tutto per “amicizie”. Lavora tizio, che conosce caio, si sono incontrati sul set, sono amici da una vita” e talenti nascosti rimangono nell’ombra perché nel loro piccolo non hanno trovato gli agganci giusti.

Sei ottimista riguardo al futuro del cinema, italiano ma non solo?

Sì. Voglio essere positiva, ho bisogno di essere positiva. Le cose belle capitano sempre per un motivo, e di storia da raccontare ce ne saranno sempre tante. Infinite!

8- Hai degli altri progetti in corso al momento?

Sì, dimagrire e trovare il coraggio di riaffacciarmi in Agenzia! Scherzi a parte, questo periodo lo sto dedicando al canale e a decidere le prossime mosse, anche per quanto riguarda lo studio.

Cosa speri per il tuo futuro come attrice?

Tanti ruoli, tanti set, tante belle giornate, tante soddisfazioni. Soprattutto, tanti casting! Io adoro l’attesa del dopo casting, quando aspetti la chiamata decisiva! Ahaha, ma forse son nata sbagliata io!

Interview with Arianna Bonardi

annaArianna Bonardi is a bit of a youtuber [with her unforgettable “50 Sfumature di Grigio in 85 Secondi” (“50 Shades of Grey in 85 Seconds”)], a bit of a compulsive reader, a bit of an esoterist, a bit of an artisan and a bit of an actress; well, actually not just a bit, considering that this year she won the prize as best actress at Movie Planet Film Festival with “Anna – Cronache di un’Attrice Emergente” (“Anna – Chronicles of an Emerging Actress”).
In this interview, she tells us about the world of acting from the point of view of a real life emerging actress.

Arianna, tell us something about you: when and how did you start acting?

I started to attend the High School Drama Classes as soon as I saw Cate Blanchett portaying Galadriel in Lord of the Rings. I realised in that moment I would have loved to be an actress.

Recently you won a prize as Best Actress at Movieplanet Film Festival. Do you think this will help you, giving you some new opportunities?

Of course it will. I had the chance to meet in person two great youtubers and they were very kind to me. They’re helping me sharing my videos; they both deal with Cinema and Movies, they have a huge audience here in Italy and it means a lot to me. And of course the Prize itself is a personal satisfation, for me and my director Daniel Misischia.

This a question any actor is asked sooner or later: how much do you find of yourself in Anna, the character you play?

Me and Anna are the opposites. She’s strong, she’s stubborn, she says aloud what she things, she doen’t cares to hurt people ’cause she was hurt in return. I’m so calm, submissive, always putting the others before me. I loved to be her!

Do you think this serie actually managed to describe the harshness of being an emerging actor?

Yes. I’ve been lucky enough to have met very nice people in productions I used to work in. But I saw people getting involved in situations described in Anna. So frustrating. They may seem chilchè but they are real, a sort of “Steps to the Fame” all actors have to climb.

Is acting considered a “real job” in Italy?

Only if you are famous. In Italy people don’t get that you can work as actress even without fame. Actually, it’s hard to be an actror in Italy. In the very same moment you need a second job to maintain your indipendence. Well, it’s hard enough to make people believe in your profession.

Despite the underground scene is full of talent, in Italian big productions we see very often actors who have no talent at all. Why?

In italy it works this way: are you a friend of that famous actor? Have you know each other for a long time? Are you in the “club”? Well, you can go on. If you are no-one-but-talented-young-girl, you will remain exactly that.

Are you optimistic about the future of motion picture industry, in Italy and worldwide?

Yes. Because there will always be lots of stories to be told. And lots of stories means lots of roles and casting. And I do love castings!

Do you have any work in progress at the moment?

Loose weight and have a meeting with my Manager about my future.

As an actress, what are your hopes for the future?

Lots of screenplay to memorize and lots of stories to tell.

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June 18

La Dea nel Deserto – The Goddes in the Desert

GoddessInTheDesert(English version below)

A fare la divinità non è sempre il potere; talvolta è più determinante cosa invece non si possa fare.
Morire, per esempio: gli déi non ne sono capaci.

Ci fu una donna che diventò dea solo durante la propria traversata del deserto.
Era sempre stata dotata di grande intelletto, di un cuore generoso e di fulgida bellezza, ma divenne divina camminando in solitudine, fra la polvere.
In molti hanno dedotto che la bellezza di una rosa del deserto sia legata alla sua rarità, altri l’hanno attribuita alle difficili condizioni in cui cresce, ma lei comprese la verità: le rose del deserto crescono là dove è molto probabile che nessuno le veda, mai; esse sono dunque alimentate da un amore cieco e sordo per il bello, come l’arte che – più forte dell’artista – è indifferente allo spettatore.
Comprendendo ciò, la donna cominciò ad assumere i tratti della dea; la trasformazione definitiva avvenne però attraverso la perdita di una capacità: quella di piangere.
La dea avrebbe voluto regalare al deserto le proprie lacrime, affinché diventasse meno aspro nei confronti dei viandanti e delle rose, ma si rese conto di non esserne più in grado.
Pur trovandovisi in mezzo, osservava le asperità del deserto con distacco, col cuore chiuso in uno scrigno e la mente ancorata a stelle fredde.
Non era più in grado di piangere e neppure ve n’era ragione.
Proseguì verso Est, portando con sé una tempesta di sabbia.

 

The Goddess in the Desert

Might is not always the prerogative of divinity; sometimes the determining thing is what is not possible to do.
Dying, for example: gods are not able to do it.

