September 15

“Caro Zucchero, ti chiedo scusa”

15 settembre 2017

Caro Zucchero,
ti chiedo scusa. Forse però è il caso di spiegarti perché.
Ho ventisei anni e la musica, insieme alla letteratura, è da sempre per me ragione di vita. Vivo in Finlandia, ho fondato una band di nome Strega, in cui canto e scrivo i testi. Suono, o perlomeno cerco di suonare, quattro strumenti, e credimi, non spero certo di impressionare nessuno scrivendoti queste cose, le menziono piuttosto per darti un’idea di quanto spazio e di quale posto la musica occupi nella mia esistenza.
Sin da quando ero bambina ho amato molto alcuni tuoi pezzi; ero adolescente quando uscì la tua superba Indaco dagli Occhi del Cielo, che non solo mi piacque molto, ma mi lasciò dentro un segno che ancora oggi, a distanza di un decennio, non sono in grado di spiegare del tutto. Sospetto che abbia qualcosa a che fare con una forma di spiritualità profonda, distante anni luce da ogni tipo di bigottismo.
Eppure mi stavi antipatico.
Avevo nella mente ben fissa l’immagine di te che ringhiavi: “Ti sputo in bocca!”, le orecchie piene delle accuse di plagio a te rivolte.
Tuttavia non provare simpatia nei confronti di un artista non mi ha mai impedito di riconoscerne la qualità e di apprezzarne i lavori.

Alla fine di agosto, per puro caso, passando davanti al Tavastia, a Helsinki, ho letto il tuo nome nell’elenco dei prossimi concerti. Lo stupore è stato doppio: da un lato il Tavastia è un locale dove si esibiscono in genere band metal, dall’altro… “Caspita, Zucchero suona a trecento metri da casa mia!”.
Così ho comprato il biglietto, per curiosità, ma anche a scopo didattico, perché quando si spera di riuscire – un giorno – a vivere della propria musica, è giusto e costruttivo guardare da vicino chi non solo ce l’ha fatta, ma ce la fa da trent’anni.
Sono venuta al tuo concerto, riuscendo ad accaparrarmi un posto in prima fila, attaccata alla transenna, come piace a me.
Mi aspettavo semplicemente una serata gradevole, invece tu mi hai fatta ballare, cantare, saltare, urlare. Mi hai scaldato il cuore, mi hai commossa, mi hai fatta ridere di gusto. Hai suscitato in me stima e rispetto con il tuo genuino lasciare spazio ai fantastici musicisti che ti accompagnano. Di nuovo mi hai fatta ridere indicando me e il tuo tastierista sull’inizio di Senza una Donna, come se ti riferissi a noi due e io gli avessi spezzato il cuore, col tuo sguardo che si faceva sempre più divertito mentre domandavo: “Ma che dici? Chi? Io?”.
Insomma, contro la mia volontà, mi sei stato simpatico, e tanto.
Mi ha fatto uno strano effetto guardarti negli occhi senza i tuoi inseparabili occhiali da sole, perché ci ho visto dentro il riflesso di un’anima fragile.
Tornata a casa inevitabilmente, oltre a cominciare ad ascoltare a rotazione i tuoi pezzi, ho letto e guardato articoli, commenti e video in cui ti si accusava aspramente di svariati plagi, e lì mi sono resa davvero conto di quante cattiverie ti vengano rivolte.
C’è ignoranza o persino perfidia nell’accusarti di aver copiato Everybody’s Got to Learn Sometime, mentre Indaco dagli Occhi del Cielo ne è dichiaratamente la versione italiana (per non parlare del fatto che, in tutta onestà, l’hai resa di una poeticità immensa); lo stesso vale per chi ti attacca dal momento che in Un Kilo il riff è identico a quello di The Seed 2.0, dei Rooths. Certo: perché l’hai realizzata in collaborazione con il loro batterista; e potrei andare avanti citando pezzi che hai dichiaratamente ripreso, o a cui semplicemente hai fatto riferimento, senza mai mancare di rielaborare in maniera artistica, venendo riempito di calunnie da individui che non capiscono le regole della composizione e che non sanno come l’arte si cibi sempre di altra arte.
Poi mi è capitato di leggere una tua lettera ad un giornale, in cui definivi “diabolico” il modo di dipingerti di molti giornalisti, e mi sono sentita terribilmente in colpa, perché per tanti anni anch’io ho prestato ascolto a quel modo diabolico di dipingerti, mentre davvero non te lo meritavi. Per troppo tempo ho tenuto fede ad un modo pregiudizioso di guardarti e mi dispiace davvero, anche da un punto di vista egoistico, perché fa male rendersi conto di aver nutrito tanto a lungo un pregiudizio.
Certo, i giornalisti hanno avuto la loro fetta di colpa, ma io – soprattutto in qualità di fan di Michael Jackson, con una lunga esperienza nel vedere il proprio beniamino massacrato dai media – mi sarei dovuta informare molto prima, avrei dovuto darti il beneficio del dubbio e venire a guardarti più da vicino; invece l’ho fatto solo qualche giorno fa.
Mi auguro che anche per te valga la regola del “meglio tardi che mai” e spero di cuore che tu possa perdonarmi.
Purtroppo hai avuto la sfortuna di nascere in un Paese in cui un artista che ha lavorato con i Queen, Sting, Ray Charles e mille altri, invece di essere un vanto diventa un bersaglio; ma io non ho più intenzione di sparare, né di essere complice di chi lo fa.
Con affetto (sì, adesso te ne porto, e parecchio)
Delia

