“Ci sono cose in un silenzio che non m’aspettavo mai” recita una vecchia canzone.
Credo ci siano cose, in un silenzio, che disperatamente aspettano noi, e mi chiedo quanto a lungo siano ancora disposte ad aspettare.
C’erano una volta gli anni novanta, anni in cui chi si proclamava razzista suscitava una più che giusta indignazione. E poi?
Poi iniziò il bombardamento mediatico. Non so da dove abbiano cominciato, io ricordo solo che all’improvviso negli odiatissimi telegiornali (che ero costretta a guardare perché interessavano a mamma e papà) ad un tratto non si parlava d’altro che di Albanesi.
Un giorno, alle scuole elementari la maestra, durante l’ora di Geografia, cominciò: “Gli Albanesi…”.
“Sì, ma basta con questi Albanesi!” sbottai io dopo aver sbuffato.
Non avevo niente contro di loro, ma semplicemente non ne potevo più di sentirli nominare ogni tre secondi. Oggi c’è lo spread, allora c’erano gli Albanesi.
“Ma scusami, non ti interessa capire perché arrivano qui?” chiese lei.
Nonostante, con la mia uscita, io intendessi solo manifestare noia davanti ad un argomento riproposto in maniera ossessiva, mi vergognai profondamente. Allora non avrei saputo spiegare il perché, ma oggi sì: qualcosa era riuscito a farmi perdere di vista il fatto che “l’argomento” fossero persone; persone che come me avevano le loro necessità e fragilità.
Erano riusciti a far sorgere un principio di antipatia in me, cresciuta (soprattutto da mia madre) nel culto della curiosità nei confronti delle altre culture.
11 Settembre 2001
Un’ondata di xenofobia invade l’Italia, e non solo, ma è l’ondata italiana quella che – per ovvie ragioni – mi ritrovo a guardare con occhi sgomenti.
Da quel momento il mondo islamico era sotto attacco, e mi sembrava francamente allucinante.
Ancora una volta c’entra la scuola: sin dal primo giorno, in prima elementare, io e Tasnim siamo diventate amiche per la pelle. Ma Tasnim non era una bambina musulmana qualunque, l’avrei saputo tempo dopo. Lei era la figlia di Ali Abu Shwaima, imam della moschea di Segrate, che ha sempre lavorato sodo in nome dell’integrazione. Ogni tanto mia madre, facendo zapping, dal salotto mi gridava “Delia! Corri! C’è il papà di Tasnim in televisione!”.
E ovviamente io correvo. Pur avendo sempre mentenuto i contatti con la mia ex compagna di classe, che è tutt’oggi fra le mie più care amiche, non vedo il signor Ali da oltre un decennio, però ho uno splendido ricordo di lui. Un uomo buono, con un grandissimo amore per i propri figli, profondamente credente, comunque disposto ad accettare serenamente il fatto che altri potessero scegliere una strada differente dalla sua.
Ma adesso, dopo quel maledetto giorno di Settembre, nei dibattiti veniva puntualmente assalito. Era palesemente ingiusto.
Più avanti sarebbe arrivato il turno dei Rom e dei Rumeni (che non sono la stessa cosa, nonostante molti lo ignorino); adesso torna di moda prendersela con gli Ebrei.
I razzisti hanno poca fantasia; forse, non essendo capaci di immaginare il futuro, finiscono irrimediabilmente per girare su se stessi, sempre nello stesso verso, ma sempre senza senso.
Tuttavia invocano il diritto al rispetto delle proprie opinioni! Poveri cucciolotti, il mondo è cattivo ed ipocrita se e quando non li rispetta!
E qui ciccia fuori il buonismo.
Ma, abbiate pazienza, come potete pretendere che venga rispettata la “cultura” del non-rispetto?
Mi rendo conto che il mantra “Ognuno ha il diritto alle proprie opinioni” faccia molto politically correct, ma soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, per credere che i razzisti in fin dei conti siano solo persone che la pensano diversamente, è necessaria una certa miopia.
Chi non rispetta il diverso perde il diritto di invocare il rispetto della diversità.
Forse però, spesso e volentieri, dietro a questa sospetta tolleranza nei confronti degli intolleranti, si cela (nemmeno troppo bene) una pavida forma di assenso; la convinzione che in fondo, i naziskin che scendono in piazza, abbiano le loro ragioni.
Mi spiace tanto signori, ma il razzismo è violenza. Se trovandomi davanti ad una ragazza che sta per essere stuprata non facessi ciò che è in mio potere per evitare la tragedia, allora diventerei complice.
Prima di giustificare una qualsivoglia forma di razzismo, pensiamoci molto bene: rischiamo di lordarci le mani col sangue delle vittime di futuri massacri.
Potrebbe essere proprio tuo figlio quello che domani verranno a prendere.
Attenzione: il messaggio che segue è stato realmente inviato alla Presidenza del Consiglio, con tanto di mia firma e indirizzo.