There was a woman who became a goddess only while crossing the desert.
She always had great intelligence, a generous heart and shining beauty, but she gained divinity walking alone, among the dust.
Many came to the conclusion that the beauty of a desert rose has something to do with the fact that it’s something rare, others thought that it’s because of the hard condition it faces while growing, but she understood the truth: desert roses grow there where most likely no one will ever see them; they are feeded by a deaf and blind love for beauty, like art, which – being stronger than artists – is not concerned about those who observe.
Understanding this, the woman started earning the features of a goddess; though, the real transformation happened through losing an ability: the ability to cry.
She would have liked to gift the desert her own tears, so that the desert would become less bitter towards wayfarer and roses, but she realised she was no longer able to.
Even though having it all around her, she observed the harshness of the desert from a long distance, with her heart locked in a treasure chest and her mind anchored to cold stars.
She was no longer able to cry, and neither there was a reason for doing it.
She moved towards Est, carrying with her a dust devil.

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June 8

Sleep of Monsters – Poison Garden

Poison Garden(English version below)
Nel 2013, per gli amanti del rock, dell’occulto o anche solo della bella musica, Produces Reason si è indiscutibilmente distinto come uno dei dischi dell’anno. Un gran risultato, specialmente per una band che – pur annoverando fra le proprie file diversi veterani – era all’esordio.
Certo, una bella soddisfazione, ma anche un cruccio: quando il primo album finisce dritto fra i dischi dell’anno e viene accolto tanto benevolmente dalla critica, come si fa a pubblicarne un secondo che sia all’altezza?
Gli Sleep of Monsters hanno trovato la risposta: osando.
Poison Garden è un concept album che gioca su forti contrasti e dosaggi ben precisi. Se da un lato le sonorità – fatta eccezione per il brano d’apertura – sono molto meno heavy che in Produces Reason, dall’altro i testi sono più oscuri e criptici; le melodie sono più orecchiabili, eppure Ike Vil sembra essere tornato a scrivere per i Babylon Whores. C’è più luce, ma ne emerge un pessimismo più accentuato. Mentre in Produces Reason il tema della morte viene trattato in maniera canzonatoria e provocatoria (Abomination Street ne è un ottimo esempio), in Poison Garden la Nera Signora (Our Dark Mother) viene guardata dritta negli occhi, con l’accettazione di chi sa che non potrà rimandare per sempre il bacio fatale. Se Produces Reason terminava con il proprio brano più elevante, Magick Without Tears, Poison Garden termina invece con una discesa agli inferi senza possibilità di ritorno, intitolata Land of Nod.

Fra i brani migliori:
Poison King apre l’album, introducendo il tema di Mitridate Eupatore, il celeberrimo e acerrimo nemico di Roma, noto per essersi reso immune ai più diversi veleni assumendone ogni giorno in piccole dosi. Già da qui si intuisce che in quest’album, rispetto al precedente, si sfrutterà meglio il potenziale delle magnifiche coriste della band; i cori di questo brano suscitano infatti la genuina speranza che la bonus track del prossimo disco sia una cover di Carmina Burana.
Golden Bough è la ballata romantica del disco, nonché forse il pezzo più ricco a livello sonoro. La chitarra apre il brano creando un’atmosfera inquietante, che sembra parlare del risveglio di un mostro, solo per poi dare il via ad un riff sulle cui note potrebbero ballare abbracciati Fred Astaire e Ginger Roger; la voce cristallina di Tarja Leskinen e gli archi rendono il pezzo particolarmente toccante, riuscendo però a non scadere neppure lontanamente nel cliché della band metal sinfonica finlandese.
The Art of Passau è il primo di due omaggi alla cultura tedesca (troveremo il secondo in Babes in the Abyss, in cui Vil recita in tedesco il girotondo, dimostrando una volta per tutte la propria capacità di far sembrare colta qualunque cosa). “Art of Passau”, in tedesco passauer kunst, è il modo in cui viene ricordata una credenza dei soldati tedeschi nel diciassettesimo secolo, secondo cui alcuni incantesimi – scritti su dei fogli – potevano rendere invulnerabili. L’intro ricorda gli Epica di The Divine Conspiracy; il pezzo prende poi una piega decisamente più pop, seppur sapientemente reso più cattivo dal mantra “Nama nama sebesio” – risalente al culto mitraico e tuttora incompreso dagli studiosi – che rende il brano assolutamente irresistibile.
The Land of Nod è la canzone più tagliente e penetrante del disco. Se ne considerassimo solo le parti strumentali e i cori, potrebbe essere parte della colonna sonora di Baldur’s Gate, o persino de Il Gladiatore. Ma non ci sono solo la musica e i cori; c’è la storia di un uomo e il suo sentirsi destinato a seguire le orme del proprio padre, fin giù nella tomba. C’è il processo al padre, il processo a se stesso, la condanna per entrambi, ed in qualche modo l’autoassoluzione, perché in fondo persino Caino e Giuda seguivano il piano di Dio; un’autoassoluzione che forse non fa altro che trascinare l’imputato ancora più a fondo.

Insomma, ne Il Nome della Rosa, Umberto Eco scriveva di libri che parlano di altri libri. Poison Garden è un’opera d’arte che parla di altre opere d’arte, una storia fatta di molte altre storie. L’unico vero difetto sono le trombe sul finale di Devil and All His Works, in cui per una volta l’unione di elementi diversi non funziona come dovrebbe, creando un effetto decisamente troppo “Rocky Balboa”.  Nonostante questo piccolo neo, si tratta di un album peculiare ed elegante, sia sul piano del suono che su quello del contenuto, che sfugge alle definizioni e proprio per questo merita di essere ascoltato.

