October 27

L’Immagine di Anna Frank con la Maglia della Roma: Che C’È di Male? – Anne Frank Wearing a Roma Shirt: What’s Wrong About It?

(English Below)

Non vivendo in Italia da qualche anno, il modo in cui mi arrivano le notizie è spesso assai curioso: prima leggo i commenti e le opinioni personali, poi vengo a sapere di cosa si stia effettivamente parlando.
Quando ho letto di adesivi con un fotomontaggio in cui Anna Frank indossa la maglietta della Roma, ingenuamente, ho pensato che i tifosi della Roma – storicamente in conflitto con quelli della Lazio, notoriamente perlopiù simpatizzanti dell’estrema destra – avessero utilizzato l’immagine di Anna Frank per insultare i loro avversari, dando loro dei nazisti.
Invece no, a quanto pare per gli standard odierni questo sarebbe stato ancora troppo corretto: sono stati taluni laziali a credere di insultare i romanisti dando loro degli ebrei.

Il problema non è fare dell’umorismo su tematiche scomode; lo dico da figlia di testimoni di Geova, cresciuta con la consapevolezza che nascere una cinquantina d’anni prima (storicamente uno sputo), avrebbe potuto significare finire come Anna Frank.
Si ride della morte, si ride del razzismo, si ride della sofferenza, perché – come ho imparato dal buon Gioele Dix – la tragedia e la commedia affondano le radici nello stesso terreno: l’errore.
La volgarità, è tutta qui: nel credere che sia legittimo utilizzare “ebreo” come un insulto, nell’arrogarsi il diritto di decidere come gli altri debbano essere e nel tentare di annullare il senso della sofferenza altrui, rifiutando persino la magra consolazione della lezione che dovremmo aver imparato dopo tutto l’orrore perpetrato.
Non è la tematica su cui si possa scherzare a rendere l’umorismo becero, ma l’assecondare idee violente, idiote e prive di fondamento.
D’altronde, se questo è il concetto di comicità della feccia nazifascista, non fa altro che dimostrare la superiorità degli Ebrei: il loro umorismo infatti, per tradizione, raggiunge ben altri livelli.

English

Having not been living in Italy for a while, it’s actually funny how I come to know about news: very often, first I read comments and opinions, and only afterwards I actually read what people are talking about.
When I read that someone edited a picture in order to make it look like Anne Frank were wearing a Roma shirt, probably being naïf, I immediately thought that some Roma’s fans – whose arch enemies are Lazio’s fans, among whom there are many people who sympathize with the extreme right wing – had been using Anne’s picture to insult their rivals, accusing them of being nazis.
But no, apparently, according to nowadays standards, this wouldn’t have been enough. It was actually some Lazio’s fans, using her picture to insult their rivals, accusing them of being Jews.

The problem is not making jokes about terrible things; and I’m saying it being born in a Jehovah Witness family, having always known that being born fifty years earlier – not that long, if you think about it in historical terms – might have been enough to end up like Anne Frank.
We laugh about death, racism and suffering because – as I learned from the good old Gioele Dix – tragedies and comedies are born from the same source: the mistake.
To make the thing trivial is the arrogance to think to have the right to use the word “Jewish” as an insult, to tell others what they are supposed to be, to try to take away the meaning from someone else’s suffering, refusing to do the only good thing we might do with the horrible things happened, which is to learn from them.
To make this “humor” cheap is not the topic, but it’s the fact that it supports violent, stupid and illogical ideas.
If this are the best jokes the nazi-fascist pieces of trash can come up with, they’re just proving once again the Jews to be superior: their humor, by tradition, reaches as a matter of fact other levels.

October 2

Le Avventure Social di Verdi e Wagner -Verdi and Wagner’s Social Adventures


In barba ai luoghi comuni che vogliono la musica classica lontana dal popolo e dal divertimento, Alessandro Timpanaro – regista, attore e autore – ha deciso di raccontare, prima su Facebook e poi in un libro, cosa sarebbe accaduto se Verdi, Wagner e molti altri si fossero dati battaglia a colpi di post o di tweet. Il pubblico sembra apprezzare, dal momento che la sua pagina “Le Avventure di Verdi e Wagner” viene seguita da oltre tredicimila persone.
In questa intervista l’autore ci racconta della sua passione per la musica classica e di come il suo libro è stato accolto, non perdendo l’occasione di condividere aneddoti sulle vite di grandi compositori.

Alessandro, come è quando è nata la tua passione per la musica classica?

Da piccolo; il primissimo approccio con la musica classica è avventuo tramite la cugina di mia madre, che era l’incarnazione della zia bonacciona e giocherellona, che mi faceva sempre ascoltare dal giradischi la Serenata Notturna di Mozart, quella in sol. Poi c’è stato anche mio nonno che era un cultore e un po’ come succede a tanti mi ha trasmesso questa passione; i nonni sono dei tesori. Man mano che il tempo passava mi sono appassionato anche a tanti altri tipi di musica, diciamo che l’ho ruminata un po’ tutta a parte alcuni generi che proprio non riesco a digerire, fin quando non ho cominciato ad essere annoiato per la mancanza di capacità di trasmettermi emozioni, così ho deciso di riscoprire la musica classica che ascoltavo da piccolo. Lì questa passione ha preso una forma definitiva.

Qual è il tuo rapporto con i social?