April 10

Il Dramma di Ritrovarsi fra i Neonazisti – The Tragedy of Finding Yourself Among Neonazis

(English version below)

Avere gusti che non corrispondono a quanto ci si aspetti da chi ha le proprie idee politiche comporta incidenti di percorso e delusioni cocenti. Parola di donna di sinistra con la passione per pizzi, merletti, tacchi alti, culture nordiche ed esoterismo.
Perché?
Perché nonostante viviamo nel 2017 si vive ancora di stereotipi, dunque ci si continua ad aspettare che la femminista non possa corrispondere a certi canoni (magari anche vecchi e consunti) di femminilità; e mi raccomando: che sia atea e devota solo a ciò che si vede e si tocca, possibilmente con una buona dose di rabbia gratuita nei confronti del genere maschile!
Insomma, il fatto che mi piacciano le minigonne, che sia patita di esoterismo e di mitologia, che studi il tedesco e che non odi gli uomini, impedisce al neonazista medio di riconoscere in me la donna di sinistra che in realtà sono: quella per l’uguaglianza di diritti e doveri, a prescindere dal sesso o dal luogo di provenienza, quella per il rispetto delle differenze e per il dialogo.
Da parte mia invece, commetto spesso l’errore di sperare che simili interessi possano (quasi debbano) corrispondere a simili valori. Ed ecco che dopo magnifiche conversazioni sulle rune e sulle loro possibili interpretazioni, mi ritrovo – come un’idiota – sgomenta davanti al fatto che, secondo l’individuo poco prima riconosciuto come simile a me, una vita valga meno di un’altra, ci siano “razze” superiori e inferiori, esistano guerre giuste e sia accettabile soffocare l’opinione dell’altro solo perché diversa dalla propria; tutte cose che mi danno il voltastomaco e mi mettono ansia per il futuro di questo povero pianeta, su cui – proprio in giorni bui come questi – simili scempiaggini hanno già preso piede, arrivando a costare la vita a troppe persone.

In passato mi son persino sentita dare dell’ottusa perché non ho rispetto per razzismo e sessismo di alcun genere, ma io credo che la difesa della dignità e della libertà dell’essere umano non possa convivere con la volontà di prevaricazione e con la violenza che sono prerogativa del neonazismo e di ogni movimento discriminatorio.
Chi non crede di dover ascoltare, perde il diritto di essere ascoltato.
Si noti bene, ho scritto: “Perde il diritto di essere ascoltato” e non “Guadagna il diritto di essere preso a manganellate”, perché io non voglio essere come loro, e spero che siano in molti altri a non volersi ridurre in quel modo.

Mi spezza sempre il cuore incontrare persone colte e con interessi simili ai miei che si siano abbandonate a questo genere di estremismo; è come entrare in una galleria degli specchi e vedere di colpo la mia immagine distorta e trasformata in quella del mostro che più detesto. Ma forse è proprio vero che di solito, quando si odia qualcuno, è perché almeno in qualche misura ci assomiglia.

