September 15

“Caro Zucchero, ti chiedo scusa”

15 settembre 2017

Caro Zucchero,
ti chiedo scusa. Forse però è il caso di spiegarti perché.
Ho ventisei anni e la musica, insieme alla letteratura, è da sempre per me ragione di vita. Vivo in Finlandia, ho fondato una band di nome Strega, in cui canto e scrivo i testi. Suono, o perlomeno cerco di suonare, quattro strumenti, e credimi, non spero certo di impressionare nessuno scrivendoti queste cose, le menziono piuttosto per darti un’idea di quanto spazio e di quale posto la musica occupi nella mia esistenza.
Sin da quando ero bambina ho amato molto alcuni tuoi pezzi; ero adolescente quando uscì la tua superba Indaco dagli Occhi del Cielo, che non solo mi piacque molto, ma mi lasciò dentro un segno che ancora oggi, a distanza di un decennio, non sono in grado di spiegare del tutto. Sospetto che abbia qualcosa a che fare con una forma di spiritualità profonda, distante anni luce da ogni tipo di bigottismo.
Eppure mi stavi antipatico.
Avevo nella mente ben fissa l’immagine di te che ringhiavi: “Ti sputo in bocca!”, le orecchie piene delle accuse di plagio a te rivolte.
Tuttavia non provare simpatia nei confronti di un artista non mi ha mai impedito di riconoscerne la qualità e di apprezzarne i lavori.

Alla fine di agosto, per puro caso, passando davanti al Tavastia, a Helsinki, ho letto il tuo nome nell’elenco dei prossimi concerti. Lo stupore è stato doppio: da un lato il Tavastia è un locale dove si esibiscono in genere band metal, dall’altro… “Caspita, Zucchero suona a trecento metri da casa mia!”.
Così ho comprato il biglietto, per curiosità, ma anche a scopo didattico, perché quando si spera di riuscire – un giorno – a vivere della propria musica, è giusto e costruttivo guardare da vicino chi non solo ce l’ha fatta, ma ce la fa da trent’anni.
Sono venuta al tuo concerto, riuscendo ad accaparrarmi un posto in prima fila, attaccata alla transenna, come piace a me.
Mi aspettavo semplicemente una serata gradevole, invece tu mi hai fatta ballare, cantare, saltare, urlare. Mi hai scaldato il cuore, mi hai commossa, mi hai fatta ridere di gusto. Hai suscitato in me stima e rispetto con il tuo genuino lasciare spazio ai fantastici musicisti che ti accompagnano. Di nuovo mi hai fatta ridere indicando me e il tuo tastierista sull’inizio di Senza una Donna, come se ti riferissi a noi due e io gli avessi spezzato il cuore, col tuo sguardo che si faceva sempre più divertito mentre domandavo: “Ma che dici? Chi? Io?”.
Insomma, contro la mia volontà, mi sei stato simpatico, e tanto.
Mi ha fatto uno strano effetto guardarti negli occhi senza i tuoi inseparabili occhiali da sole, perché ci ho visto dentro il riflesso di un’anima fragile.
Tornata a casa inevitabilmente, oltre a cominciare ad ascoltare a rotazione i tuoi pezzi, ho letto e guardato articoli, commenti e video in cui ti si accusava aspramente di svariati plagi, e lì mi sono resa davvero conto di quante cattiverie ti vengano rivolte.
C’è ignoranza o persino perfidia nell’accusarti di aver copiato Everybody’s Got to Learn Sometime, mentre Indaco dagli Occhi del Cielo ne è dichiaratamente la versione italiana (per non parlare del fatto che, in tutta onestà, l’hai resa di una poeticità immensa); lo stesso vale per chi ti attacca dal momento che in Un Kilo il riff è identico a quello di The Seed 2.0, dei Rooths. Certo: perché l’hai realizzata in collaborazione con il loro batterista; e potrei andare avanti citando pezzi che hai dichiaratamente ripreso, o a cui semplicemente hai fatto riferimento, senza mai mancare di rielaborare in maniera artistica, venendo riempito di calunnie da individui che non capiscono le regole della composizione e che non sanno come l’arte si cibi sempre di altra arte.
Poi mi è capitato di leggere una tua lettera ad un giornale, in cui definivi “diabolico” il modo di dipingerti di molti giornalisti, e mi sono sentita terribilmente in colpa, perché per tanti anni anch’io ho prestato ascolto a quel modo diabolico di dipingerti, mentre davvero non te lo meritavi. Per troppo tempo ho tenuto fede ad un modo pregiudizioso di guardarti e mi dispiace davvero, anche da un punto di vista egoistico, perché fa male rendersi conto di aver nutrito tanto a lungo un pregiudizio.
Certo, i giornalisti hanno avuto la loro fetta di colpa, ma io – soprattutto in qualità di fan di Michael Jackson, con una lunga esperienza nel vedere il proprio beniamino massacrato dai media – mi sarei dovuta informare molto prima, avrei dovuto darti il beneficio del dubbio e venire a guardarti più da vicino; invece l’ho fatto solo qualche giorno fa.
Mi auguro che anche per te valga la regola del “meglio tardi che mai” e spero di cuore che tu possa perdonarmi.
Purtroppo hai avuto la sfortuna di nascere in un Paese in cui un artista che ha lavorato con i Queen, Sting, Ray Charles e mille altri, invece di essere un vanto diventa un bersaglio; ma io non ho più intenzione di sparare, né di essere complice di chi lo fa.
Con affetto (sì, adesso te ne porto, e parecchio)
Delia

May 23

Twin Peaks: The Return

(English version below)

Chi frequenta abitualmente questo blog sa bene quanto io non sia solita parlare dell’argomento più in voga del momento, ma non potevo di certo rimanere in silenzio davanti all’attesissimo ritorno di Twin Peaks, una delle serie per eccellenza, tendente a sfuggire a facili etichette dal momento che, sì, c’è l’horror, la tensione, il mistero, la simbologia anche esoterica, ma non mancano avventura, umorismo e romanticismo.

Cosa aspettarsi da questa nuova stagione?
Buona parte del cast originale, tanto per iniziare, con una Laura Palmer decisamente più sensuale di quanto non fosse venticinque anni fa.
Per chi poi come me, visto il celeberrimo finale della seconda stagione, si domandava come si potesse nuovamente mostrare al mondo Dale Cooper senza la partecipazione di Frank Silva (attore che interpretava Bob, purtroppo scomparso nel 1995), non c’è nulla da temere: le straordinarie doti recitative di Kyle MacLachlan rendono ben possibile rivedere sullo schermo lo spirito maligno anche senza mostrare il volto di chi originariamente ne vestiva i panni; tutto questo senza lontanamente scimmiottarlo o imitarlo. D’altronde il vero attore sa come essere qualcun altro senza diventarne una caricatura.
Stupisce (perlomeno me) quanto lo stile sia stato modernizzato: al di là degli effetti speciali ovviamente più realistici, troviamo nudo facile, più parolacce e più splatter, non in dosi esagerate, ma abbastanza per far storcere un poco il naso a chi invece preferisce lo stile più implicito delle prime due stagioni.
Ciononostante la visione dei primi quattro episodi è certamente accattivante ed entusiasmante; risultano distanti anni luce da un triste tentativo di raschiare il fondo del barile, riuscendo a creare lo stesso senso dipendenza con cui la serie ha contagiato il pubblico sin dagli anni 90.
Insomma, a tutti gli effetti un ritorno in grande stile.