(Ride.) Un buon rapporto. Adesso va di moda demonizzarli, soprattutto fra chi li usa molto, ed è sbagliato. Si tratta di un rapporto sicuramente complesso. Come disse Umberto Eco, i social hanno dato la possibilità ad un esercito di idioti di dire la loro, questo va messo in conto, ma è anche vero che attraverso i social possono nascere amicizie, opportunità di confronto e si possono imparare tantissime cose. Sono un’alternativa all’informazione preconfezionata dei media. Certo, bisogna avere un minimo di discernimento, perché nei social c’è tutto, dal peggio al meglio, di per sé sarebbero un’ottima cosa; magari ci sarebbe da chiedersi quanto siamo stati capaci di sfruttarli e di gestirli, ma qui si entrerebbe in un ginepraio.

Quanto è difficile fare dell’umorismo trattando qualcosa di “colto” come la musica classica?

In realtà io non lo trovo difficile, perché… Ora sembrerà che me la voglia tirare, ma non è vero; è molto facile fare umorismo su qualunque cosa se la conosci. Più la conosci e più è facile prenderla in giro, bonariamente naturalmente. Io passo la vita a prendere in giro Verdi, Wagner, Rossini, però nutro per loro un amore sconfinato.
Si tratta di una conoscenza che ho acquisito nell’arco di anni, dunque certi aneddoti riguardanti le loro vite o le loro gesta compositive sono talmente fissati nella mia mente. A volte mi capita di essere in auto o in bicicletta e di dovermi fermare per scrivere un appunto perché mi viene qualcosa in mente; questo mi succede perché conosco l’argomento.

Ma in fondo in fondo, fra Verdi e Wagner, una preferenza ce l’hai?

No. Quello che non hanno capito in tanti è che in realtà nessuno dei due è meglio dell’altro, perché nella loro diversità si compensano, infatti grazie all’unione di questi due talenti – involontaria da parte loro – noi poi in Italia abbiamo avuto Puccini, che senza Verdi e Wagner alle spalle probabilmente non sarebbe stato il Puccini che conosciamo lo stesso vale per Mascagni, Leoncavallo, Martucci, Sgambati e Franchetti, che è un autore molto poco conosciuto, ma che forse è quello che riassume al meglio la fusione tra lo stile teutonico di Wagner e quello melodico di Verdi.
Hanno gettato dei semi che poi sono riusciti a fondere, come dire, la musica “de core” all’italiana e la musica di testa, simbolista e sinfonica, del wagnerismo. Io li metto sullo stesso piano, l’unica cosa che posso dire è che mentre Wagner sicuramente è stato più grande a livello compositivo, Verdi è stato grande come uomo di teatro. Chi disprezza Verdi di solito cade nell’equivoco di considerare Verdi come musicista e compositore, ma è sbagliato, perché Verdi va valutato come drammaturgo per apprezzare l’immensità del suo genio.

Pensi che Verdi avrebbe tirato qualche stoccata a Wagner per il suo antisemitismo?

Sicuramente l’antisemitismo di Verdi non era così radicato, o meglio, Verdi non era antisemita. Va considerato che l’antisemitismo all’epoca era diffuso, poi conosciamo tutti le aberrazioni che sono venute in seguito, che fra l’altro adesso stanno tornando anche un po’ troppo alla ribalta. Ricordo una lettera che Verdi ricevette dal suo librettista, Francesco Maria Piave, a proposito de I Vespri Siciliani che doveva rappresentare a Parigi, e in quell’occasione gli scrisse pressappoco: “Ma cosa ci sei andato a fare in Francia a romperti i coglioni con i Francesi e soprattutto con quell’ebreo di Mayerbeer?”, che era in quel momento il compositore francese più di moda. Questo sottolineare il fatto che fosse ebreo – fra l’altro né Verdi né Wagner lo sopportavano, seppur per motivi opposti – sta a significare che anche nei rapporti epistolari con gli amici si manifestava questo antisemitismo anche fra persone che poi di fondo antisemite non erano. Certamente Verdi avrebbe avuto da ridire sull’eccessivo antisemitismo di Wagner, perché per lui era una cosa imprescindibile sia dalla sua arte che dalla sua vita. Poi non era l’unico, ma comunque l’antisemitismo di Wagner er molto teorico; di fatto lui aveva amici… Oddio, per lui il concetto di “amico” era: “limone da strizzare finché serve”… Però insomma, aveva collaboratori ebrei con cui è sempre andato completamente d’accordo. Io credo che l’antisemitismo di Wagner sia stato molto strumentalizzato soprattutto dalla Germania del ventennio Hitleriano, credendo di fargli un favore, invece poi in realtà non gli hanno fatto un gran servizio. È vero che la storia con i se e con i ma non si fa, però non credo che Wagner avrebbe apprezzato quello che il nazismo ha fatto agli ebrei; questa rimane comunque un’ipotesi mia.

Basti pensare a quel che è stato fatto a Nietzsche: in Al di Là del Bene e del Male definisce gli Ebrei “razza superiore” eppure Hitler lo fece passare per antisemita…

Esatto. Infatti la rottura definitiva fra Wagner e Nietzche ci fu anche per la questione dell’antisemitismo, nonostante Nietzsche adorasse Wagner probabilmente anche più di se stesso, che è tutto dire! Nella Tetralogia de L’Anello del Nibelungo, tra le varie simbologie di questa mastodontica opera, c’è anche quella dell’antisemitismo e Nietsche questa cosa non riuscì mai ad accettarla; come in seguito non riuscì ad accettare questa apparente conversione di Wagner al culto cattolico con il Parsifal.