(English)

Having different tastes and preferences from what expected from those with your views about politics can lead you to hiccups and bitter disappointments. Being a leftist woman with a passion for lace, high heels, nordic cultures and esoterism, you can take my word for it.
Why?
Because despite it’s already 2017 we still live of stereotypes, so people keep on not expecting that a feminist might respond to a certain (maybe old and weary) concept of womanliness; and of course, she must also be an atheist, devoted only to what can be touched and seen, possibly with a huge amount of hate towards men!
So, basically the fact that I like short skirts, that I’m in love with esoterism and mythology, that I study German and that I do not hate men, holds the average neonazi from seeing who I actually am: a leftist woman who believes in equal rights and duties, regardless genders and nationalities, in respecting differences and in communicating.
On the other hand, I often mistake thinking that similar interests are likely (almost should be likely) to indicate similar values. So, there we go: after amazing conversations about the runes and their possible interpretations, I find myself – as the queen of fools – astonished in front of the fact that the same person I just recognised as a kindred spirit actually thinks that some lives are worth less than others, that there are superior and inferior “races”, that there are rightful wars and that it is acceptable to silence others’ opinions based on the fact that it’s different from his/her own; all things that I find disgusting and make me feel worried about the future of this planet, on which – just during days as dark as these – this kind of foolishness already found great support and cost us the lives of too many people.

I also happened to be accused of being narrow-minded because I have absolutely no respect for racism or sexism of any kind, but I do believe that the will to defend human dignity and freedom cannot coexist with the abuse of power and the violence that are a prerogative of neonazism and of any discriminatory movement.
Those who think they don’t have to listen to others lose the right to be listened to.
To be noticed, I wrote: “Lose the right to be listened to” and not “Gain the right to be beaten up”, because I don’t want to be like them, and I hope that many others, as well, don’t want to end up that way.

It always breaks my heart to meet cultured people with similar interests to mine who lost themselves in this kind of extremism; it’s like walking through a hall of mirrors and suddenly seeing my own image distorted and turned into the one of the monster I hate the most. But maybe it’s actually true that usually, when you hate someone, it’s because at the end of the day you are at least somehow alike each other.

February 24

Il Violino e l’Arte di Procrastinare – The Violin and the Art of Procrastinating

(English version below)

Abbiamo tutti quel qualcosa che un giorno ci piacerebbe fare, vedere, raggiungere o provare, un sogno nel cassetto; perché l’essere umano ha bisogno di una direzione, altrimenti non avremmo inventato le bussole.
Sin da piccoli però ci viene detto e ribadito che non si può avere tutto, ma soprattutto non si può avere tutto e subito. Giusto e sacrosanto.
Saper aspettare il proprio turno è fondamentale, perché significa rispettare il turno degli altri; importante è anche sapersi dare delle priorità, nel caso in cui i nostri desideri vadano – per loro natura – a cozzare l’uno contro l’altro, visto che nessuno di noi (almeno, che io sappia) possiede il dono dell’ubiquità, né gode di un’infinita quantita di tempo da spendere su questa terra.
Ma c’è davvero sempre bisogno di aspettare?
Il web pullula di inviti a vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo, ma io non credo mai a questa sorta di populismo psicologico da social network. Piuttosto credo che quando si pensa a qualcosa che si desidera, sia il caso di chiedersi: “Perché non andesso?”.
Se c’è davvero qualcosa da attendere prima che un avvenimento si verifichi, qualcosa che è giusto e legittimo pensare che possa cambiare in tempi brevi, ma che non possiamo noi stessi influenzare nell’immediato, allora l’attesa non solo è giustificata, ma rappresenta un atto di forza, un non farsi trascinare dalla corrente preferendo puntar dritto a cio che realmente si vuole.
D’altro canto però, mentire e procrastinare sono due arti in cui gli esseri umani sono incredibilmente abili.
A volte siamo talmente abituati all’idea che per ottenere qualcosa di valido o di desiderato si debba aspettare, da non renderci conto che la svolta che stiamo aspettando non arriverà mai, anche perché non è niente di ben definito. A volte neppure noi sappiamo quale sia la conditio sine qua non del nostro sogno; magari perché, semplicemente, non esiste.
Nella vita non ho mai aspettato che le cose belle piovessero dal cielo, ho sempre vissuto nell’ottica di dovermi impegnare per raggiungere dei traguardi; chi crede nell’astrologia direbbe che non avrebbe potuto essere diversamente, dato che sono nata sotto il segno del Capricorno. Eppure ci sono cascata anche io, e non per un anno o due.
Ho sempre desiderato suonare il violino, ma da bambina non sono mai stata presa troppo sul serio; “Magari un giorno”, “Prima o poi”, mi sono sentita rispondere, fin quando – finalmente – all’età di undici anni mi venne regalato il tanto desiderato violino, da cui però non riuscii mai a cavare qualsivoglia suono. Scoprii anni dopo che non era stato a causa della mia incapacità, ma che i miei genitori erano stati truffatti; era stato loro venduto un violino da arredamento, spacciato per vero e proprio strumento musicale.
Da allora ogni volta che mi capitava di vedere un violino, ho sempre sentito una stretta al cuore. Mi ritrovavo davanti all’aborto di un sogno.
“Avrei sempre voluto suonare il violino, ma non succederà mai” pensavo nei momenti più negativi.
“Magari un giorno”
mi concedevo invece di fantasticare quando ero in buona.
 Ciononostante non ho mai neppure osato provare a mettere dei soldi da parte per acquistarne uno.
“Magari un giorno, magari un giorno”, e così son passati una ventina d’anni dal momento in cui per la prima volta ho sentito forte e chiaro il desiderio di imbracciare lo strumento.
Poi un bel giorno mi sono resa conto che non c’era un bel niente da aspettare, che ogni altro giorno d’inutile attesa sarebbe stato solo un giorno in meno di violino nella mia vita, che persino la disponibilità economica era una bugia, perché gli strumenti musicali si comprano anche a rate, come le case, e non necessariamente sono meno importanti di queste ultime.
Così, questa è la storia di come il violino mi ha strappata alle braccia dell’arte di procrastinare; ma la cosa più eccitante è che non si tratta di un finale, bensì di un inizio.