English

Poison GardenIn 2013, for those who love rock, occultism or even just good music, Produces Reason stood out as one of the best albums of the year. A great score, especially for a band who – despite having more than a veteran in its ranks – was at its debut.
Of course, there was something to be proud of, but also something to be concerned about: when your first album goes straight among the best releases of the year and critics love it, how will you then manage to do something that will live up?
Sleep of Monsters found the answer: daring.
Poison Garden is a concept album that plays with strong contrasts and precise doses.
If on one side the sound – with the exception of the opening track – is much less heavy than in Produces Reason, on the other hand the lyrics are darker and more cryptic; the melodies are more radio-friendly, but Ike Vil seems to have gone back writing for Babylon Whores. There’s more light, but what comes out is a stronger pessimism. While in Produces Reason the topic of death was faced in a sardonic and provoking way (Abomination Street is a good example), in Poison Garden one looks straight at the eyes of the Lady in Black (Our Dark Mother), accepting that it won’t always be possible to postpone the fatal kiss. While Produces Reason found its ending in its most elevating song, Magick Without Tears, Poison Garden ends in a descent to the underworld with no turning back, titled Land of Nod.

Among the best tracks:
Poison King opens the album, introducing Mithradates Eupator’s theme; Rome’s famous and arch enemy, known for having made himself immune to the most different kinds of poison, taking small doses of them every day. It’s already clear that in this album, compared to the previous one, the band will better develope the potential of its three amazing backing vocalists; in fact, this tracks’ backing vocals awake in the listener the genuine hope that the bonus track, in the next album, could be a cover of Carmina Burana.
Golden Bough is the romantic ballad of the album, and maybe also the most rich song in terms of sound. The guitar starts creating a sinister atmosphere, who might talk about a monster awaking, just to slip then into a riff, on whose notes Fred Astaire and Ginger Roger might dance holding each other; Tarja Leskinen’s crystal-clear voice and the strings make the track particularly touching, managing anyway to avoid the Finnish symphonic metal band cliché.
The Art of Passau is the first of two tributes to German culture (we’ll find the second one in Babes in the Abyss, where Vil declaims the German version of Ring Around the Rosie, proving once and for all his ability to make anything and everything sound sophisticated). “Art of Passau”, passauer kunst in German, is how we remember a belief that belonged to German soldiers during the 17th century, according to which some spells – written on papers – had the power to make people invulnerable. The intro reminds of Epica during The Divine Conspiracy era; then the track takes a much more poppish turn, but still it gets an evil vibe, given by the mantra “Nama nama sebesio” – which comes from the Mithraic cult and still, nowadays, no one has been able to translate – that makes the song absolutely irresistible.
The Land of Nod is the most sharp and penetrating song of this release. If we’d consider the instrumental parts and the backing vocals only, it could be part of Baldur’s Gate or The Gladiator’s soundtrack. But the instrumental parts and the backing vocals aren’t the only things there; there’s the story of a man, and his feeling himself doomed to follow his father’s path down to the grave. There’s his father’s trial, his own trial, a conviction for both, and somehow a self-absolution, because at the end of the day even Cain and Judas were following God’s plan; a self-absolution that maybe drags the defendant in an even deeper abyss.

Well, in The Name of the Rose, Umberto Eco wrote of books talking about other books. Poison Garden is a piece of art talking about other pieces of art, a story composed of many other stories. The only flaw are the trumpets in the ending of Devil and All His Works, where for once the fusion of different elements doesn’t work as it should, creating a sort of “Rocky Balboa effect”. Anyway, despite this little imperfection, this is a peculiar and classy album, when it comes to both music and lyrics; it escapes labels, and that’s the reason why it’s worth listening to it.