Visto che sei un attore, hai pensato a come sarebbe portare le avventure dei tuoi beniamini a teatro?

No, onestamente non ci ho pensato e non saprei neanche come farlo. Mi era stato domandato da una delle case editrici a cui mi sono proposto, ma nonostante io abbia scritto, diretto e interpretato un monologo di quasi due ore su Verdi, una cosa del genere non saprei come renderla. Secondo me questa è un’idea che funziona su carta o su piattaforma social.

Fino ad ora che tipo di reazioni hai ottenuto da parte del pubblico riguardo al libro?

Oltre ogni più rosea aspettativa. Questa pagina l’ho aperta tre anni fa; feci il primo post con Verdi e Wagner così, proprio perché m’avanzava mezz’ora, lo pubblicai online e alcuni amici che condividono con me la passione dell’opera apprezzarono e mi chiesero di farne altri. Ne feci altri, alla fine aprii la pagina. Vidi che questi finti dialoghi avevano seguito, fin quando mi chiesero di farne un libro. All’inizio ci provai, tentai di proporlo e non piacque. Pensai che forse non fosse piaciuto in quanto semplice insieme dei post; era qualcosa che poteva far ridere solo chi già conoscesse l’argomento e non chi ne era digiuno; allora lo rifeci da capo, e visto che di recente c’è stato il bicentenario sia di Verdi che di Wagner, ho deciso di cogliere l’occasione per fare un pochino di cultura – spicciola, eh – scrivendo una sorta di biografia parallela, passando attraverso questi post in cui si parlano, s’infamano, si prendono in giro. Tieni conto che in vita Verdi e Wagner non si sono mai rivolti la parola, nemmeno un biglietto d’auguri di Natale, zero assoluto. Ho sfruttato questa rivalità cu cui è stato molto ricamato e che ha assunto contorni leggendari per poter raccontare la loro storia in maniera un po’ diversa, sperando al tempo stesso di riuscire a strappare qualche risata a quelli che sanno già tutto e magari a dare l’input a coloro che non sanno niente con un testo che, usando la tecnica del social, è moderno, è attuale. Magari su cento persone digiune che lo leggono, una, due o tre decidono di approfondire, comprando un libro più accademico o cominciando ad ascoltare l’Aida e il mio scopo è raggiunto; dopo di che, una volta messo alle stampe il libro attraverso la piattaforma di Amazon è successo un mezzo miracolo, perché io non me l’aspettavo. Subito dopo son stato contattato dal Museo Giuseppe Verdi di Busseto e dall’Assessorato della Cultura del Comune di Busseto, il Paese natale di Verdi, per fare una presentazione a maggio nella Sala Maggiore del Palazzo Cavalli, che è la sede verdiana per eccellenza, dove il maestro Muti tiene le conferenze stampa quando deve dirigere un’opera di Verdi a teatro.

Perché hai scelto l’autopubblicazione?

Perché è stato l’unico modo. Io ho conoscenze pari a zero nell’ambito dell’editoria. Ho provato varie volte a proporre il libro a vari editori che però mi hanno rimbalzato. Probabilmente era sbagliata la forma, o magari essendo io un nessuno e la materia un po’ di nicchia gli editori non si sono sentiti incoraggiati a procedere con la pubblicazione. Ho tenuto conto di avere un potenziale bacino d’utenza di circa tredicimila persone, che molti magari invece non hanno, infatti ha venduto non tantissimo ma più di quanto non mi aspettassi. Se poi nel tempo qualche editore dovesse tornare sui propri passi, ben venga.

Quali difficoltà ti ha comportato?

Ho passato nottate intere a lavorare sull’impaginazione, anche perché non ho software specifici, il risultato non è stato straordinario, ma ho visto in giro di peggio. Per il resto è stato facilissimo. Il limite è quello di non essere nelle librerie; richiede uno sforzo superiore a livello di promozione. Però è anche vero che adesso tutti hanno internet e tutti conoscono la piattaforma su cui ho messo il libro in vendita.

Quali sono i tuoi progetti artistici per il futuro?

Per quanto riguarda il libro, Verdi e Wagner, sto già raccogliendo il materiale per scrivere un’opera simile su Puccini, personaggio molto simpatico, che si presta alla cosa, dopo di che mi vorrei concentrare su Rossini, che rispetto alla triade Puccini – Verdi – Wagner mi piace meno, o forse lo capisco meno, ma come personaggi forse dei quattro era il migliore, perché aveva una grande ironia e un modo d’intendere la vita veramente disincantato e sarcastico. Di Rossini oltre alle opere si ricordano le battute. Era un cultore della buona cucina.
C’è l’aneddoto che quando Wagner lo volle conoscere, a Parigi, aveva già più di sessant’anni. Wagner era ansiosissimo di discutere tutte le sue teorie musicali, la grande opera; Rossini lo accolse, ma durante la loro conversazione spesso si alzava, spariva, e poi ritornava; dopo una, due, tre, quattro, cinque volte, alla fine Wagner chiese: “Maestro, ma perché se ne va?”.
“Sai ho un montone sul fuoco, va continuamente annaffiato col vino rosso”.
Della serie: “Che cacchio me ne frega della tua musica? Io devo magnà!”.
Per quel che riguarda il teatro, purtroppo la situazione in Italia non è il massimo della vita; comunque sì, ho i miei progetti, con una compagnia teatrale abbiamo già messo in scena due spettacoli e ne stiamo preparando un terzo.
Avevo anche due proposte per due film, ma al momento le produzioni sono ferme, dunque staremo a vedere.
Questo è un periodo in cui semino per raccogliere poi più avanti.