English

Those who have the habit of reading this blog know very well how not keen I am on talking about the hot topic of the moment, nevertheless I simply couldn’t stay silent in front of the so long awaited return of  Twin Peaks, one of the series par excellence, that so easily slips away from labels, because yes, of course, there’s horror, thriller, mistery and simbology (also esoteric), but we find as well adventure, humor and romance.

What to expect from this new season?
Most of the cast we already know, just as a start, with Laura Palmer being even much sexier than she was twenty-five years ago.
And for those who, just like me, taking into count how the second season ended, were wondering how could Dale Cooper be shown to the world without Frank Silva (who played the role of Bob and unfortunately passed away back in 1995), there’s nothing to worry about: Kyle MacLachlan‘s incredible acting skills make it easily possible to see again on the screen the evil spirit even without showing the face of the man it was played by; all this not even by far imitating him. A real actor knows how to be someone else without being his caricature.
It is surprising (at least for me) to notice how more modern the style turned out to be: besides the obviously more realistic special effects, there are more nudity, more bad words and more splatter, not in dramatic doses, but enough to make turn up their nose those preferred the less explicit style of the first two seasons.
Besides this, watching the first four episodes was for sure intriguing and exciting, since they’re far away from a trivial attempt to scrape the bottom of the barrel, creating the same kind of addiction the series has been spreading around since the nineties.
Without a doubt, a great return.

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April 10

Il Dramma di Ritrovarsi fra i Neonazisti – The Tragedy of Finding Yourself Among Neonazis

(English version below)

Avere gusti che non corrispondono a quanto ci si aspetti da chi ha le proprie idee politiche comporta incidenti di percorso e delusioni cocenti. Parola di donna di sinistra con la passione per pizzi, merletti, tacchi alti, culture nordiche ed esoterismo.
Perché?
Perché nonostante viviamo nel 2017 si vive ancora di stereotipi, dunque ci si continua ad aspettare che la femminista non possa corrispondere a certi canoni (magari anche vecchi e consunti) di femminilità; e mi raccomando: che sia atea e devota solo a ciò che si vede e si tocca, possibilmente con una buona dose di rabbia gratuita nei confronti del genere maschile!
Insomma, il fatto che mi piacciano le minigonne, che sia patita di esoterismo e di mitologia, che studi il tedesco e che non odi gli uomini, impedisce al neonazista medio di riconoscere in me la donna di sinistra che in realtà sono: quella per l’uguaglianza di diritti e doveri, a prescindere dal sesso o dal luogo di provenienza, quella per il rispetto delle differenze e per il dialogo.
Da parte mia invece, commetto spesso l’errore di sperare che simili interessi possano (quasi debbano) corrispondere a simili valori. Ed ecco che dopo magnifiche conversazioni sulle rune e sulle loro possibili interpretazioni, mi ritrovo – come un’idiota – sgomenta davanti al fatto che, secondo l’individuo poco prima riconosciuto come simile a me, una vita valga meno di un’altra, ci siano “razze” superiori e inferiori, esistano guerre giuste e sia accettabile soffocare l’opinione dell’altro solo perché diversa dalla propria; tutte cose che mi danno il voltastomaco e mi mettono ansia per il futuro di questo povero pianeta, su cui – proprio in giorni bui come questi – simili scempiaggini hanno già preso piede, arrivando a costare la vita a troppe persone.

In passato mi son persino sentita dare dell’ottusa perché non ho rispetto per razzismo e sessismo di alcun genere, ma io credo che la difesa della dignità e della libertà dell’essere umano non possa convivere con la volontà di prevaricazione e con la violenza che sono prerogativa del neonazismo e di ogni movimento discriminatorio.
Chi non crede di dover ascoltare, perde il diritto di essere ascoltato.
Si noti bene, ho scritto: “Perde il diritto di essere ascoltato” e non “Guadagna il diritto di essere preso a manganellate”, perché io non voglio essere come loro, e spero che siano in molti altri a non volersi ridurre in quel modo.

Mi spezza sempre il cuore incontrare persone colte e con interessi simili ai miei che si siano abbandonate a questo genere di estremismo; è come entrare in una galleria degli specchi e vedere di colpo la mia immagine distorta e trasformata in quella del mostro che più detesto. Ma forse è proprio vero che di solito, quando si odia qualcuno, è perché almeno in qualche misura ci assomiglia.

(English)

Having different tastes and preferences from what expected from those with your views about politics can lead you to hiccups and bitter disappointments. Being a leftist woman with a passion for lace, high heels, nordic cultures and esoterism, you can take my word for it.
Why?
Because despite it’s already 2017 we still live of stereotypes, so people keep on not expecting that a feminist might respond to a certain (maybe old and weary) concept of womanliness; and of course, she must also be an atheist, devoted only to what can be touched and seen, possibly with a huge amount of hate towards men!
So, basically the fact that I like short skirts, that I’m in love with esoterism and mythology, that I study German and that I do not hate men, holds the average neonazi from seeing who I actually am: a leftist woman who believes in equal rights and duties, regardless genders and nationalities, in respecting differences and in communicating.
On the other hand, I often mistake thinking that similar interests are likely (almost should be likely) to indicate similar values. So, there we go: after amazing conversations about the runes and their possible interpretations, I find myself – as the queen of fools – astonished in front of the fact that the same person I just recognised as a kindred spirit actually thinks that some lives are worth less than others, that there are superior and inferior “races”, that there are rightful wars and that it is acceptable to silence others’ opinions based on the fact that it’s different from his/her own; all things that I find disgusting and make me feel worried about the future of this planet, on which – just during days as dark as these – this kind of foolishness already found great support and cost us the lives of too many people.

I also happened to be accused of being narrow-minded because I have absolutely no respect for racism or sexism of any kind, but I do believe that the will to defend human dignity and freedom cannot coexist with the abuse of power and the violence that are a prerogative of neonazism and of any discriminatory movement.
Those who think they don’t have to listen to others lose the right to be listened to.
To be noticed, I wrote: “Lose the right to be listened to” and not “Gain the right to be beaten up”, because I don’t want to be like them, and I hope that many others, as well, don’t want to end up that way.