The Violin and the Art of Procrastinating

We all have that something that someday we would like to do, to see, to reach or to try, a secret dream, because a human being always needs a direction, otherwise we wouldn’t have created compasses.
Since childhood we are tought that we can’t have it all, and especially that we can’t have it all here and now. Right and fair.
Being able to wait for your turn means to be able to respect the moment when it’s someone else’s turn; it is also important to be able to give ourselves priorities, especially when our desires take too different direction because (at least as far as I know) to none of us belongs the gift of ubiquity, neither we have unlimited time to spend on this earth.
But do we really always need to wait?
The web is full of  contents inviting people to live every day like it were the last, but I never believe in this sort of social network populism.
I believe, instead, that when we’re thinking about somthing we long for, we should ask ourselves: “Why not now?”.
If there’s really something to wait for before something else can happen? Something we can rightfully think will change but that we cannot affect ourselves? In that case the waiting is not only justified, but it’s actually an act of strenght, a way of being loyal to ourselves sticking to what we actually want.
On the other hand, lying and procrastinating are two arts the human kind is incredibly skilled in.
Sometimes we are so used to the idea that we’re supposed to wait in order to gain something good that we don’t realise that, actually, the turning point we’re waiting for will never come, because it’s not something well defined. Sometimes we don’t know ourselves what our dream’s conditio sine qua non is; maybe simply because it doesn’t exist.
I’ve never been waiting for things to happen randomly, I’ve always been thinking that I had to work in order to reach my goals; those who believe in astrology would say that it couldn’t be any other way, since I was born under the sign of Capricorn. Still I got tricked, and not only for a year or two.
I always wanted to play the violin, but as a little girl I was never taken too seriously; “Maybe one day”, “Sooner or later” were always the answers, till when one day – finally – at the age of eleven, I was gifted a violin, as I always wished for, but I never managed to get any kind of sound out of it. I found out years later that it was not due to my lack of skills, but that my parents were scammed; someone sold them a decorative violin as a real and proper music instrument.
Since then, every time I saw a violin my heart was aching. I found myself in front of the abortion of a dream.
“I always wanted to play the violin, but it’s never going to happen” I thought in the most negative moments.
“Maybe one day” I allowed myself to think instead when I was in a good mood.
Despite this, I never even dared to try to save money in order to buy one.
“Maybe one day, maybe one day”, and it was like this that about twenty years went by since the moment when I first felt clearly that I wanted to have the instrument in my hands.
Then one day I realised that there was nothing to wait for, that every day added to my useless wait was just going to be one more day in my life without violin, and that even waiting for being able to afford one was a lie, because even music instruments can be bought in time, like houses, and they’re not necessarily less important than the latters.
So, this is the story of how the violin stole me from the arms of the art of procrastinating; and the most exciting thing is that this is not an ending, but a beginning.