Gentili Signori che ci chiedono sacrifici stando coi piedi al caldo,
prima di inoltrarvi un messaggio con i miei consigli, mi pare lecito porvi una domanda:
alla luce della vostra decisione di diminuire le pensioni (le nostre, non le vostre da sessantamila euro), alla luce del fatto che abbiate recentemente sentito l’impellente necessità di nuove auto blu, alla luce del fatto che – per riempire le casse dello Stato – ad aumentare le tasse e ad imporne di nuove sarebbe stato buono anche un bambino di quarta elementare, chiedendoci un consiglio fate sul serio o ce state a pijà pe’r culo?
Cordiali saluti.
Delia Tannino
Caro Michael,
quel giorno in Piazza Castello c’erano uomini grandi e grossi in lacrime, ed ero in lacrime anch’io.
Eppure ad un certo punto, insieme a pochi altri coraggiosi, ho cominciato a ballare.
Fra la mancanza di spazio e la spossatezza credo di non aver mai ballato peggio in tutta la mia vita… Ma dovevo, perché uno come te non può essere ricordato esclusivamente col pianto:
tu non ti limitavi ad ascoltare “la danza del Creatore”, tu ne eri parte integrante.
Sulle note di Beat It ho picchiato sulla spalla di Mirella – una ragazza conosciuta pochi minuti prima – e le ho chiesto di ricreare con me la scena di lotta del videoclip di Beat It. Naturalmente in mano avevamo coltelli immaginari.
Ma come si fa a spiegalo a chi non ti ha vissuto? Come si fa a spiegare l’empatia che si crea fra chi ti ama davvero?
Forse è perché la tua musica non solo si ascolta, ma si sente; forse perché le tue canzoni sono piccoli frammenti d’anima.
Da quando avevo quattordici anni ti considero uno degli uomini della mia vita; è a dir poco assurdo quanto tu sia stato capace di farmi sognare e di svegliarmi al tempo stesso! È con te che ho cominciato a capire la perversione dell’informazione odierna, ed è sempre con te che ho capito quanto sia necessario, giorno per giorno, fare del proprio meglio per guarire il mondo. Un pezzo come Earth Song può cambiarti la vita.
Non sono mai riuscita a comprendere come tanti potessero detestarti; la risposta ad ogni domanda su di te era lì, nei tuoi occhi, ma probabilmente erano troppo impegnati a chiedersi a quanti interventi di chirurgia plastica ti fossi sottoposto.
La verità è che guardavano il tuo naso perché incapaci di guardare ad un palmo proprio.
La verità è che la stessa gente ti santifica, adesso che sei morto.
Ma tutte queste cose le sapevi; da un lato m’imbestialisco e dall’altro provo un’infinita tenerezza nei tuoi confronti, pensando che comunque li perdoneresti tutti.
Però quel giorno – in Piazza Castello – a salutarti c’era gente che ti amava davvero, estranea ai fiumi d’ipocrisia che già avevano cominciato a scorrere. E quando, proprio alla fine dei nostri canti, si è messo a piovere, forse a ragione o forse a torto, abbiamo pensato che stessi ricambiando il saluto.
Non molto tempo dopo ho scritto per te una poesia che rimane nel mio portafoglio da allora, minuscolo simbolo di un’enorme verità: tu sei la poesia che portiamo con noi, sempre.
I love you more
Delia
Se Wilde l’avesse immaginato, sarebbe andato ad arare i campi col suo bel bastone da dandy.
Oltre ai poeti della domenica, si sprecano le pagine dedicate ad originalissimi aforismi: mediamente remake di frasi tratte da canzoni di Ligabue; a grandi linee riguardano quanto sia necessario credere in se stessi, l’importanza di essere veri, come chi ti si mette contro sia insindacabilmente stronzo e frustrato.
Non è contemplata l’idea che qualcuno non ti sopporti per banale antipatia, o per la tua amabile abitudine di tritare le gonadi altrui.
La voglia di riuscire a racchiudere verità universali in un’unica frase sembra aver contagiato l’intero web, e chi non produce si accoda. Migliaia e migliaia di fan per i dispensatori di luoghi comuni abbinati ad immagini pseudoerotiche!
Vi prego, basta!
Torniamo al dialogo! Torniamo ad esporre le nostre tesi argomentandole! Torniamo a stare zitti se non abbiamo una beneamata mazza da dire! Perché voler dare a tutti i costi l’impressione di pensare qualcosa di originale? È talmente poetico, quando si ha la testa vuota, stare ad ascoltare il vento che fischia fra un orecchio e l’altro…
Me ne rendo conto: impegnarsi a tirar fuori qualcosa di davvero personale è faticoso, e di rado porta ad avere millemila fan a seguire la nostra preziosissima pagina su feisbuc; ma che volete farci? Seppur giovane, sono una donna d’altri tempi: vivo davvero nella convinzione che scrivere qualcosa di valido significhi stimolare prima il cervello, poi il ditino che cliccherà sul “mi piace”.
P.S. È tutto inutile. Tanto, anche se condividi frasi di dubbio gusto sulla lealtà e la forza d’animo, chi ti conosce sa che nel quotidiano sei una merda.
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