It always breaks my heart to meet cultured people with similar interests to mine who lost themselves in this kind of extremism; it’s like walking through a hall of mirrors and suddenly seeing my own image distorted and turned into the one of the monster I hate the most. But maybe it’s actually true that usually, when you hate someone, it’s because at the end of the day you are at least somehow alike each other.

February 24

Il Violino e l’Arte di Procrastinare – The Violin and the Art of Procrastinating

(English version below)

Abbiamo tutti quel qualcosa che un giorno ci piacerebbe fare, vedere, raggiungere o provare, un sogno nel cassetto; perché l’essere umano ha bisogno di una direzione, altrimenti non avremmo inventato le bussole.
Sin da piccoli però ci viene detto e ribadito che non si può avere tutto, ma soprattutto non si può avere tutto e subito. Giusto e sacrosanto.
Saper aspettare il proprio turno è fondamentale, perché significa rispettare il turno degli altri; importante è anche sapersi dare delle priorità, nel caso in cui i nostri desideri vadano – per loro natura – a cozzare l’uno contro l’altro, visto che nessuno di noi (almeno, che io sappia) possiede il dono dell’ubiquità, né gode di un’infinita quantita di tempo da spendere su questa terra.
Ma c’è davvero sempre bisogno di aspettare?
Il web pullula di inviti a vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo, ma io non credo mai a questa sorta di populismo psicologico da social network. Piuttosto credo che quando si pensa a qualcosa che si desidera, sia il caso di chiedersi: “Perché non andesso?”.
Se c’è davvero qualcosa da attendere prima che un avvenimento si verifichi, qualcosa che è giusto e legittimo pensare che possa cambiare in tempi brevi, ma che non possiamo noi stessi influenzare nell’immediato, allora l’attesa non solo è giustificata, ma rappresenta un atto di forza, un non farsi trascinare dalla corrente preferendo puntar dritto a cio che realmente si vuole.
D’altro canto però, mentire e procrastinare sono due arti in cui gli esseri umani sono incredibilmente abili.
A volte siamo talmente abituati all’idea che per ottenere qualcosa di valido o di desiderato si debba aspettare, da non renderci conto che la svolta che stiamo aspettando non arriverà mai, anche perché non è niente di ben definito. A volte neppure noi sappiamo quale sia la conditio sine qua non del nostro sogno; magari perché, semplicemente, non esiste.
Nella vita non ho mai aspettato che le cose belle piovessero dal cielo, ho sempre vissuto nell’ottica di dovermi impegnare per raggiungere dei traguardi; chi crede nell’astrologia direbbe che non avrebbe potuto essere diversamente, dato che sono nata sotto il segno del Capricorno. Eppure ci sono cascata anche io, e non per un anno o due.
Ho sempre desiderato suonare il violino, ma da bambina non sono mai stata presa troppo sul serio; “Magari un giorno”, “Prima o poi”, mi sono sentita rispondere, fin quando – finalmente – all’età di undici anni mi venne regalato il tanto desiderato violino, da cui però non riuscii mai a cavare qualsivoglia suono. Scoprii anni dopo che non era stato a causa della mia incapacità, ma che i miei genitori erano stati truffatti; era stato loro venduto un violino da arredamento, spacciato per vero e proprio strumento musicale.
Da allora ogni volta che mi capitava di vedere un violino, ho sempre sentito una stretta al cuore. Mi ritrovavo davanti all’aborto di un sogno.
“Avrei sempre voluto suonare il violino, ma non succederà mai” pensavo nei momenti più negativi.
“Magari un giorno”
mi concedevo invece di fantasticare quando ero in buona.
 Ciononostante non ho mai neppure osato provare a mettere dei soldi da parte per acquistarne uno.
“Magari un giorno, magari un giorno”, e così son passati una ventina d’anni dal momento in cui per la prima volta ho sentito forte e chiaro il desiderio di imbracciare lo strumento.
Poi un bel giorno mi sono resa conto che non c’era un bel niente da aspettare, che ogni altro giorno d’inutile attesa sarebbe stato solo un giorno in meno di violino nella mia vita, che persino la disponibilità economica era una bugia, perché gli strumenti musicali si comprano anche a rate, come le case, e non necessariamente sono meno importanti di queste ultime.
Così, questa è la storia di come il violino mi ha strappata alle braccia dell’arte di procrastinare; ma la cosa più eccitante è che non si tratta di un finale, bensì di un inizio.

The Violin and the Art of Procrastinating

We all have that something that someday we would like to do, to see, to reach or to try, a secret dream, because a human being always needs a direction, otherwise we wouldn’t have created compasses.
Since childhood we are tought that we can’t have it all, and especially that we can’t have it all here and now. Right and fair.
Being able to wait for your turn means to be able to respect the moment when it’s someone else’s turn; it is also important to be able to give ourselves priorities, especially when our desires take too different direction because (at least as far as I know) to none of us belongs the gift of ubiquity, neither we have unlimited time to spend on this earth.
But do we really always need to wait?
The web is full of  contents inviting people to live every day like it were the last, but I never believe in this sort of social network populism.
I believe, instead, that when we’re thinking about somthing we long for, we should ask ourselves: “Why not now?”.
If there’s really something to wait for before something else can happen? Something we can rightfully think will change but that we cannot affect ourselves? In that case the waiting is not only justified, but it’s actually an act of strenght, a way of being loyal to ourselves sticking to what we actually want.
On the other hand, lying and procrastinating are two arts the human kind is incredibly skilled in.
Sometimes we are so used to the idea that we’re supposed to wait in order to gain something good that we don’t realise that, actually, the turning point we’re waiting for will never come, because it’s not something well defined. Sometimes we don’t know ourselves what our dream’s conditio sine qua non is; maybe simply because it doesn’t exist.
I’ve never been waiting for things to happen randomly, I’ve always been thinking that I had to work in order to reach my goals; those who believe in astrology would say that it couldn’t be any other way, since I was born under the sign of Capricorn. Still I got tricked, and not only for a year or two.
I always wanted to play the violin, but as a little girl I was never taken too seriously; “Maybe one day”, “Sooner or later” were always the answers, till when one day – finally – at the age of eleven, I was gifted a violin, as I always wished for, but I never managed to get any kind of sound out of it. I found out years later that it was not due to my lack of skills, but that my parents were scammed; someone sold them a decorative violin as a real and proper music instrument.
Since then, every time I saw a violin my heart was aching. I found myself in front of the abortion of a dream.
“I always wanted to play the violin, but it’s never going to happen” I thought in the most negative moments.
“Maybe one day” I allowed myself to think instead when I was in a good mood.
Despite this, I never even dared to try to save money in order to buy one.
“Maybe one day, maybe one day”, and it was like this that about twenty years went by since the moment when I first felt clearly that I wanted to have the instrument in my hands.
Then one day I realised that there was nothing to wait for, that every day added to my useless wait was just going to be one more day in my life without violin, and that even waiting for being able to afford one was a lie, because even music instruments can be bought in time, like houses, and they’re not necessarily less important than the latters.
So, this is the story of how the violin stole me from the arms of the art of procrastinating; and the most exciting thing is that this is not an ending, but a beginning.