December 22

Facciamo che da Domani Erano gli Anni 90 – Let’s Pretend that from Tomorrow It Was the 90s

(English version below)
Ho una risposta alla brutta piega che il mondo sta prendendo. Come da bambini, quando per ritrovarsi in un altro mondo bastava dire: “Facciamo che ero la regina”, “Facciamo che ero un Cavaliere dello Zodiaco”; ecco, facciamo che da domani erano gli anni 90.
Facciamo che il computer e il cellulare erano una possibilità ma non un obbligo.
Facciamo che non tutti avevano scritto un libro, perché spesso ancora si scriveva a mano o a macchina e perché prima della bella bisognava scrivere la brutta.
Facciamo che non erano tutti fotografi e tutte modelle.
Facciamo che se a scuola prendevi una nota i genitori se la prendevano con te e non con l’insgnante. Facciamo che non si davano le bacchettate sulle mani ma che ancora si capiva il concetto di educazione.
Facciamo che se ti piaceva qualcuno o qualcuna dovevi prendere il coraggio a quattro mani e chiedergli o chiederle il numero di telefono, che non c’era Facebook o Whatsapp dietro a cui nascondersi.
Facciamo che quando prendevi l’aereo ti sentivi un gran figo, e se avevi paura era perché avevi paura di volare, non perché avevi paura di una testa di cazzo che si facesse esplodere.
Facciamo che se il tuo compleanno era l’11 settembre non avevi torri crollate a cui pensare.
Facciamo che “razzista” era ancora una cosa brutta e non una reazione “giustificata”.
Facciamo che non era normale sventolare foto di bambini trucidati come se fossero una bandiera.
Facciamo che i nazisti facevano più paura di quelli solo diversi.
Facciamo che si poteva bussare alla porta del vicino di casa perché era finito lo zucchero.
Facciamo che non si giustificava tutto.
Facciamo che i pomeriggi si dedicavano alle propie passioni e non a denigrare qualcun altro.
Facciamo che le band suonavano nei garage.
Facciamo che si scrivevano le dediche sui diari di scuola.
Facciamo che il futuro non faceva così tanta paura, e non somigliava così tristemente al peggio del nostro passato.
Facciamo che da domani erano gli anni novanta, e che questi ultimi quindici anni erano stati un brutto sogno.

(English)

I have a solution against the turn for the worst the world seems to have taken.
As when we were kids, when to find ourselves to be in another world it was enough to say: “Let’s pretend that I was a queen!” or “Let’s pretend that I was a Knight of the Zodiac”; well, let’s pretend that from tomorrow it was again the 90s.
Let’s pretend that computer and mobiles were a possibility, but not something you were forced into.
Let’s pretend that not everyone had written a book, because there was still handwriting or typing on a writing machine, because in order to get a final draft there had to be also a rough one.
Let’s pretend that people were not all photographers or models.
Let’s pretend that if you got written up at school parents were angry at you and not at the teacher, that slaps on the wrists were not anymore the thing, but still there was an understanding of the concept of upbringing.
Let’s pretend that if you liked someone you had to be brave and ask him/her for his/her phone number, because there was no Facebook or Whatsapp to hide behind.
Let’s pretend that when you caught a flight you felt cool, and if you were scared it was because of flying, and not because of the chance that a dickhead could decide to make himself explode.Let’s pretend that if your birthday was on 9/11 you didn’t have to think about destroyed towers.
Let’s pretend that “racist” was still a bad thing, not a “justified” reaction.
Let’s pretend that it was not normal to wave pictures of dead kids as they were flags.
Let’s pretend that Nazis were scarier that people who are just different.
Let’s pretend that we could knock at the neighbour’s door because we ran out of sugar.
Let’s pretend that not everything was justified.
Let’s pretend that afternoons were spent on things we loved and not making fun of those we didn’t like.
Let’s pretend that bands were playing in garages.
Let’s pretend that we were writing notes on school diaries.
Let’s pretend that the future was not so scary, not so sadly similar to the worst side of our past.
Let’s pretend that from tomorrow it was the 90s, and that the last fifteen years were just a bad dream.