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March 29

La Rockstar a Teatro

IMG_1905Ne sono sicura, c’è chi sarebbe pronto a saltarmi al collo già solo per aver definito Morgan “rockstar”; ma in fondo per essere una rockstar servono tre cose: il talento musicale, la personalità e la capacità di far incazzare la gente… e lui abbonda in tutti e tre gli aspetti.
Ma procediamo con ordine: non so se il 22 marzo, al Manzoni di Milano, si sia arrivati o meno al sold out, di fatto il teatro è pieno, e fin qui tutto regolare.
Forse complice il fatto di avere da qualche anno lasciato l’Italia, mi sorprende però il tipo di pubblico. Gli uomini sono probabilmente i fan dei Bluvertigo fra i trenta e i quaranta che a rigor di logica ci si aspetterebbe di ritrovare a presenziare ad uno spettacolo di Morgan; il vero shock sono le donne: anziane che prima dello show farneticano riguardo ad Asia Argento e Ballando con le Stelle, alternate a ragazzine che a spettacolo iniziato lasciano intenzionalmente cascare la spallina del vestito sperando di venir notate dal palco; ma io le noto anche da dietro, perché da lì si vedono perfettamente i punti interrogativi fluttuare sopra le loro teste non appena Marco comincia a parlare di Shopenhauer. Forse sentono il mio sguardo trapassare le loro nuche, dal momento che finalmente si zittiscono e lasciano che noi ci gustiamo lo spettacolo. Noi chi? Noi che siamo lì per la musica e per l’arte.
Nell’arco dei cinque atti, il pubblico può godersi quanto (almeno in teoria) già letto ne Il Libro di Morgan – Io, l’Amore, la Musica, gli Stronzi e Dio, con un pizzico di vita in più, giacché tutto si può dire del Castoldi, tranne che non sia un capace affabulatore. A volergli davvero fare le pulci, è forse leggermente troppo legato al testo: il tutto sarebbe stato ancora più vivo se avesse tenuto a mente un po’ di più e letto un po’ di meno. Ma in fondo una rockstar che si rispetti gioca sulle proprie imperfezioni, dunque che senso avrebbe mai farle le pulci?
Nello spettacolo c’è tutto: c’è cultura, senso dell’umorismo, allegria, autoironia, irriverenza, originalità, tradizione, sorpresa e ricordi. C’è un ospite inaspettato come Vecchioni, che può non essere il tuo cantante preferito ma che è un pezzo di storia della musica italiana, ed è straordinaria la complicità fra lui e Morgan; ci sono i riferimenti colti (sì, quelli che fanno apparire i punti interrogativi sulle teste di chi non ha mai letto altro che Fabio Volo); ci sono le prese per il culo rivolte sia ai leghisti che al Diavolo, perché il male assume forme diverse; c’è la gioia di rendersi conto che la voce del Castoldi è ancora lì, quando ha voglia di tirarla fuori; c’è il magone che inevitabilmente ti prende per la gola quando partono le prime note di Cieli Neri, col flauto traverso di Mauro Pagani, lì in carne ed ossa; c’è Mauro Pagani di per sé, che quando – per la prima volta nella sua carriera – si ritrova a suonare un violino a tre corde, perché una s’è spezzata durante l’esibizione, non fa una piega e in qualche modo riesce a continuare a suonare da dio; c’è la versione più rock de La Notte che ti capiterà di ascoltare in vita tua; mentre Morgan suona il piano, proiettate sul muro, ci sono le immagini di un compleanno di Anna Lou, che ti fanno tornare il magone, ma un magone completamente diverso da quello provato durante Cieli Neri; credevi che non si potesse diversificare il magone e invece improvvisamente ti accorgi che ti sbagliavi di grosso.
Non manca neppure l’interazione col pubblico per mera necessità: Marco, non trovando il testo di una canzone, chiede ai presenti di cercarlo col cellulare; prontamente una fan esaudisce la sua richiesta e gli presta l’apparecchio, ma nel momento in cui – a pezzo già iniziato – un ragazzo dello staff gli porta la versione cartacea, lui senza smettere di suonare restituisce il telefono lanciandolo, e la povera proprietaria per recuperarlo ed evitare che vada in frantumi si cimenta in un tuffo degno di un portiere della nazionale di calcio. Sì, decisamente il signor Castoldi sa come far incazzare la gente.
Te ne accorgi dalle piccole e dalle grandi cose, dall’accozzaglia di gente che in barba a qualunque schema è riuscito a riunire nella stessa sala, dalle performance musicali così come dal costante atteggiamento canzonatorio: saranno anche passati più di vent’anni da Acidi e Basi, ma non c’è talent show che tenga; Morgan è rimasto il nostro incorreggibile Eretico.

Foto della serata

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February 22

Umberto Sì, Umberto No, Umberto Evviva!

umberto-eco--644x362(English version below)
Non sono solita scrivere articoli commemorativi; in genere sono pieni di luoghi comuni, ma soprattutto sono inutili. Servono solo a limitarsi a dare a chi condivide il dolore per la perdita la possibilità di non elaborare un pensiero proprio, limitandosi a “condividere” ciò che qualcuno si è già preoccupato di esternare, o a dare modo a chi dalla stessa perdita non viene toccato di polemizzare, perché “Chi se ne frega”, perché “La fame nel mondo” e perché “Si stava meglio quando si stava peggio”. Però stavolta se ne va nu piezz ‘e core, dunque al diavolo le polemiche e al diavolo la paura dell’inutiltà; tanto in fin dei conti secondo Oscar Wilde l’arte deve essere inutile.

Pensare al mondo senza Umberto Eco è in qualche maniera inquietante; era uno dei pochi simboli della cultura italiana rimasti intatti. Parlo di cultura vera, quella fatta di logica, di pensiero, di coscienza e di capacità di esprimersi, di identità autentica e non di volgare xenofobia.
Umberto Eco portava con sé luce e speranza; un uomo dal talento talmente immenso da essere riuscito ad imporsi alle masse nonostante la sua sia stata una produzione realmente intelligente e complessa.
Era snob, Umberto, un elitario; uno che di proposito ha reso pesanti le prime cento pagine de Il Nome della Rosa per selezionare i lettori ed essere certo che a goderne fossero quelli meritevoli; uno che probabilmente m’avrebbe moralmente sputato in un occhio, essendo io un’autrice che perlopiù si è sempre autopubblicata, ma gli ho voluto bene ed in qualche modo ho sempre trovato che i suoi lati negativi fossero parte della sua forza, che contribuissero al suo insegnamento: non abbassarsi per essere più facilmente comprensibili e di conseguenza apprezzabili, perché ad apprezzare l’arte di qualità sarà chi lo merita; e forse questo non è solo un insegnamento in ambito artistico, ma un insegnamento di vita.

Non scorderò mai la sensazione magica di quando per la prima volta lessi un suo libro: come se qualcuno mi stesse consegnanfo un segreto prezioso.
Adesso, pur senza il caro Umberto, la lotta alla decadenza e all’abbrutimento della cultura, dovrà continuare, e spero che i campioni senza macchia e senza paura siano tanti, pronti a studiare di più, a lavorare di più su se stessi e a preoccuparsi di avere davvero dei contenuti da esporre, nonostante viviamo nell’epoca dell’apparenza e nonostante l’Italia abbia smesso da molto tempo di essere un Paese meritocratico.
Io voglio credere che così come il talento di Eco ha vinto nella partita contro la mediocrità e le cose facili a tutti i costi, i nuovi talenti possano vincere in quella contro il bombardamento continuo di immagini e parole a cui veniamo ogni giorno sottoposti, che rappresenta il nuovo oscurantismo.