December 22

Facciamo che da Domani Erano gli Anni 90 – Let’s Pretend that from Tomorrow It Was the 90s

(English version below)
Ho una risposta alla brutta piega che il mondo sta prendendo. Come da bambini, quando per ritrovarsi in un altro mondo bastava dire: “Facciamo che ero la regina”, “Facciamo che ero un Cavaliere dello Zodiaco”; ecco, facciamo che da domani erano gli anni 90.
Facciamo che il computer e il cellulare erano una possibilità ma non un obbligo.
Facciamo che non tutti avevano scritto un libro, perché spesso ancora si scriveva a mano o a macchina e perché prima della bella bisognava scrivere la brutta.
Facciamo che non erano tutti fotografi e tutte modelle.
Facciamo che se a scuola prendevi una nota i genitori se la prendevano con te e non con l’insgnante. Facciamo che non si davano le bacchettate sulle mani ma che ancora si capiva il concetto di educazione.
Facciamo che se ti piaceva qualcuno o qualcuna dovevi prendere il coraggio a quattro mani e chiedergli o chiederle il numero di telefono, che non c’era Facebook o Whatsapp dietro a cui nascondersi.
Facciamo che quando prendevi l’aereo ti sentivi un gran figo, e se avevi paura era perché avevi paura di volare, non perché avevi paura di una testa di cazzo che si facesse esplodere.
Facciamo che se il tuo compleanno era l’11 settembre non avevi torri crollate a cui pensare.
Facciamo che “razzista” era ancora una cosa brutta e non una reazione “giustificata”.
Facciamo che non era normale sventolare foto di bambini trucidati come se fossero una bandiera.
Facciamo che i nazisti facevano più paura di quelli solo diversi.
Facciamo che si poteva bussare alla porta del vicino di casa perché era finito lo zucchero.
Facciamo che non si giustificava tutto.
Facciamo che i pomeriggi si dedicavano alle propie passioni e non a denigrare qualcun altro.
Facciamo che le band suonavano nei garage.
Facciamo che si scrivevano le dediche sui diari di scuola.
Facciamo che il futuro non faceva così tanta paura, e non somigliava così tristemente al peggio del nostro passato.
Facciamo che da domani erano gli anni novanta, e che questi ultimi quindici anni erano stati un brutto sogno.

(English)

I have a solution against the turn for the worst the world seems to have taken.
As when we were kids, when to find ourselves to be in another world it was enough to say: “Let’s pretend that I was a queen!” or “Let’s pretend that I was a Knight of the Zodiac”; well, let’s pretend that from tomorrow it was again the 90s.
Let’s pretend that computer and mobiles were a possibility, but not something you were forced into.
Let’s pretend that not everyone had written a book, because there was still handwriting or typing on a writing machine, because in order to get a final draft there had to be also a rough one.
Let’s pretend that people were not all photographers or models.
Let’s pretend that if you got written up at school parents were angry at you and not at the teacher, that slaps on the wrists were not anymore the thing, but still there was an understanding of the concept of upbringing.
Let’s pretend that if you liked someone you had to be brave and ask him/her for his/her phone number, because there was no Facebook or Whatsapp to hide behind.
Let’s pretend that when you caught a flight you felt cool, and if you were scared it was because of flying, and not because of the chance that a dickhead could decide to make himself explode.Let’s pretend that if your birthday was on 9/11 you didn’t have to think about destroyed towers.
Let’s pretend that “racist” was still a bad thing, not a “justified” reaction.
Let’s pretend that it was not normal to wave pictures of dead kids as they were flags.
Let’s pretend that Nazis were scarier that people who are just different.
Let’s pretend that we could knock at the neighbour’s door because we ran out of sugar.
Let’s pretend that not everything was justified.
Let’s pretend that afternoons were spent on things we loved and not making fun of those we didn’t like.
Let’s pretend that bands were playing in garages.
Let’s pretend that we were writing notes on school diaries.
Let’s pretend that the future was not so scary, not so sadly similar to the worst side of our past.
Let’s pretend that from tomorrow it was the 90s, and that the last fifteen years were just a bad dream.

August 1

Rammstein in Finnland

IMG_2058(English version below)

Seinäjoki, Provinssi, 2 luglio 2016. Il tempo è incerto, l’attesa infinita, resa ancora più pesante dal fatto che Juha Tapio proprio non sia nelle mie corde, e sospetto neppure in quelle della maggior parte dei fan dei Rammstein; la situazione non viene certo migliorata dai Biffy Clyro che – eccezion fatta per un paio di pezzi che si distinguono – sembrano suonare per una decina di volte la stessa canzone.
In qualche modo però il tempo passa, fra due chiacchiere con gli altri fan con un po’ di sale in zucca ed una mezza discussione con le barbie dotate di mascherone di trucco, ciglia fine e push up che – arrivate alle sei di sera – per qualche oscuro motivo credono di meritare la prima fila più di chi è lì dalle undici di mattina.
La politica dello staff dei Rammstein dà però ragione a loro, dal momento che circa mezz’ora prima dello spettacolo vengono scelte per entrare nel backstage. Qualcuna, nel venire aiutata a scavalcare la transenna, ci fa ciao con la mano, della serie: “Addio, sfigati!”. Molte bionde, parecchie in abiti provocanti, qualcuna decisamente volgare, tutte truccatissime e giovanissime; di quelle che intravedo sfilare fra la transenna e il palco, la più vecchia avrà forse ventun anni. Nemmeno un uomo, alla faccia di chi crede che il sessismo vada sempre e solo a scapito delle donne.
Fu decisione del manager in vista del fatto che il concerto verrà registrato o tentativo di soddisfare la lussuria dei membri della band? Ai posteri l’ardua sentenza.
Certo, rosichiamo un po’, ma almeno ce le hanno levate di torno e non dovremo più sopportarle mentre sgomitano e spingono, assumendo però un’aria innocente quando viene detto loro di piantarla.

IMG_2041Finalmente tutto è pronto. Una scritta sugli schermi ci chiede di non curarci delle telecamere e di goderci lo spettacolo, poi parte il conto alla rovescia, naturalmente in tedesco, a dimostrare che per conquistare il mondo non servono i carri armati, ma le note giuste.
I Rammstein dal vivo sono esattamente come su disco.
In tanti anni di concerti ho assistito a pochissime esibizioni in cui nessuno abbia commesso fosse anche il più piccolo errore, ma questa fa sicuramente parte dello sparuto elenco.
Hanno energia da vendere, ben al di là delle fiammate sparate appena un paio di metri sopra le teste dei fan. Sanno essere precisi, teatrali, coinvolgenti; una di quelle band che chiunque sogni di fare musica per vivere dovrebbe vedere almeno una volta nella vita; una sorta di La Mecca del metal.
La setlist è completa e ben bilanciata, nonostante la grande assente: Rosenrot.
Till Lindemann sembra affrontare lo show più come un attore che debba rimanere fedele al personaggio durante tutta la performance che come un cantante che si esibisca in singole canzoni; ha uno sguardo che fa gelare il sangue e – a differenza di quanto spesso accade ai cantanti con voci tanto profonde – il tecnico del suono riesce a rendere assolutamente giustizia al suo timbro baritonale.