June 24

Gli Effetti Collaterali della Serenità – The Side Effects of Serenity

the_mermaid_song_by_isismaathapy(English version below)

Se vivi in un posto in cui non c’è la guerra, se hai di che vivere, un tetto sopra la testa, e se non sei un completo stronzo convinto che un’unghia rotta sia un problema serio, un momento di serenità in questa vita è capitato anche a te.
Magari è durato poco, magari col senno di poi ti sei reso conto che non c’era granché da star sereni, ma l’hai vissuto.
Ecco, quello è l’attimo in cui ti rendi conto di chi davvero ti sia amico.
Comunemente si crede che tutti spariscano nel momento del bisogno, ed è vero, almeno per quanto riguarda gli opportunisti, quelli che possono concretamente sfruttarti; esiste però una categoria più difficile da individuare e di gran lunga più pericolosa: quelli che nei momenti ardui ti stanno vicino perché le tue difficoltà, tutto sommato, rendono loro meno pesanti le proprie.
Fai bene attenzione, perché saranno pronti a farti compagnia e a consolarti, ma ci daranno anche dentro con i consigli sbagliati, in modo che tu in quella condizione ci rimanga il più a lungo possibile.
Già che ci sono, si godranno anche il potere che lo stato in cui versi gli dà: vuoi mettere, avere qualcuno che ha bisogno di te, qualcuno che ti fa sentire una bella persona, che davvero crede che tu gli stia dando una salvata e che per questo si sentirà in debito?

Poi un giorno, dopo aver lottato con le unghie e con i denti, riesci a risolvere il problema che ti affliggeva, o magari riesci a cambiare punto di vista, a mandare avanti serenamente la tua vita nonostante qualcosa a cui tenevi non abbia funzionato; ed è lì che si scatena l’apocalisse.
Improvvisamente – nonostante tu non neghi la tua compagnia, ma anzi, tu sia di ottimo umore e ti faccia piacere condividere la tua positività – non sei più un buon amico. Se non c’è un vero pretesto per offendersi, sta tranquillo, ne inventeranno uno.
Perché?
Perché non adempi più al tuo ruolo. Non possono più guardarti per dirsi che in fin dei conti c’è chi sta peggio. Se poi addirittura arrivi a star meglio di loro, essendo persino di qualche anno più giovane, hai decisamente esagerato. Come osi tu, creatura indegna, stare bene e affrontare il più delle giornate con un sorriso, mentre loro si rodono il fegato per qualcosa che invece non riescono a risolvere? Vai allontanato.
Ma tu non scoraggiarti; fai l’amico.
Non con loro però; sii amico di te stesso piuttosto, lascia che queste persone si allontanino. Dedica a te stesso – o a qualcun altro che lo merita – il tempo e l’affetto che una volta spettavano a loro.
Fra gli effetti collaterali della serenità, c’è la sparizione di molti parassiti che per troppo tempo ti sono rimasti appiccicati addosso.

(Diegno di Isismaathapy, DeviantArt – The Mermaid Song)

 

The Side Effects of Serenitythe_mermaid_song_by_isismaathapy

If you live in a place where there’s no war, you have enough to live, a place where you can sleep and you’re not a complete asshole, convinced that a broken finger nail is a serious problem, it happened to you also to live a serene moment.
Maybe it didn’t last, maybe in retrospect you realised that there was not much to be serene about, but you lived it.
Well, that’s the moment when you realise who actually is your friend.
It is a common belief that everyone disappears when you’re in need, and it’s true, at least if we’re talking about opportunists, those who can concretely use you; but there’s anyway a cathegory which is more dangerous and way harder to spot: those who stay by your side during hard moments because, at the end of the day, the problems you’re going through make theirs look less serious.
Be careful, because they’ll be there, ready to keep you company and to cheer you up, but they’ll also do their best giving you wrong advices, in order to make sure that you’ll stay in that condition as long as possible.
They’ll actually enjoy the power that your state gives them: can you imagine? Having someone who needs you, who makes you feel like a good person, who actually believes that you’re a saviour and therefore will own you something?

Then, one day, after a lot of fighting, you manage to solve what was torturing you, or maybe you manage to change your point of view, to move forward and live your life serenely despite something you really cared about didn’t work out; and that’s when the apocalypse starts.
Suddenly – despite you never refuse to keep them company, and actually you are in a very good mood and you’re happy to share your positivity – you’re not a good friend anymore. If there’s not a real pretext to be offended, be sure, they’ll make up one.
Why?
Because you no longer comply with your role. They can no longer watch you and think that – at the and of the day – someone has it worse. If then you reach the point when you feel better than they do, maybe even being a few years younger than them, you really went too far. How dare you, ignoble creature, feeling good and facing most days with a smile, while they’re eaten by something they don’t manage to solve? You are to be banned.
And you shouldn’t be discouraged; you should act as a friend.
But not towards them; be your own good friend instead, and let these people get away. Invest on yourself – or someone else who deserves it – that time and that affection you used to invest on them.
Among the side effects of serenity there’s the extintion of plenty of those parasites who have been sticking to you for too long.