English

I don’t usually write memorials; they’re usually full of clichés and they’re useless. They’re there only to give to those who share the sorrow for the loss a chance to avoid to elaborate their own thoughts, just “sharing” what someone else already wrote down, and to give a chance to those who don’t care about it to create flames because “Who cares about it”, because “There are people dying from hunger” and because “We were better off when we were worse off”. But this time the one who’s leaving is piece of my heart, so both flames and the fear of writing something useless can go to hell; after all according to Oscar Wilde art must be useless.

To think about the world without Umberto Eco is somehow creepy; he was one of the few symbols of Italian culture still untouched. I’m talking about real culture, the one made of logics, of thought, of coscience and ability to express oneself, of authentic identiti and not of trivial xenophobia.
Umberto Eco carried with him light and hope; a man with such an incredible talent to menage to be loved by the mass despite his production is actually smart and complex.
Umberto was a snob, an elitist, who intentionally made heavy the first hundred pages of The Name of the Rose, in order to make a selection among readers and be shure that only the ones who deserved it would have had a chance to enjoy it; a man who would have probably figuratively spitted on my face, as I’m an author who mostly self published her works till now; but I always loved him, and I always found that also his negative sides were a part of his strenght, that they gave a contribution to what he thought us: not to bring ourselves down in order to be more easily understandable and therefore lovable; and maybe this rule doesn’t work only when it comes to art, maybe it’s also about life.

I’ll never forget the magical feeling, when for the first time I read one of his books: it was like someone was telling me about a precious secret.
Now, even without dear Umberto, the fight against the decay and the degradation of culture will have to go on, and I hope that there will be many knights in shining armour, ready to study more, to work harder on themselves and taking care of having actually something to say, despite the fact that we live in the era of appearance and despite Italy stopped being a meritocratic Country a long time ago.
I want to believe that, just as Eco’s talent won against mediocrity and cheapness, the new talents will be able to win against the perpetual bombardment of pictures and words we’re victims of, which is the new obscurantism.

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December 30

Sleep of Monsters: Intervista con Ike Vil e recensione di Produces Reason (Interview with Ike Vil and review of Produces Reason)

(English version below)

La recensione e l’intervista che vado a presentarvi – pur essendo state scritte da me – furono originariamente pubblicate (nel 2013) su His Infernal Magazine, che purtroppo però non esiste più; per gentile concessione della fondatrice del magazine ho la possibilità di riproporvele qui, sul mio blog.

SleepOfMonstersIl Sonno dei Mostri Genera Ragione
Dopo il magico live in occasione dell’Helldone, le mie aspettative riguardo all’uscita di Produces Reason erano altissime; non sono rimasta delusa.
L’album di debutto degli Sleep of Monsters è palesemente frutto di lavoro svolto con dedizione: curato nei dettagli, variegato ma armonioso.
Ogni pezzo ha una sua ragione di esistere, ma mi focalizzerò solo su alcuni brani.
“Holy Holy Holy” è un’introduzione dal sapore mistico. Mezzo minuto è sufficiente alle tre sirene Hanna, Nelli e Tarja per attirare l’ascoltatore nella rete di Produces Reason.
Impossibile non notare poi le tre regine sapientemente distribuite lungo la tracklist: Nihil Nihil Nihil, Murder She Wrote e Horses of the Sun.
Nihil Nihil Nihil è la dimostrazione pratica del fatto che non sempre sia necessario scegliere fra un pezzo di qualità ed uno orecchiabile. Ritmo, un pizzico di celtica, chitarre elettriche in primo piano, un ritornello che rimane in testa, un testo in cui la consapevolezza di essere “niente” e di averle viste tutte si mescola a quella di avere la forza di affrontarne altrettante.
Murder She Wrote e Horses of the Sun sono due ballate di natura differente, eppure in qualche modo costituiscono due facce della stessa medaglia. La prima, con un’intro gotica degna dei Cradle of Filth ai tempi di Dusk and Her Embrace, narra di una tragica storia d’amore che diventa volutamente simbolo di tutte le tragedie amorose; la seconda è invece un inno all’ermetismo con tutta la potenza di un raconto biblico. Sono le tinte epiche ad unirle: una canzone che pare essere una preghiera per tutti gli innamorati sfigurati dal sentimento ed una preghiera romantica tanto quanto una canzone d’amore.
Magick Without Tears – l’ultima traccia – che nella galleria di questo album è uno dei dipinti dai colori più luminosi, riprende Holy Holy Holy, definendo il finale circolare di Produces Reason, in perfetta congruenza con l’artwork in copertina.
Non so se il Sonno dei Mostri generi ragione, ma di sicuro – negli amanti della vera musica – genera speranza.

Intervista con Ike Vil

Gli Sleep of Monsters: una delle band di supporto dell’Helldone, presto sul palco dell’ “Halloween in HEL” (con The 69 Eyes). Dolci ricordi, ma soprattutto promesse per il futuro, nella nostra intervista con il frontman: Ike Vil.

-Quando è cominciata l’avventura degli Sleep of Monsters?
Nella primavera del 2012, il nostro chitarrista Sami Hassinen, che si era appena ritrovato senza una band, stava partecipando ad una jamming session con il tastierista Janne e il batterista Pätkä in un locale di Helsinki mentre il posto era vuoto. Conosco Sami da molto tempo, dato che le nostre band suonavano insieme piuttosto spesso verso la fine degli anni novanta, e si è anche occupato del mixaggio per i Babylon Whores, la mia vecchia band, un bel po’ di volte. In qualche maniera mi ha convinto ad andare a bere qualcosa con lui una sera, con l’idea di provare qualcosa insieme, e alla fine della nottata, ci siamo ritrovati nel bagno (!) di un monolocale con una chitarra acustica, a provare un po’ di canzoni. La mattina dopo non ci ricordavamo più le canzoni, ma c’era qualcosa. — Voglio dire, di base avevo già deciso che ne avevo abbastanza della musica, ma lui è riuscito a riportarmici. Era come ritrovarsi davanti ad un muro quando si trattava di scrivere musica, ed in particolar modo i testi, ma in qualche modo tutto è ritornato, in maniera positiva.