Un’esperienza, anche istruttiva, che vale tutte le ore di attesa prima del concerto, quelle passate alla stazione aspettando il primo treno per tornare a Helsinki, e che certamente varrà anche l’attesa fino al prossimo concerto.

Setlist:

Ramm4
Reise, Reise
Hallelujah
Zerstören
Keine Lust
Feuer frei!
Seamann
Ich tu dir weh
Du riechst so gut
Mein Herz brennt
Links 2-3-4
Ich will
Du hast
Stripped
Sonne
Amerika
Engel

Foto del concerto

Rammstein in Finnland

IMG_2058Seinäjoki, Provinssi, July 2nd 2016. The weather is unstable, the waiting endless; it feels even longer since Juha Tapio is really not my thing, and I suspect he’s as well not the thing for most Rammstein fans. Biffy Clyro doesn’t help at all since – except for a couple of songs standing out – they seem to play the same stuff for about ten times.
Somehow anyway time goes by, between a chat with other fans with some common sense and (almost) a fight with barbies, provided of make up masks, fake lashes and push up bras, who arrived at 6 p.m., but for some obscure reason really think they deserve the first row better than the ones who have been there since 11 a.m..
The policy of Rammstein’s staff anyway proves them right, since about half a hour before the gig they’re chosen to go to the backstage. Someone, while getting helped to climb over the barrier, says hi shaking one hand; like: “Goodbye, losers!”. Many blonds, most of them wearing provoking clothing, someone is very vulgar, all of them wear a lot of make up and are very young; among those I see walking between the stage and the barrier, the oldest one might be maybe 21 years old. Not a single man, just in case you thought that sexism does harm to women only.
Was it a decision made by the manager, since the gig will be filmed, or was it to sooth band members’ lust? Posterity will judge.
Sure, we’re envious, but at least they took them away and we won’t have to stand them while they try to elbow their way through, trying to look innocent when they’re told to stop doing that.

IMG_2041Finally everything is ready. The words on the screens ask us not to mind the cameras and to enjoy the show; then the countdown starts, obviously in German, proving that in order to rule the world you don’t need tanks, but the right notes.
Rammstein live is exactly how heard on records.
In many years attending concerts, I watched a very few where no one made even the smallest mistake, but this goes for sure right in the short list.
They’re very energetic, way beyond the flames shot just a couple of meters above fans’ heads. They know how to be precise, theatrical and how to involve people in the show; one of those bands that any person who dreams about making a living out of music should watch live at least once in life; a sort of Mecca for the metal scene.
The setlist is well done and well balanced, despite the absence of Rosenrot.
Till Lindemann seems to face the show more like an actor, playing a character during the whole performance, rather than like a singer performing single songs; he has an icy glance that can make your blood freeze and – unlike what happens to many singers with a deep voice – the sound engeneer manages to do justice to his baritone timbre.

An experience, an educating experience, which for sure was worth all those hours waiting for the gig, all those hours spent at the station waiting for the first train to go back to Helsinki, and that for sure will also be worth the waiting till next concert.

Setlist:

Ramm4
Reise, Reise
Hallelujah
Zerstören
Keine Lust
Feuer frei!
Seamann
Ich tu dir weh
Du riechst so gut
Mein Herz brennt
Links 2-3-4
Ich will
Du hast
Stripped
Sonne
Amerika
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July 5

Intervista ad Arianna Bonardi – Interview with Arianna Bonardi

anna(English version below)

Arianna Bonardi è un po’ youtuber (memorabile il suo “50 Sfumature di Grigio in 85 Secondi”), un po’ lettrice compulsiva, un po’ esperta d’esoterismo, un po’ artigiana e un po’ attrice; anzi, a dire il vero, non solo un po’, dal momento che quest’anno si è aggiudicata il premio come migliore attrice al Movie Planet Film Festival con Anna – Cronache di un’Attrice Emergente.
In questa intervista ci racconta il mondo della recitazione dal punto di vista di un’emergente in carne ed ossa.

Arianna, raccontaci un po’: quando e come ti sei avvicinata alla recitazione?

Al Liceo, dopo aver visto Cate Blanchett nei panni di Galadriel, decisi di iscrivermi al corso di teatro offerto dalla scuola e da lì capii da subito che avrei voluto vivere su un palco o davanti una telecamera. Sotto i riflettori, insomma!

Di recente ti sei aggiudicata il premio come migliore attrice al Movieplanet Film Festival. Credi che questo possa contribuire ad offrirti nuove possibilità?

Sicuramente. Non tanto per il premio in sé, che rimane una grandissima soddisfazione della quale sarò per sempre riconoscente a Daniele Misischia, il regista; ma per le collaborazioni e le amicizie nate durante il festival, poiché ho avuto modo di conoscere due grandi youtuber che si sono offerti di aiutarmi con il mio canale. Nello specifico, Federico Frusciante e Mattia Ferrari aka Victorlaszlo88 che saluto tantissimo

Domanda che ogni attore prima o poi si sente rivolgere: quanto ti riconosci in Anna, il personaggio da te interpretato?

Molto poco. Io ed Anna in comune abbiamo le disavventure nel mondo dello spettacolo ma caratterialmente siamo agli opposti. Anna è una tosta, è una ragazza che non si tiene dentro nulla, quello che non le piace lo dice. Io invece sono molto più remissiva, pronta a mettere gli altri prima di me. Per questo ho amato interpretarla!

Credi che questa serie sia riuscita a raccontare pienamente il disagio vissuto dagli attori emergenti?

Assolutamente. Sono stata più fortunata di Anna, molte cose le ho viste vivere da terze persone, non sulla mia pelle ma sono sempre le stesse situazioni. Possono sembrare cliché, ma purtroppo sono step che ogni attore prima o poi deve affrontare. Nel bene e nel male. Sicuramente Anna ne offre una visione un po’ surreale, eppure a mio avviso molto più efficace di tanti altri progetti. La pugnalata che riceve dall’attrice rivale, è un dolore che accomuna tutti noi attori.

A tuo avviso la recitazione in Italia viene vissuta come “un lavoro vero”?