(Artwork by Isismaathapy, DeviantArt – The Mermaid Song)

February 14

Non È un Paese per Esseri Umani

Quella di Salvatore Parolisi, secondo la Cassazione, non è stata crudeltà.
Ha ammazzato la moglie con trentacinque coltellate, ma evidentemente deve averlo fatto con grande empatia.
Berlusconi non è un mafioso.
È un uomo che si è fatto da solo, con un aiutino da parte della Famiglia.

L’Italia è quel Paese in cui si offre comprensione ad Erika, che, poverina, uscita dal carcere dopo aver massacrato la madre ed il fratellino – in un momento in cui nemmeno chi parla sette lingue ed è laureato ad Oxford riesce a trovare un posto di lavoro – s’è lamentata di non riuscire a trovare un impiego.
Prontamente un imprenditore dall’animo nobile le ha offerto una possibilità.
L’Italia è quel Paese in cui avendo trucidato la tua famiglia te ne vai in giro inseguito dai paparazzi, perché tutti vogliono sapere cosa pensi e quali siano i tuoi progetti, mentre spesso e volentieri alle trans – per portare a casa la pagnotta – non resta altra opzione che la prostituzione, mentre a scuola vieni deriso o addirittura violentato perché sei un ciccione.

È insostenibile questa “morale” secondo cui la brutalità ti rende una star, mentre devi chiedere scusa per il tuo orientamento sessuale, per il tuo abbigliamento, per il tuo peso, per il tuo credo o per l’assenza di un credo, per le tue speranze, per la voglia di reclamare i tuoi diritti.

L’Italia non è un Paese per esseri umani, ed io non chiedo scusa.

February 4

Un Po’ di Cavoli Miei

A volte mi scordo del fatto che un blog sia anche, semplicemente, un diario online; poi però me ne ricordo, infatti eccomi.
Cos’è successo nell’ultimo periodo?
image201501140016Mi son dedicata prevalentemente a studio, musica e vita personale piuttosto che alla scrittura. Mi sono sentita, in tutta onestà, fortemente demotivata, perché un mondo in cui scritori di talento pubblicano a proprie spese, mentre nelle sale cinematografiche viene proiettato il film tratto da Cinquanta Sfumature di Grigio – per una scrittrice – è davvero demotivante.
Arrivi a chiederti se quello che fai possa davvero fare la differenza, soprattutto in un Paese in cui la gente non vuole leggere neppure quando il materiale è disponibile gratuitamente.
Dopo mille paranoie e mille capitoli non scritti (non per mancanza d’ispirazione, ma a causa dell’opprimente senso d’inutilità), mi sono risposta che non mi è dato sapere se effettivamente quello che scrivo faccia – o farà mai – la differenza nella vita degli altri, ma di certo fa la differenza nella mia. Per questo non posso appendere la penna al chiodo, nonostante a volte vorrei davvero esserne capace.
Mi sono ritrovata, la notte, a sognare di fare esattamente le stesse cose che faccio durante la giornata, ed essendo abituata a creature magiche, ad avventure assurde ed inquietanti, ad incontri meravigliosi e terribili, la diagnosi per quanto mi riguarda è inequivocabile: la disillusione e la ricerca di stabilità cominciano ad avvelenarmi la fantasia; ma non starò a guardare, non oltrepasserò la linea, continuerò piuttosto a cercare di trascinare il mondo dalla mia parte.
Non me la sento di portare avanti Desperate Housewriter, almeno per adesso; non mi va di forzarmi, piuttosto voglio scrivere quel che sento di dover scrivere. Lascerò online il trailer e i due capitoli pubblicati, perché trovo in tutta onestà che si tratti di qualcosa di carino e di simpatico, ma io ho bisogno di tornare alla narrativa; ho bisogno di Rabies e di Desdemona, e forse in qualche modo anche loro hanno bisogno di me.
Ho voglia di fare di più e di fare meglio, ho voglia del profumo di pagine appena stampate.
Come andrà a finire?