Si è aggiunto Mäihä come bassista e Uula come secondo chitarrista e quando abbiamo cominciato a buttare giù alcune tracce con il nostro produttore Pekka in studio, ci ha fatto conoscere le regazze, prima Hanna e Anni, poi Nelli, le cui voci si sono rivelate la componente mancante in diverse delle nostre canzoni e hanno dato il tocco finale al nostro sound (anche se, naturalmente, è ancora in evoluzione).

-Come definiresti la vostra musica?

Ci sono ovviamente diversi elementi, e se ascolti una sola canzone, può accadere che tu non riesca davvero a fartene un’idea completa. Comunque, credo che ci sia un’identità fortemente riconoscibile ad accomunare tutti i nostri pezzi. Potresti giocartela con termini come “gothic acid rock” o “dark pop” o “occult rock” or qualunque altra cosa, ma hey, noi siamo solo stupidi musicisti, il nostro lavoro è scrivere musica, voi giornalisti potete farci le pulci e tirare fuori qualche termine appropriato :DSono sicuro che risulterà troppo leggera e pop alle orecchie dei metallari, troppo strana e troppo artistica per il mainstream (ci sono già stato, l’ho già fatto), per non parlare del fatto che dal vivo, a volte mi dimentico che non suono più in una band punk. Ma hey, sono vecchio e saggio e so che questa è ROBA BUONAAA! 😀

-Questa è difficile: cosa significa per te la musica?
Semplicemente, è lì, sai? Può essere musica elevante o un rituale pieno di potere, una bella melodia, un riff ritmato o un portale che si apre sui sentimenti e sulle cose che non possono essere espresse a parole, cose che non sono bianche o nere, ma che ti fanno venire la pelle d’oca. Penso che possa essere anche tutte queste cose insieme — “all things to all men”, come vuole il cliché. Quando ero un bambino, credo che la musica avesse molto a che vedere con l’affermazione dell’identità — credo che ci fosse molto più della semplice musica in David Bowie, nei Bauhaus, Samhain, Dead Boys, Celtic Frost e così via. Ad un certo punto, avendo suonato in una band per molto tempo (anche se ancora non sono davvero bravo a suonare qualcosa; beh, forse nemmeno a cantare) pian piano ho cominciato a sentirmi come una prostituta, perché avevo perso quel modo viscerale, ingenuo, e non analitico di ascoltare la musica. La musica era solo strofe e ritornelli. Per diversi anni la musica non ha significato quasi nulla per me (e c’era davvero un mucchio di band che un poveretto deve subire nel mondo odierno che ha persino peggiorato la situazione!), ma poi, lentamente, così come la musica aveva perso ogni significato, è come se lo avessi ritrovato — come ho detto,come qualcosa che semplicemente è lì, per via della volontà di esprimersi al meglio; qualcosa con cui puoi giocare nei modi più strani, fin quando non l’analizzi troppo. E questo vale sia per l’ascoltare che per il suonare musica. Immagino che tutto questo non abbia molto senso, vero? Ma il punto è esattamente questo. 😀

-Mettendo insieme il nome della band e il titolo del vostro album, che uscirà prossimamente, otteniamo: “Sleep of monsters produces reason” (“Il sonno dei mostri genera ragione”); cosa intendete?

C’è una famosa incisione dell’artista spagnolo Francisco Goya chiamata “El sueño de la razón produce monstruos” “Il sonno della ragione genera mostri” del 1799, che mi ha sempre affascinato. Si trova facilmente anche su internet. Essendo sempre stato incline all’ermetismo (“As Above, So Below”) [“Così com’è Sopra, è anche Sotto” una delle massime del movimento filosofico e religioso dell’ermetismo, ndD], ho considerato che anche il contrario debba essere vero, se il Sonno della Ragione Genera Mostri. In realtà, avevo già scritto questo verso in una vecchia canzone dei Babylon Whores intitolata “Radio Werewolf” nel 2000, quindi in un certo senso, è anche un rifermento al passato.

-Sei in qualche modo nostalgico riguardo alle superstizioni?

Hehe, che intendi per “superstizioni”? Personalmente, credo che… Diciamolo, l’idea del costante sviluppo economico è basata sulla superstizione molto più dell’alchimia 😀

-Un chiaro riferimento a Goya e il titolo di una delle canzoni in latino (Nihil Nihil Nihil); qual è il fascino dell’Europa del Sud? Come ti ha influenzato?

C’è una tradizione occulta così ricca tornando indietro di migliaia di anni. Se vuoi capire l’Europa, la cultura europea (e forse persino gli Europei), tutte le strade portano a, uh, Roma, come dice il proverbio. Non che non ci siano una miriade di cose affascinanti riguardo alla tradizione celtica, a quella tedesca/nordica. (O a quella iberica, o fenicia, o precolombiana, o lemure, o…)

-Non solo la musica può ispirare i musicisti; come e quanto spesso trovi spunti in altre forme d’arte?