English

Despite all the clichés about classical music being far away from the common person and from amusement, Alessandro Timpanaro (director, actor and author) decided to tell the story – first through Facebook and then in a book – of what would have happened if Verdi, Wagner and many others had the chance to fight each other using posts and tweets as weapons. The audience seems to appreciate it, since his page “Verdi and Wagner’s Adventures” is followed by over 13 000 people.
In this interview the author tells us about his passion for classical music and about the reactions to his book, taking the chance to share with us anecdotes from some great composers’ lives.

Alessandro, when and how did your passion about classical music begin?

When I was a child; the very first approach with classical music happened through my mother’s cousin, who was the incarnation of the stereotype of the kind and playful aunt, who always let me listen to Mozart’s serenade, the one in G major. Then there was my grandfather as well, who was passionate about it, and as it happens to many others, I inherited his passion; grandparents are precious. As time went by I got interested in many other kinds of music as well, let’s say that I tried it all, except for a few genres that I really can’t stand, till the point when I just got bored because of their lack of capability to give me emotions, so I decided to go back and discover again the classical music I used to listen to as a child. In that moment this passion appeared in his final shape.

In which terms are you and social networks?

(Laughing) In good terms. Now it’s kind of a fashion to stigmatize them, especially among those who use them way too much, and it’s wrong. It is for sure a complicated relationship. Like Umberto Eco said: the social networks give the chance to a whole army of idiots to speak out loud their opinions, and this is something that must be taken into count, but it’s also true that through social networks new friendships can start, there is the opportunity for discussions and there’s the chance to learn many things. They are an option that can be chosen instead of the media’s standard information. Of course, one must also have some discernment, because on socials you can find anything, the best and the worst; the thing itself is a great thing, but maybe we should ask ourselves which kind of use have we been doing of them. But this is a long and complicated topic.

Is it difficult to make jokes about something as “cultured” as classical music?

Actually I don’t find it difficult at all because… Now it’s gonna look like I’m arrogant, but that’s not the case; it’s easy to make jokes about anything, if you know the thing. The more you know it, the easier it get’s to make fun of it, obviously in a good way. I spend my life making fun of Verdi, Wagner, Rossini, but my love for them is endless. It’s all about knowledge that I earned through the years, therefore some anecdotes about their lives are crystal clear in my mind. Sometimes I’m driving my car or riding my bike and I have to stop because I get an idea; this happens because I know the topic.

Be honest: deep inside, when it comes to Verdi and Wagner, do you prefer one of the two over the other?

No. Many people don’t understand that actually none of the two is better than the other, because with their differences they compensate each other, in fact thanks to their two talents collaborating – without them choosing it – here in Italy we had afterwards Puccini, who wouldn’t have been the same Puccini we know without Verdi or Wagner, and the same goes for Mascagni, Leoncavallo, Martucci, Sgambati and Franchetti; the latter being a not very well known composer, but being maybe the best example of a mix between Wagner’s Teutonic and Verdi’s melodic style.
They casted the seeds that made it possible, later, to put together the Italian music “from the heart”, and the symbolist and symphonic music “from the head” that belonged to Wagner. I put them on the same level; the only thing that I can say is that while Wagner reached for sure higher goals when it comes to composing, Verdi was great when it comes to theatre. Those who despise Verdi usually are mistaking him for a musician and a composer, but that’s wrong, because he must be considered as a playwright in order to make it possible to appreciate the genius he was.

Do you think that Verdi would have made fun of Wagner being an antisemite?

For sure Verdi’s antisemitism wasn’t as strong, or actually, Verdi wasn’t an antisemite. It must be take into count that back them the antisemitism was very popular, and we all know which horrors happened later; actually, things that nowadays are sadly becoming way too fashionable once again.
I remember a letter that Verdi received from his librettist, Francesco Maria Piave, about I Vespri Siciliani that he was about to present in Paris; in that occasion he wrote him something like: “What are you doing in France, having your balls busted by the French and especially by that Mayerbeer kike?”; Mayerbeer was, at the time, the most popular French composer.
This way of talking about him being a Jew – and actually neither Verdi or Wagner could stand him, even though it was due to opposite reasons – means that even through private letters between friends one could see a certain antisemitism, even when maybe those people weren’t actually antisemite. Of course Verdi would have complained about Wagner’s exaggerated antisemitism, since for the latter it was something unavoidable when it came both to his art and to his life. He wasn’t anyway the only one; and Wagner’s antisemitism was something very theoretical; as a matter of fact he had friends… Well, actually his conception of “friend” was: “lemon to be squeezed till the last drop”… But anyway, he had Jewish coworkers with whom he always got along very well. I think that Wagner’s antisemitism has been much exploited especially by Germany during Hitler’s era, thinking that it was doing him a favor, but it wasn’t really so. It’s true that history isn’t about wondering “what if”, but I don’t believe that Wagner would have appreciated what nazism did to the Jewish people; this is anyway my personal opinion.

It’s enough to think about what they did with Nietzsche: in Beyond Good and Evil he described the Jewish people as “the superior race”, and still Hitler made him look like an antisemite…

Exactly. As a matter of fact the breaking point between Wagner and Nietzsche was reached also because of Wagner’s antisemitism, despite Nietzsche worshipping Wagner even beyond himself, which means a lot! In Der Ring des Nibelungen there’s also a metaphor about the antisemitism and this is something Nietzsche could never accept; just as much as later on he couldn’t accept Wagner’s apparent conversion to the catholic religion with Parsifal.