Se hai un’entrata mensile che ti ci puoi “mantenere” sì, viene visto come un lavoro serio. Ma quando sei costretto a dire: “faccio l’attore, ma anche il barista” perché non bastano i ruoli, gli spettacoli ed altro per mantenere la tua indipendenza, è difficile anche dimostrare di vivere grazie alla tua professione. Quindi io capisco anche le persone che reagiscono storcendo il naso, quando dico che sono un’attrice e magari per loro non sono nessuno, nel momento stesso in cui nella vita sono costretta a fare altro, nonostante io abbia un’agente, faccia dei casting e abbia una compagnia teatrale.

Perché secondo te, nonostante la scena underground sia piena di talento, nelle grandi produzioni italiane troviamo spesso attori che di talento non hanno nemmeno l’ombra?

Posso parlare per quanto riguarda la scena romana, dove funziona tutto per “amicizie”. Lavora tizio, che conosce caio, si sono incontrati sul set, sono amici da una vita” e talenti nascosti rimangono nell’ombra perché nel loro piccolo non hanno trovato gli agganci giusti.

Sei ottimista riguardo al futuro del cinema, italiano ma non solo?

Sì. Voglio essere positiva, ho bisogno di essere positiva. Le cose belle capitano sempre per un motivo, e di storia da raccontare ce ne saranno sempre tante. Infinite!

8- Hai degli altri progetti in corso al momento?

Sì, dimagrire e trovare il coraggio di riaffacciarmi in Agenzia! Scherzi a parte, questo periodo lo sto dedicando al canale e a decidere le prossime mosse, anche per quanto riguarda lo studio.

Cosa speri per il tuo futuro come attrice?

Tanti ruoli, tanti set, tante belle giornate, tante soddisfazioni. Soprattutto, tanti casting! Io adoro l’attesa del dopo casting, quando aspetti la chiamata decisiva! Ahaha, ma forse son nata sbagliata io!

Interview with Arianna Bonardi

annaArianna Bonardi is a bit of a youtuber [with her unforgettable “50 Sfumature di Grigio in 85 Secondi” (“50 Shades of Grey in 85 Seconds”)], a bit of a compulsive reader, a bit of an esoterist, a bit of an artisan and a bit of an actress; well, actually not just a bit, considering that this year she won the prize as best actress at Movie Planet Film Festival with “Anna – Cronache di un’Attrice Emergente” (“Anna – Chronicles of an Emerging Actress”).
In this interview, she tells us about the world of acting from the point of view of a real life emerging actress.

Arianna, tell us something about you: when and how did you start acting?

I started to attend the High School Drama Classes as soon as I saw Cate Blanchett portaying Galadriel in Lord of the Rings. I realised in that moment I would have loved to be an actress.

Recently you won a prize as Best Actress at Movieplanet Film Festival. Do you think this will help you, giving you some new opportunities?

Of course it will. I had the chance to meet in person two great youtubers and they were very kind to me. They’re helping me sharing my videos; they both deal with Cinema and Movies, they have a huge audience here in Italy and it means a lot to me. And of course the Prize itself is a personal satisfation, for me and my director Daniel Misischia.

This a question any actor is asked sooner or later: how much do you find of yourself in Anna, the character you play?

Me and Anna are the opposites. She’s strong, she’s stubborn, she says aloud what she things, she doen’t cares to hurt people ’cause she was hurt in return. I’m so calm, submissive, always putting the others before me. I loved to be her!

Do you think this serie actually managed to describe the harshness of being an emerging actor?

Yes. I’ve been lucky enough to have met very nice people in productions I used to work in. But I saw people getting involved in situations described in Anna. So frustrating. They may seem chilchè but they are real, a sort of “Steps to the Fame” all actors have to climb.

Is acting considered a “real job” in Italy?

Only if you are famous. In Italy people don’t get that you can work as actress even without fame. Actually, it’s hard to be an actror in Italy. In the very same moment you need a second job to maintain your indipendence. Well, it’s hard enough to make people believe in your profession.

Despite the underground scene is full of talent, in Italian big productions we see very often actors who have no talent at all. Why?

In italy it works this way: are you a friend of that famous actor? Have you know each other for a long time? Are you in the “club”? Well, you can go on. If you are no-one-but-talented-young-girl, you will remain exactly that.

Are you optimistic about the future of motion picture industry, in Italy and worldwide?

Yes. Because there will always be lots of stories to be told. And lots of stories means lots of roles and casting. And I do love castings!

Do you have any work in progress at the moment?

Loose weight and have a meeting with my Manager about my future.

As an actress, what are your hopes for the future?

Lots of screenplay to memorize and lots of stories to tell.

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June 24

Gli Effetti Collaterali della Serenità – The Side Effects of Serenity

the_mermaid_song_by_isismaathapy(English version below)

Se vivi in un posto in cui non c’è la guerra, se hai di che vivere, un tetto sopra la testa, e se non sei un completo stronzo convinto che un’unghia rotta sia un problema serio, un momento di serenità in questa vita è capitato anche a te.
Magari è durato poco, magari col senno di poi ti sei reso conto che non c’era granché da star sereni, ma l’hai vissuto.
Ecco, quello è l’attimo in cui ti rendi conto di chi davvero ti sia amico.
Comunemente si crede che tutti spariscano nel momento del bisogno, ed è vero, almeno per quanto riguarda gli opportunisti, quelli che possono concretamente sfruttarti; esiste però una categoria più difficile da individuare e di gran lunga più pericolosa: quelli che nei momenti ardui ti stanno vicino perché le tue difficoltà, tutto sommato, rendono loro meno pesanti le proprie.
Fai bene attenzione, perché saranno pronti a farti compagnia e a consolarti, ma ci daranno anche dentro con i consigli sbagliati, in modo che tu in quella condizione ci rimanga il più a lungo possibile.
Già che ci sono, si godranno anche il potere che lo stato in cui versi gli dà: vuoi mettere, avere qualcuno che ha bisogno di te, qualcuno che ti fa sentire una bella persona, che davvero crede che tu gli stia dando una salvata e che per questo si sentirà in debito?

Poi un giorno, dopo aver lottato con le unghie e con i denti, riesci a risolvere il problema che ti affliggeva, o magari riesci a cambiare punto di vista, a mandare avanti serenamente la tua vita nonostante qualcosa a cui tenevi non abbia funzionato; ed è lì che si scatena l’apocalisse.
Improvvisamente – nonostante tu non neghi la tua compagnia, ma anzi, tu sia di ottimo umore e ti faccia piacere condividere la tua positività – non sei più un buon amico. Se non c’è un vero pretesto per offendersi, sta tranquillo, ne inventeranno uno.
Perché?
Perché non adempi più al tuo ruolo. Non possono più guardarti per dirsi che in fin dei conti c’è chi sta peggio. Se poi addirittura arrivi a star meglio di loro, essendo persino di qualche anno più giovane, hai decisamente esagerato. Come osi tu, creatura indegna, stare bene e affrontare il più delle giornate con un sorriso, mentre loro si rodono il fegato per qualcosa che invece non riescono a risolvere? Vai allontanato.
Ma tu non scoraggiarti; fai l’amico.
Non con loro però; sii amico di te stesso piuttosto, lascia che queste persone si allontanino. Dedica a te stesso – o a qualcun altro che lo merita – il tempo e l’affetto che una volta spettavano a loro.
Fra gli effetti collaterali della serenità, c’è la sparizione di molti parassiti che per troppo tempo ti sono rimasti appiccicati addosso.