Credo che il pezzo di Goya abbia decisamente dato il via in me, ad un pensiero fisso. In generale, comunque, penso che nella mia testa si mescolino molte cose diverse e che ritornino poi insieme nei testi condensate sotto forma di analogie — Voglio dire, per me la maggior fonte d’ispirazione è sempre stata la vita (e, um, la morte rappresenta buona parte di essa!), e uno deve vivere, amare ed esplorare per potersi aprire a quelle analogie, per riuscire a far quadrare i pezzi del puzzle. Credo che tutti i pezzi d’arte — musica, cinema, illustrazioni, scultura, architettura — che tentano di collegarsi in maniera significativa al disegno più grande e non sono solo dei semplici derivati, facciano parte del ricco, misterioso arazzo che ogni anima vivente può studiare e in cui può ritrovarsi, riflettersi e forse capire qualcosa di sé. Nel migliore dei casi, forse accadrà questo con i nostri testi.

-Quali sono le vostre aspettative riguardo a Produces Reason?

Vendere un milione di copie. Se non dovessimo arrivare a tanto, allora spero che arriviamo almeno a vendere abbastanza per realizzare il prossimo album.

-Dove, in particolare, ti piacerebbe tenere un concerto?

Ho sempre amato i castelli ma non mi è mai capitato di suonarci. Ho anche dei bei ricordi della House of Blues a Chicago, e alcune delle vecchie sale da ballo negli Stati Uniti hanno una meravigliosa atmosfera, fatiscente, sporca. Ogni città europea con un centro storico è gradita. Ma di base per me va bene qualunque posto in cui ci siano birra e vino bianco!

– Piuttosto spesso le band di supporto – a prescindere dal talento – fanno fatica a catturare l’attenzione del pubblico. Come ti sei sentito all’Helldone?

Penso che i fan degli HIM ci abbiano dato un caloroso benvenuto, e gliene sono davvero grato! (Ovviamente devo ringraziare anche Ville e i ragazzi per l’opportunità che ci hanno dato. [Hmm, in realtà, dovremmo attaccarci a loro per qualche altro concerto quando uscirà il nuovo album:D]). Seriamente, nel corso della mia carriera mi è capitato un bel po’ di volte di aprire dei concerti, e non sempre ha avuto molto senso — ma per la prima volta, penso di far parte di una band che possa conquistare una buona parte di pubblico a prescindere dall’headliner. Penso che ce la siamo cavata piuttosto bene anche come supporto di una band Death Metal lo scorso venerdì 😀

-Grazie per il tuo tempo; spero di rivedervi presto sul palco!

Grazie, Delia! Il nostro album uscirà ad Ottobre, dopo di che speriamo di riuscire a girare un po’. Prima di questo, in Finlandia dovrebbe passare in radio un nuovo promo, forse uscirà un vinile 7”, e stiamo anche pensando ad un video.

English
This review and this interview were originally published (in 2013) by His Infernal Magazine, but unfortunately the magazine no longer exists; thanks to the founder of the magazine I have now the chance to bring back this material to you, here on my blog.

SleepOfMonsters

The Sleep of Monsters Produces Reason
After the magical Live at the Helldone, my expectations about the release of Produces Reason were very high; I wasn’t disappointed.
Sleep of Monsters’ debut album is clearly the harvest of dedicated work: a high degree of attention to detail, varying in style but harmonious.
All tracks have their reason for being, but I’m going to focus only on some of them.
“Holy Holy Holy” is an intro with a mystical flavour. Half a minute is enough for the three mermaids Hanna, Nelli and Tarja to attract the listener into Produces Reason’s cobweb.
It’s impossible not to notice the three queens wisely distributed along the tracklist: Nihil Nihil Nihil, Murder She Wrote and Horses of the Sun.
Nihil Nihil Nihil is the practical demonstration of the fact that it’s not always mandatory to choose between a quality song and a catchy one. Rhythm, a pinch of Celtic music, electric guitars standing high, a chorus sticking in your head, lyrics in which the realisation of being “nothing” and to have seen it all is mixed with the realisation of being ready to see much more.
Murder She Wrote and Horses of the Sun are two ballads of different nature, but still somehow they are two sides of the same coin. The first, with a gothic intro meeting Cradle of Filth during the era of Dusk and Her Embrace, narrates a tragic love story which intentionally becomes the symbol of all love tragedies; the second one is a hymn to hermetism with all the power of a biblic narration. The tie between them is the epic atmosphere: a song which seems to be a prayer for all lovers disfigured by love and a prayer as romantic as a love song.
Magick Without Tears – the last track which, in this album’s gallery, is one of the images painted with the most delightful colours, recalls Holy Holy Holy, defining the circular ending of Produces Reason, in perfect harmony with the cover artwork.
I don’t know if the sleep of monsters produces reason, but for sure – in people who love real music – it produces hope.

Interview with Ike Vil
Sleep of monsters: one of the bands supporting Him at the Helldone, soon on stage for Halloweeen in Hel (with The 69 Eyes). Sweet memories, but especially promises for the future, in our interview with the frontman: Ike Vil.

-When and how did Sleep Of Monsters’ adventure begin?

In the spring of 2012, our guitarist Sami Hassinen, having recently found himself without a band, was jamming with keyboardist Janne and drummer Pätkä at a club in Helsinki when the place was empty. I know Sami from way back, as our old bands were playing together quite often in the late 90’s, and he even mixed Babylon Whores, my old band, quite a few times. Somehow he got me to go drinking with him one evening, with the idea of trying out something together, and at the end of the night, we ended up in the toilet (!) of a small bed-sit apartment with an acoustic guitar, trying out a few songs. We didn’t remember the songs next morning, but somehow it felt there was something to it — I mean, I had basically decided that I’m done with music already, but he managed to lure me back in. I had basically hit a wall what comes to writing music, and especially lyrics, but somehow it all started coming back in a good way.