Since you are an actor, have you ever thought about bringing your heroes’ adventure to the theatre?

Honestly I never thought about it and I wouldn’t even know how to do it. I’ve been asked the same question by a publishing house, but despite I’ve been already writing, directed and played an almost two hours monologue about Verdi, I wouldn’t know how to make it work. I think that this is an idea that can work only when it comes to social networks.

Till now which kind of reactions did you get about the book?

It has been beyond my wildest dreams. I started this page three years ago; I created the first post about Verdi and Wagner just because I happened to have a free half hour, I put it online and some of my friends, who love the opera the same way I do, asked me to do some more. I did more and in the end I started the page. I realised that people liked these fake conversations, then some asked me to make a book out of them. In the beginning I tried, then I presented it, but the publishing houses didn’t like it. I thought that probably it hadn’t been appreciated because of the fact that it was simply an amount of posts put together; it would have been funny only for those who already knew the topic, but not for those who didn’t; so I started it all over again, and since recently it was both Verdi and Wagner’s bicentenary, I tried to spread some culture, with a very easy attitude, writing a sort of simultaneous biography, using these posts in which they talk to each other, the insult and make fun of each other. You must consider that actually they never spoke to each other, not even a Christmas card, absolutely nothing. I used this rivalry of theirs, which has been described as a much bigger thing than what it actually was and became legend, in order to tell their story in a different way, hoping to make the people who already know laugh, and maybe to give an input to those who don’t know anything about it, using the social networks, something modern. Maybe two or three people out of a hundred who’ll read this book without previous knowledge about the topic will decide to dig more, buying a more academic book or starting to listen to Aida, and then my job would be done; after that I used Amazon to publish my book, and what happened was kind of a miracle, because I didn’t see that coming. Immediately after that I’ve been contacted by the Giuseppe Verdi Museum in Busseto and by the Cultural Department of Busseto, the place where Verdi was born, in order to hold – in May – a press conference in Sala Maggiore, at Palazzo Cavalli, which is Verdi’s place par excellence , where the orchestra director Muti hold the press conferences when he’s about to direct an opera by Verdi at the theatre.

Why did you chose to self publish your book?

Because it was the only way. I don’t have any contacts within the world of publishing houses. I tried to present my book to some of them, but they refused the offer. Probably the way I put it down was wrong, or maybe being a nobody and being the topic not for everyone the publishing house didn’t think that it would have been a good investment. I considered that I had 13000 possible buyers, something that many people don’t have as a start, in fact I’m not saying that it became a best seller, but I sold more copies than I expected. Then, if someday some publishing house will rethink of the thing, I’ll be glad about it.

Which were the difficulties doing that?

I spent nights over nights working on the graphics, also because I don’t have professional softwares. But I’ve seen worse. Other than that it was very easy. The bad side is the fact that your book doesn’t get to the book shops; it takes more work when it comes to doing promotion. But nowadays everyone has an internet connection and everyone knows the website where I’m selling my book.

What are your plans for the future?

When it comes to books, Verdi and Wagner, I’m already putting together the material in order to write something similar about Puccini, a very funny character, the right one for something like this, and after that I would like to work on Rossini; I like him less, or maybe I understand him less, than Puccini, Verdi and Wagner, but maybe as a character he was the best, because he was very sardonic and his understanding of life was really disenchanted and sarcastic. We don’t remember only Rossini’s works, but his jokes as well. He loved the good food.
There’s a story about the fact that when Wagner decided to meet him, in Paris, he was already over sixty. Wagner was very excited about discussing his music theories, the great opera; Rossini welcomed him, but during their conversation, quite often, he left for a few minutes, then he came back; seeing this happening twice, three times, four times, five times, in the end Wagner asked: “Maestro, why do you keep leaving the table?”.
“Well, you know, I’m cooking a ram, and I need to add constantly some red wine!”.
Like: “Why should I care about your music? I need food!”

About the theatre, unfortunately the situation in Italy is not the best; anyway yes, I do have some projects with an acting company; we put on two shows already and we’re now working on a third one.
I also had a role in a couple of movies, but the productions are not moving forward at the moment, so we’ll see.
This is a moment when I cast seeds in order to harvest later on.

 

September 15

“Caro Zucchero, ti chiedo scusa”

15 settembre 2017

Caro Zucchero,
ti chiedo scusa. Forse però è il caso di spiegarti perché.
Ho ventisei anni e la musica, insieme alla letteratura, è da sempre per me ragione di vita. Vivo in Finlandia, ho fondato una band di nome Strega, in cui canto e scrivo i testi. Suono, o perlomeno cerco di suonare, quattro strumenti, e credimi, non spero certo di impressionare nessuno scrivendoti queste cose, le menziono piuttosto per darti un’idea di quanto spazio e di quale posto la musica occupi nella mia esistenza.
Sin da quando ero bambina ho amato molto alcuni tuoi pezzi; ero adolescente quando uscì la tua superba Indaco dagli Occhi del Cielo, che non solo mi piacque molto, ma mi lasciò dentro un segno che ancora oggi, a distanza di un decennio, non sono in grado di spiegare del tutto. Sospetto che abbia qualcosa a che fare con una forma di spiritualità profonda, distante anni luce da ogni tipo di bigottismo.
Eppure mi stavi antipatico.
Avevo nella mente ben fissa l’immagine di te che ringhiavi: “Ti sputo in bocca!”, le orecchie piene delle accuse di plagio a te rivolte.
Tuttavia non provare simpatia nei confronti di un artista non mi ha mai impedito di riconoscerne la qualità e di apprezzarne i lavori.