(Diegno di Isismaathapy, DeviantArt – The Mermaid Song)

 

The Side Effects of Serenitythe_mermaid_song_by_isismaathapy

If you live in a place where there’s no war, you have enough to live, a place where you can sleep and you’re not a complete asshole, convinced that a broken finger nail is a serious problem, it happened to you also to live a serene moment.
Maybe it didn’t last, maybe in retrospect you realised that there was not much to be serene about, but you lived it.
Well, that’s the moment when you realise who actually is your friend.
It is a common belief that everyone disappears when you’re in need, and it’s true, at least if we’re talking about opportunists, those who can concretely use you; but there’s anyway a cathegory which is more dangerous and way harder to spot: those who stay by your side during hard moments because, at the end of the day, the problems you’re going through make theirs look less serious.
Be careful, because they’ll be there, ready to keep you company and to cheer you up, but they’ll also do their best giving you wrong advices, in order to make sure that you’ll stay in that condition as long as possible.
They’ll actually enjoy the power that your state gives them: can you imagine? Having someone who needs you, who makes you feel like a good person, who actually believes that you’re a saviour and therefore will own you something?

Then, one day, after a lot of fighting, you manage to solve what was torturing you, or maybe you manage to change your point of view, to move forward and live your life serenely despite something you really cared about didn’t work out; and that’s when the apocalypse starts.
Suddenly – despite you never refuse to keep them company, and actually you are in a very good mood and you’re happy to share your positivity – you’re not a good friend anymore. If there’s not a real pretext to be offended, be sure, they’ll make up one.
Why?
Because you no longer comply with your role. They can no longer watch you and think that – at the and of the day – someone has it worse. If then you reach the point when you feel better than they do, maybe even being a few years younger than them, you really went too far. How dare you, ignoble creature, feeling good and facing most days with a smile, while they’re eaten by something they don’t manage to solve? You are to be banned.
And you shouldn’t be discouraged; you should act as a friend.
But not towards them; be your own good friend instead, and let these people get away. Invest on yourself – or someone else who deserves it – that time and that affection you used to invest on them.
Among the side effects of serenity there’s the extintion of plenty of those parasites who have been sticking to you for too long.

(Artwork by Isismaathapy, DeviantArt – The Mermaid Song)

June 18

La Dea nel Deserto – The Goddes in the Desert

GoddessInTheDesert(English version below)

A fare la divinità non è sempre il potere; talvolta è più determinante cosa invece non si possa fare.
Morire, per esempio: gli déi non ne sono capaci.

Ci fu una donna che diventò dea solo durante la propria traversata del deserto.
Era sempre stata dotata di grande intelletto, di un cuore generoso e di fulgida bellezza, ma divenne divina camminando in solitudine, fra la polvere.
In molti hanno dedotto che la bellezza di una rosa del deserto sia legata alla sua rarità, altri l’hanno attribuita alle difficili condizioni in cui cresce, ma lei comprese la verità: le rose del deserto crescono là dove è molto probabile che nessuno le veda, mai; esse sono dunque alimentate da un amore cieco e sordo per il bello, come l’arte che – più forte dell’artista – è indifferente allo spettatore.
Comprendendo ciò, la donna cominciò ad assumere i tratti della dea; la trasformazione definitiva avvenne però attraverso la perdita di una capacità: quella di piangere.
La dea avrebbe voluto regalare al deserto le proprie lacrime, affinché diventasse meno aspro nei confronti dei viandanti e delle rose, ma si rese conto di non esserne più in grado.
Pur trovandovisi in mezzo, osservava le asperità del deserto con distacco, col cuore chiuso in uno scrigno e la mente ancorata a stelle fredde.
Non era più in grado di piangere e neppure ve n’era ragione.
Proseguì verso Est, portando con sé una tempesta di sabbia.

 

The Goddess in the Desert

Might is not always the prerogative of divinity; sometimes the determining thing is what is not possible to do.
Dying, for example: gods are not able to do it.

There was a woman who became a goddess only while crossing the desert.
She always had great intelligence, a generous heart and shining beauty, but she gained divinity walking alone, among the dust.
Many came to the conclusion that the beauty of a desert rose has something to do with the fact that it’s something rare, others thought that it’s because of the hard condition it faces while growing, but she understood the truth: desert roses grow there where most likely no one will ever see them; they are feeded by a deaf and blind love for beauty, like art, which – being stronger than artists – is not concerned about those who observe.
Understanding this, the woman started earning the features of a goddess; though, the real transformation happened through losing an ability: the ability to cry.
She would have liked to gift the desert her own tears, so that the desert would become less bitter towards wayfarer and roses, but she realised she was no longer able to.
Even though having it all around her, she observed the harshness of the desert from a long distance, with her heart locked in a treasure chest and her mind anchored to cold stars.
She was no longer able to cry, and neither there was a reason for doing it.
She moved towards Est, carrying with her a dust devil.

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June 8

Sleep of Monsters – Poison Garden

Poison Garden(English version below)
Nel 2013, per gli amanti del rock, dell’occulto o anche solo della bella musica, Produces Reason si è indiscutibilmente distinto come uno dei dischi dell’anno. Un gran risultato, specialmente per una band che – pur annoverando fra le proprie file diversi veterani – era all’esordio.
Certo, una bella soddisfazione, ma anche un cruccio: quando il primo album finisce dritto fra i dischi dell’anno e viene accolto tanto benevolmente dalla critica, come si fa a pubblicarne un secondo che sia all’altezza?
Gli Sleep of Monsters hanno trovato la risposta: osando.
Poison Garden è un concept album che gioca su forti contrasti e dosaggi ben precisi. Se da un lato le sonorità – fatta eccezione per il brano d’apertura – sono molto meno heavy che in Produces Reason, dall’altro i testi sono più oscuri e criptici; le melodie sono più orecchiabili, eppure Ike Vil sembra essere tornato a scrivere per i Babylon Whores. C’è più luce, ma ne emerge un pessimismo più accentuato. Mentre in Produces Reason il tema della morte viene trattato in maniera canzonatoria e provocatoria (Abomination Street ne è un ottimo esempio), in Poison Garden la Nera Signora (Our Dark Mother) viene guardata dritta negli occhi, con l’accettazione di chi sa che non potrà rimandare per sempre il bacio fatale. Se Produces Reason terminava con il proprio brano più elevante, Magick Without Tears, Poison Garden termina invece con una discesa agli inferi senza possibilità di ritorno, intitolata Land of Nod.