 

We got Mäihä on bass and Uula on second guitar and when we started laying down some tracks with our producer Pekka in the studio, he hooked us up with the ladies, first Hanna and Anni and later Nelli, whose female vocals turned out to be the missing component in quite a few of our songs and sort of gave the final touch to our sound (although it’s obviously still evolving).

 

-How would you define your music?

 

There’s obviously a lot of different elements to it, and it might be that if you hear just a single song, you don’t really get the complete picture. Still, I think there’s a very recognizable identity going through it all. You could play around with terms like “gothic acid rock” or “dark pop” or “occult rock” or whatever, but hey, we’re just stupid musicians, it’s our job to write music, you journalists can pigeon-hole us and come up with the terms that stick 😀 I’m sure it’s gonna be too slick and poppy for the metalheads, too weird and artsy for the mainstream (been there, done that), not to speak of the fact that live, sometimes I forgot that I don’t play in a punk band anymore. But hey, I’m old and wise and I know that this shit is GOOD! 😀

 

-Hard question: what’s the meaning of music to you?

It’s just there, you know? It can be elevator music or a powerful ritual, a nice melody or a groovy riff or a gateway to feelings and things that can not be expressed with words, things that are not black and white but give you the goose bumps. I guess it can even be all those things at the same time — all things to all men, as the cliché goes. When I was a kid, I guess music had a lot to do with self-identification — I guess there was just so much more in David Bowie, Bauhaus, Samhain, Dead Boys, Celtic Frost or whatever than just the music. At one point, having played in a band for a long time (although I still can’t, like, really play anything, well, maybe not even sing) I started slowly feeling like a prostitute, cos I had lost that gut feeling, the naïve, non-analytical way of listening to music. Music was just verses and chorii. There were quite a years when music was almost meaningless to me (and there were really a lot bands that a poor person is subjected to in the modern world that made it all the more worse!), but then, slowly, as music had lost all meaning to me, I sort of found it again — as I said, as something that is just there, for want of a better expression; something you can do all kinds of weird things with it, as long as you don’t analyze it too much. And this goes for both listening to AND playing music. I guess I’m not making a lot of sense, am I, but that is just the point 😀
-If we put together the name of the band and the title of your upcoming album we obtain the sentence: “Sleep of monsters produces reason”; what do you mean?

There is a famous etching by the Spanish artist Francisco Goya called “El sueño de la razón produce monstruos” (1799), “The Sleep of Reason Produces Monsters” that has always fascinated me. You can easily find it on the internet. As I’ve always been somewhat hermetically inclined (as in “As Above, So Below”), I reckoned the opposite must also be true, thus The Sleep of Reason Produces Monsters. Actually, I already wrote the line in an old Babylon Whores track called “Radio Werewolf” back in 2000, so in a way, it’s also a nod to the past.

-Are you somehow nostalgic about superstitions?

Hehe, what do you mean “superstition”? Personally, I think that, say, the idea of constant economic growth is much more based on superstition than e.g. alchemy 😀

-A clear reference to Goya and a song with a title in Latin (Nihil Nihil Nihil); what’s the fastination of southern Europe? How did it influence you?

There’s just such of a rich, dark tradition going back thousands of years. If you want to understand Europe, European culture (or maybe even Europeans), so many roads lead to, uh, Rome, as the saying goes. Not that there wouldn’t be a plethora of fascinating things about the Celtic and Germanic/Nordic culture, too. (Or the Iberian, or Phoenician, or Pre-Colombian, or Lemurian, or…)
-Not only music can inspire musicians; how and how often do you find ideas in other kinds of art?

I guess the Goya piece is something that definitely triggered one, fixed thought in me. In general, though, I think that so many things get mixed up in my head and come back together in the lyrics condensed as analogies — I mean, the main inspiration for me has always been life (and, um, death is a big part of it!), and one has to live, love and explore in order to open up those analogies, to connect the pieces in the puzzle. I think all works of art — music, movies, books paintings, sculpture, architecture — that try to connect to the bigger picture in a meaningful way and are not just derivative drivel, are part of the rich, mysterious tapestry that every living soul can study and find her/himself in it, reflect her/himself in it and maybe even realize something about her/himself in it. In the best case, maybe also in our lyrics.
-Which are your expectations about Produces Reason?

1,000,000 sold copies. If that does not happen, enough so that we can make the next album!
-Where would you particularly like to play a gig?

I’ve always loved castles but never actually played one. I also have cool memories from the House of Blues in Chicago, and some of the old dance halls in the US have this nice, run-down, sleazy atmosphere. Any European town with a historic city centre is always nice. But basically anyplace with some beer and white wine is OK with me!
-Quite often supporting acts – despite their talent – have a hard time catching the audience’s attention. How did you feel at the Helldone?

I think the HIM fans gave us a great welcome, and I’m really grateful for them because of that! (Of course I also have to thank Ville and the guys for giving us the opportunity. [Hmm, actually, we should bug them for more gigs when the album comes out :D]). Seriously, I’ve played quite a few support slots in my time, and not all of them have made much sense — but for the first time, I think I’m in a band that can actually win over quite a few people regardless of the headliner. I think we also went down pretty well supporting death metal bands last Friday 😀
-Thank you for your time; I hope to see you soon again on the stage!

Thanks, Delia, and sorry it took a while! Our album will come out in October, and after that we hope to tour a bit. Before that, there should be another radio promo single in Finland, maybe a vinyl 7″, and we’re also thinking about a video.

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