Alla fine di agosto, per puro caso, passando davanti al Tavastia, a Helsinki, ho letto il tuo nome nell’elenco dei prossimi concerti. Lo stupore è stato doppio: da un lato il Tavastia è un locale dove si esibiscono in genere band metal, dall’altro… “Caspita, Zucchero suona a trecento metri da casa mia!”.
Così ho comprato il biglietto, per curiosità, ma anche a scopo didattico, perché quando si spera di riuscire – un giorno – a vivere della propria musica, è giusto e costruttivo guardare da vicino chi non solo ce l’ha fatta, ma ce la fa da trent’anni.
Sono venuta al tuo concerto, riuscendo ad accaparrarmi un posto in prima fila, attaccata alla transenna, come piace a me.
Mi aspettavo semplicemente una serata gradevole, invece tu mi hai fatta ballare, cantare, saltare, urlare. Mi hai scaldato il cuore, mi hai commossa, mi hai fatta ridere di gusto. Hai suscitato in me stima e rispetto con il tuo genuino lasciare spazio ai fantastici musicisti che ti accompagnano. Di nuovo mi hai fatta ridere indicando me e il tuo tastierista sull’inizio di Senza una Donna, come se ti riferissi a noi due e io gli avessi spezzato il cuore, col tuo sguardo che si faceva sempre più divertito mentre domandavo: “Ma che dici? Chi? Io?”.
Insomma, contro la mia volontà, mi sei stato simpatico, e tanto.
Mi ha fatto uno strano effetto guardarti negli occhi senza i tuoi inseparabili occhiali da sole, perché ci ho visto dentro il riflesso di un’anima fragile.
Tornata a casa inevitabilmente, oltre a cominciare ad ascoltare a rotazione i tuoi pezzi, ho letto e guardato articoli, commenti e video in cui ti si accusava aspramente di svariati plagi, e lì mi sono resa davvero conto di quante cattiverie ti vengano rivolte.
C’è ignoranza o persino perfidia nell’accusarti di aver copiato Everybody’s Got to Learn Sometime, mentre Indaco dagli Occhi del Cielo ne è dichiaratamente la versione italiana (per non parlare del fatto che, in tutta onestà, l’hai resa di una poeticità immensa); lo stesso vale per chi ti attacca dal momento che in Un Kilo il riff è identico a quello di The Seed 2.0, dei Rooths. Certo: perché l’hai realizzata in collaborazione con il loro batterista; e potrei andare avanti citando pezzi che hai dichiaratamente ripreso, o a cui semplicemente hai fatto riferimento, senza mai mancare di rielaborare in maniera artistica, venendo riempito di calunnie da individui che non capiscono le regole della composizione e che non sanno come l’arte si cibi sempre di altra arte.
Poi mi è capitato di leggere una tua lettera ad un giornale, in cui definivi “diabolico” il modo di dipingerti di molti giornalisti, e mi sono sentita terribilmente in colpa, perché per tanti anni anch’io ho prestato ascolto a quel modo diabolico di dipingerti, mentre davvero non te lo meritavi. Per troppo tempo ho tenuto fede ad un modo pregiudizioso di guardarti e mi dispiace davvero, anche da un punto di vista egoistico, perché fa male rendersi conto di aver nutrito tanto a lungo un pregiudizio.
Certo, i giornalisti hanno avuto la loro fetta di colpa, ma io – soprattutto in qualità di fan di Michael Jackson, con una lunga esperienza nel vedere il proprio beniamino massacrato dai media – mi sarei dovuta informare molto prima, avrei dovuto darti il beneficio del dubbio e venire a guardarti più da vicino; invece l’ho fatto solo qualche giorno fa.
Mi auguro che anche per te valga la regola del “meglio tardi che mai” e spero di cuore che tu possa perdonarmi.
Purtroppo hai avuto la sfortuna di nascere in un Paese in cui un artista che ha lavorato con i Queen, Sting, Ray Charles e mille altri, invece di essere un vanto diventa un bersaglio; ma io non ho più intenzione di sparare, né di essere complice di chi lo fa.
Con affetto (sì, adesso te ne porto, e parecchio)
Delia

May 23

Twin Peaks: The Return

(English version below)

Chi frequenta abitualmente questo blog sa bene quanto io non sia solita parlare dell’argomento più in voga del momento, ma non potevo di certo rimanere in silenzio davanti all’attesissimo ritorno di Twin Peaks, una delle serie per eccellenza, tendente a sfuggire a facili etichette dal momento che, sì, c’è l’horror, la tensione, il mistero, la simbologia anche esoterica, ma non mancano avventura, umorismo e romanticismo.