“Prendimi, prova a prendermi
a bruciare le mie partenze adesso
Muoviti tra le rapide del mio vivere
con la mia esperienza
Provaci a raggiungermi
con il peso dei tuoi rimpianti addosso
Facile, troppo facile, giudicare e poi
non buttarsi in gioco mai…

Provaci a riemergere
da quei sogni che
il tuo silenzio ha ucciso
Che ne sai dell’origine delle lacrime
se non ha mai pianto?
Provaci a scommettere
che al traguardo tu non sarai secondo
Agile è quest’anima
non puoi vincerla
non la puoi ingannare più
Prova a prendermi…”

Renato Zero, Prendimi

May 4

La Fattoria della Bile

7 Aprile 2012

“L’ansia, la paura che provo ogni volta che devo uscire di casa, per andare al lavoro, circondato da tutto quel vociare o talvolta assalito da un silenzio che mi gela il sangue nelle vene… Cosa ho?(…) Prima ce l’avevo con me stesso, adesso ce l’ho con me stesso e con gli altri, insomma ce l’ho con tutti. C’è qualcosa di oscuro in questo mondo, un male in più, un virus… e io sono il portatore sano di questo virus”.

-Da Edipo.com, di Gioele Dix e Sergio Fantoni –

“La ragione per cui son così triste,
in verità, non so nemmeno dirla;
mi sento come oppresso internamente,
ed anche voi mi dite che lo siete;
ma da dove mi venga quest’umore,
dov’io l’abbia trovato,
come ci sia caduto, di che è fatto,
da che nasce, lo devo ancora apprendere;
m’intorpidisce a tal punto lo spirito
che stento a riconoscere me stesso”.

-Da Il Mercante di Venezia, di William Shakespeare –
Dovrei trascorrere meno – molto meno – tempo navigando in Internet. Risorsa straordinaria, non lo si può negare, ma quanto veleno…

La logica delle “pagine contro”, non mi è mai stata molto chiara. Non parlo di quelle serie, che si propongono di opporsi ad ingiustizie concrete; parlo di pagine contro questo o quel cantante, contro tale scrittore o talaltro attore.
Ho poco tempo da dedicare a tutte le mie passioni; perché sprecarne parlando di gente che, secondo me, non merita attenzione? Piuttosto cerco, nel mio piccolo, di fare un po’ di pubblicità a ciò/chi apprezzo.
Me ne rendo conto: sembra un ragionamento piuttosto scontato, ma a guardarsi intorno non si direbbe.

I salotti televisivi e i talent show devono averci bruciato il cervello. Chiunque ha l’obbligo di avere una parvenza d’opinione su tutto; bisogna ad ogni costo criticare aspramente chi fa qualcosa in un modo che a noi non piace.
Ci sono momenti in cui LA rete diventa UNA rete; veniamo catturati, per finire dritti dritti in una gigantesca fattoria della bile. Frustrati, come cani rognosi ci sbraniamo fra noi.

La soluzione? Più amore. Suonerà molto cristiano rispetto a ciò che ci si aspetta da me, ma lo credo davvero.

May 4

La Gente che Conta

11 Giugno 2009

La gente che conta a volte neppure lo sa. E’ splendidamente ignara. La incontri per caso e ti segna. A volte ha un volto, a volte non ne ha nessuno, altre ne ha perlomeno tre o quattro.
La gente che conta è sempre, e dico sempre, assurda. E’ un mondo a parte. Vive di note e di abbracci, partorisce idee e creazioni. A volte quando si accorge di contare si irrigidisce un po’, poi fa le sue scelte.
La gente che conta è trasparente, è seria, eppure è capace di una dolcezza disarmante. E’ elegante fino all’inverosimile, ma per niente snob.
La gente che conta capisce, fondamentalmente capisce e comunica.
La gente che conta la porterò con me, a vita.

May 4

Le Cose in Comune

3 Gennaio 2011

Tempo fa uscii con un tizio, avendo intenti assolutamente amichevoli; lui però pensava a me in altro senso e tirò fuori una piccola perla di saggezza:

“Per stare insieme non c’è bisogno di avere interessi in comune”.

Voi cosa ne dite?
Personalmente, credo che non possa esserci un rapporto duraturo fra me e un uomo se:

  • io amo la letteratura e lui pensa che i libri servano per fermare i mobili traballanti;
  • io amo la musica e lui arriva al massimo a distinguere un’arpa da un bongo;
  • io amo il teatro e lui è convinto che Pirandello sia un marca di pneumatici.