Fra i brani migliori:
Poison King apre l’album, introducendo il tema di Mitridate Eupatore, il celeberrimo e acerrimo nemico di Roma, noto per essersi reso immune ai più diversi veleni assumendone ogni giorno in piccole dosi. Già da qui si intuisce che in quest’album, rispetto al precedente, si sfrutterà meglio il potenziale delle magnifiche coriste della band; i cori di questo brano suscitano infatti la genuina speranza che la bonus track del prossimo disco sia una cover di Carmina Burana.
Golden Bough è la ballata romantica del disco, nonché forse il pezzo più ricco a livello sonoro. La chitarra apre il brano creando un’atmosfera inquietante, che sembra parlare del risveglio di un mostro, solo per poi dare il via ad un riff sulle cui note potrebbero ballare abbracciati Fred Astaire e Ginger Roger; la voce cristallina di Tarja Leskinen e gli archi rendono il pezzo particolarmente toccante, riuscendo però a non scadere neppure lontanamente nel cliché della band metal sinfonica finlandese.
The Art of Passau è il primo di due omaggi alla cultura tedesca (troveremo il secondo in Babes in the Abyss, in cui Vil recita in tedesco il girotondo, dimostrando una volta per tutte la propria capacità di far sembrare colta qualunque cosa). “Art of Passau”, in tedesco passauer kunst, è il modo in cui viene ricordata una credenza dei soldati tedeschi nel diciassettesimo secolo, secondo cui alcuni incantesimi – scritti su dei fogli – potevano rendere invulnerabili. L’intro ricorda gli Epica di The Divine Conspiracy; il pezzo prende poi una piega decisamente più pop, seppur sapientemente reso più cattivo dal mantra “Nama nama sebesio” – risalente al culto mitraico e tuttora incompreso dagli studiosi – che rende il brano assolutamente irresistibile.
The Land of Nod è la canzone più tagliente e penetrante del disco. Se ne considerassimo solo le parti strumentali e i cori, potrebbe essere parte della colonna sonora di Baldur’s Gate, o persino de Il Gladiatore. Ma non ci sono solo la musica e i cori; c’è la storia di un uomo e il suo sentirsi destinato a seguire le orme del proprio padre, fin giù nella tomba. C’è il processo al padre, il processo a se stesso, la condanna per entrambi, ed in qualche modo l’autoassoluzione, perché in fondo persino Caino e Giuda seguivano il piano di Dio; un’autoassoluzione che forse non fa altro che trascinare l’imputato ancora più a fondo.

Insomma, ne Il Nome della Rosa, Umberto Eco scriveva di libri che parlano di altri libri. Poison Garden è un’opera d’arte che parla di altre opere d’arte, una storia fatta di molte altre storie. L’unico vero difetto sono le trombe sul finale di Devil and All His Works, in cui per una volta l’unione di elementi diversi non funziona come dovrebbe, creando un effetto decisamente troppo “Rocky Balboa”.  Nonostante questo piccolo neo, si tratta di un album peculiare ed elegante, sia sul piano del suono che su quello del contenuto, che sfugge alle definizioni e proprio per questo merita di essere ascoltato.

English

Poison GardenIn 2013, for those who love rock, occultism or even just good music, Produces Reason stood out as one of the best albums of the year. A great score, especially for a band who – despite having more than a veteran in its ranks – was at its debut.
Of course, there was something to be proud of, but also something to be concerned about: when your first album goes straight among the best releases of the year and critics love it, how will you then manage to do something that will live up?
Sleep of Monsters found the answer: daring.
Poison Garden is a concept album that plays with strong contrasts and precise doses.
If on one side the sound – with the exception of the opening track – is much less heavy than in Produces Reason, on the other hand the lyrics are darker and more cryptic; the melodies are more radio-friendly, but Ike Vil seems to have gone back writing for Babylon Whores. There’s more light, but what comes out is a stronger pessimism. While in Produces Reason the topic of death was faced in a sardonic and provoking way (Abomination Street is a good example), in Poison Garden one looks straight at the eyes of the Lady in Black (Our Dark Mother), accepting that it won’t always be possible to postpone the fatal kiss. While Produces Reason found its ending in its most elevating song, Magick Without Tears, Poison Garden ends in a descent to the underworld with no turning back, titled Land of Nod.

Among the best tracks:
Poison King opens the album, introducing Mithradates Eupator’s theme; Rome’s famous and arch enemy, known for having made himself immune to the most different kinds of poison, taking small doses of them every day. It’s already clear that in this album, compared to the previous one, the band will better develope the potential of its three amazing backing vocalists; in fact, this tracks’ backing vocals awake in the listener the genuine hope that the bonus track, in the next album, could be a cover of Carmina Burana.
Golden Bough is the romantic ballad of the album, and maybe also the most rich song in terms of sound. The guitar starts creating a sinister atmosphere, who might talk about a monster awaking, just to slip then into a riff, on whose notes Fred Astaire and Ginger Roger might dance holding each other; Tarja Leskinen’s crystal-clear voice and the strings make the track particularly touching, managing anyway to avoid the Finnish symphonic metal band cliché.
The Art of Passau is the first of two tributes to German culture (we’ll find the second one in Babes in the Abyss, where Vil declaims the German version of Ring Around the Rosie, proving once and for all his ability to make anything and everything sound sophisticated). “Art of Passau”, passauer kunst in German, is how we remember a belief that belonged to German soldiers during the 17th century, according to which some spells – written on papers – had the power to make people invulnerable. The intro reminds of Epica during The Divine Conspiracy era; then the track takes a much more poppish turn, but still it gets an evil vibe, given by the mantra “Nama nama sebesio” – which comes from the Mithraic cult and still, nowadays, no one has been able to translate – that makes the song absolutely irresistible.
The Land of Nod is the most sharp and penetrating song of this release. If we’d consider the instrumental parts and the backing vocals only, it could be part of Baldur’s Gate or The Gladiator’s soundtrack. But the instrumental parts and the backing vocals aren’t the only things there; there’s the story of a man, and his feeling himself doomed to follow his father’s path down to the grave. There’s his father’s trial, his own trial, a conviction for both, and somehow a self-absolution, because at the end of the day even Cain and Judas were following God’s plan; a self-absolution that maybe drags the defendant in an even deeper abyss.

Well, in The Name of the Rose, Umberto Eco wrote of books talking about other books. Poison Garden is a piece of art talking about other pieces of art, a story composed of many other stories. The only flaw are the trumpets in the ending of Devil and All His Works, where for once the fusion of different elements doesn’t work as it should, creating a sort of “Rocky Balboa effect”. Anyway, despite this little imperfection, this is a peculiar and classy album, when it comes to both music and lyrics; it escapes labels, and that’s the reason why it’s worth listening to it.

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