Cosa aspettarsi da questa nuova stagione?
Buona parte del cast originale, tanto per iniziare, con una Laura Palmer decisamente più sensuale di quanto non fosse venticinque anni fa.
Per chi poi come me, visto il celeberrimo finale della seconda stagione, si domandava come si potesse nuovamente mostrare al mondo Dale Cooper senza la partecipazione di Frank Silva (attore che interpretava Bob, purtroppo scomparso nel 1995), non c’è nulla da temere: le straordinarie doti recitative di Kyle MacLachlan rendono ben possibile rivedere sullo schermo lo spirito maligno anche senza mostrare il volto di chi originariamente ne vestiva i panni; tutto questo senza lontanamente scimmiottarlo o imitarlo. D’altronde il vero attore sa come essere qualcun altro senza diventarne una caricatura.
Stupisce (perlomeno me) quanto lo stile sia stato modernizzato: al di là degli effetti speciali ovviamente più realistici, troviamo nudo facile, più parolacce e più splatter, non in dosi esagerate, ma abbastanza per far storcere un poco il naso a chi invece preferisce lo stile più implicito delle prime due stagioni.
Ciononostante la visione dei primi quattro episodi è certamente accattivante ed entusiasmante; risultano distanti anni luce da un triste tentativo di raschiare il fondo del barile, riuscendo a creare lo stesso senso dipendenza con cui la serie ha contagiato il pubblico sin dagli anni 90.
Insomma, a tutti gli effetti un ritorno in grande stile.

English

Those who have the habit of reading this blog know very well how not keen I am on talking about the hot topic of the moment, nevertheless I simply couldn’t stay silent in front of the so long awaited return of  Twin Peaks, one of the series par excellence, that so easily slips away from labels, because yes, of course, there’s horror, thriller, mistery and simbology (also esoteric), but we find as well adventure, humor and romance.

What to expect from this new season?
Most of the cast we already know, just as a start, with Laura Palmer being even much sexier than she was twenty-five years ago.
And for those who, just like me, taking into count how the second season ended, were wondering how could Dale Cooper be shown to the world without Frank Silva (who played the role of Bob and unfortunately passed away back in 1995), there’s nothing to worry about: Kyle MacLachlan‘s incredible acting skills make it easily possible to see again on the screen the evil spirit even without showing the face of the man it was played by; all this not even by far imitating him. A real actor knows how to be someone else without being his caricature.
It is surprising (at least for me) to notice how more modern the style turned out to be: besides the obviously more realistic special effects, there are more nudity, more bad words and more splatter, not in dramatic doses, but enough to make turn up their nose those preferred the less explicit style of the first two seasons.
Besides this, watching the first four episodes was for sure intriguing and exciting, since they’re far away from a trivial attempt to scrape the bottom of the barrel, creating the same kind of addiction the series has been spreading around since the nineties.
Without a doubt, a great return.

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April 10

Il Dramma di Ritrovarsi fra i Neonazisti – The Tragedy of Finding Yourself Among Neonazis

(English version below)

Avere gusti che non corrispondono a quanto ci si aspetti da chi ha le proprie idee politiche comporta incidenti di percorso e delusioni cocenti. Parola di donna di sinistra con la passione per pizzi, merletti, tacchi alti, culture nordiche ed esoterismo.
Perché?
Perché nonostante viviamo nel 2017 si vive ancora di stereotipi, dunque ci si continua ad aspettare che la femminista non possa corrispondere a certi canoni (magari anche vecchi e consunti) di femminilità; e mi raccomando: che sia atea e devota solo a ciò che si vede e si tocca, possibilmente con una buona dose di rabbia gratuita nei confronti del genere maschile!
Insomma, il fatto che mi piacciano le minigonne, che sia patita di esoterismo e di mitologia, che studi il tedesco e che non odi gli uomini, impedisce al neonazista medio di riconoscere in me la donna di sinistra che in realtà sono: quella per l’uguaglianza di diritti e doveri, a prescindere dal sesso o dal luogo di provenienza, quella per il rispetto delle differenze e per il dialogo.
Da parte mia invece, commetto spesso l’errore di sperare che simili interessi possano (quasi debbano) corrispondere a simili valori. Ed ecco che dopo magnifiche conversazioni sulle rune e sulle loro possibili interpretazioni, mi ritrovo – come un’idiota – sgomenta davanti al fatto che, secondo l’individuo poco prima riconosciuto come simile a me, una vita valga meno di un’altra, ci siano “razze” superiori e inferiori, esistano guerre giuste e sia accettabile soffocare l’opinione dell’altro solo perché diversa dalla propria; tutte cose che mi danno il voltastomaco e mi mettono ansia per il futuro di questo povero pianeta, su cui – proprio in giorni bui come questi – simili scempiaggini hanno già preso piede, arrivando a costare la vita a troppe persone.

In passato mi son persino sentita dare dell’ottusa perché non ho rispetto per razzismo e sessismo di alcun genere, ma io credo che la difesa della dignità e della libertà dell’essere umano non possa convivere con la volontà di prevaricazione e con la violenza che sono prerogativa del neonazismo e di ogni movimento discriminatorio.
Chi non crede di dover ascoltare, perde il diritto di essere ascoltato.
Si noti bene, ho scritto: “Perde il diritto di essere ascoltato” e non “Guadagna il diritto di essere preso a manganellate”, perché io non voglio essere come loro, e spero che siano in molti altri a non volersi ridurre in quel modo.

Mi spezza sempre il cuore incontrare persone colte e con interessi simili ai miei che si siano abbandonate a questo genere di estremismo; è come entrare in una galleria degli specchi e vedere di colpo la mia immagine distorta e trasformata in quella del mostro che più detesto. Ma forse è proprio vero che di solito, quando si odia qualcuno, è perché almeno in qualche misura ci assomiglia.

(English)

Having different tastes and preferences from what expected from those with your views about politics can lead you to hiccups and bitter disappointments. Being a leftist woman with a passion for lace, high heels, nordic cultures and esoterism, you can take my word for it.
Why?
Because despite it’s already 2017 we still live of stereotypes, so people keep on not expecting that a feminist might respond to a certain (maybe old and weary) concept of womanliness; and of course, she must also be an atheist, devoted only to what can be touched and seen, possibly with a huge amount of hate towards men!
So, basically the fact that I like short skirts, that I’m in love with esoterism and mythology, that I study German and that I do not hate men, holds the average neonazi from seeing who I actually am: a leftist woman who believes in equal rights and duties, regardless genders and nationalities, in respecting differences and in communicating.
On the other hand, I often mistake thinking that similar interests are likely (almost should be likely) to indicate similar values. So, there we go: after amazing conversations about the runes and their possible interpretations, I find myself – as the queen of fools – astonished in front of the fact that the same person I just recognised as a kindred spirit actually thinks that some lives are worth less than others, that there are superior and inferior “races”, that there are rightful wars and that it is acceptable to silence others’ opinions based on the fact that it’s different from his/her own; all things that I find disgusting and make me feel worried about the future of this planet, on which – just during days as dark as these – this kind of foolishness already found great support and cost us the lives of too many people.

I also happened to be accused of being narrow-minded because I have absolutely no respect for racism or sexism of any kind, but I do believe that the will to defend human dignity and freedom cannot coexist with the abuse of power and the violence that are a prerogative of neonazism and of any discriminatory movement.
Those who think they don’t have to listen to others lose the right to be listened to.
To be noticed, I wrote: “Lose the right to be listened to” and not “Gain the right to be beaten up”, because I don’t want to be like them, and I hope that many others, as well, don’t want to end up that way.

It always breaks my heart to meet cultured people with similar interests to mine who lost themselves in this kind of extremism; it’s like walking through a hall of mirrors and suddenly seeing my own image distorted and turned into the one of the monster I hate the most. But maybe it’s actually true that usually, when you hate someone, it’s because at the end of the day you are at least somehow alike each other.

February 24

Il Violino e l’Arte di Procrastinare – The Violin and the Art of Procrastinating

(English version below)

Abbiamo tutti quel qualcosa che un giorno ci piacerebbe fare, vedere, raggiungere o provare, un sogno nel cassetto; perché l’essere umano ha bisogno di una direzione, altrimenti non avremmo inventato le bussole.
Sin da piccoli però ci viene detto e ribadito che non si può avere tutto, ma soprattutto non si può avere tutto e subito. Giusto e sacrosanto.
Saper aspettare il proprio turno è fondamentale, perché significa rispettare il turno degli altri; importante è anche sapersi dare delle priorità, nel caso in cui i nostri desideri vadano – per loro natura – a cozzare l’uno contro l’altro, visto che nessuno di noi (almeno, che io sappia) possiede il dono dell’ubiquità, né gode di un’infinita quantita di tempo da spendere su questa terra.
Ma c’è davvero sempre bisogno di aspettare?
Il web pullula di inviti a vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo, ma io non credo mai a questa sorta di populismo psicologico da social network. Piuttosto credo che quando si pensa a qualcosa che si desidera, sia il caso di chiedersi: “Perché non andesso?”.
Se c’è davvero qualcosa da attendere prima che un avvenimento si verifichi, qualcosa che è giusto e legittimo pensare che possa cambiare in tempi brevi, ma che non possiamo noi stessi influenzare nell’immediato, allora l’attesa non solo è giustificata, ma rappresenta un atto di forza, un non farsi trascinare dalla corrente preferendo puntar dritto a cio che realmente si vuole.
D’altro canto però, mentire e procrastinare sono due arti in cui gli esseri umani sono incredibilmente abili.
A volte siamo talmente abituati all’idea che per ottenere qualcosa di valido o di desiderato si debba aspettare, da non renderci conto che la svolta che stiamo aspettando non arriverà mai, anche perché non è niente di ben definito. A volte neppure noi sappiamo quale sia la conditio sine qua non del nostro sogno; magari perché, semplicemente, non esiste.
Nella vita non ho mai aspettato che le cose belle piovessero dal cielo, ho sempre vissuto nell’ottica di dovermi impegnare per raggiungere dei traguardi; chi crede nell’astrologia direbbe che non avrebbe potuto essere diversamente, dato che sono nata sotto il segno del Capricorno. Eppure ci sono cascata anche io, e non per un anno o due.
Ho sempre desiderato suonare il violino, ma da bambina non sono mai stata presa troppo sul serio; “Magari un giorno”, “Prima o poi”, mi sono sentita rispondere, fin quando – finalmente – all’età di undici anni mi venne regalato il tanto desiderato violino, da cui però non riuscii mai a cavare qualsivoglia suono. Scoprii anni dopo che non era stato a causa della mia incapacità, ma che i miei genitori erano stati truffatti; era stato loro venduto un violino da arredamento, spacciato per vero e proprio strumento musicale.
Da allora ogni volta che mi capitava di vedere un violino, ho sempre sentito una stretta al cuore. Mi ritrovavo davanti all’aborto di un sogno.
“Avrei sempre voluto suonare il violino, ma non succederà mai” pensavo nei momenti più negativi.
“Magari un giorno”
mi concedevo invece di fantasticare quando ero in buona.
 Ciononostante non ho mai neppure osato provare a mettere dei soldi da parte per acquistarne uno.
“Magari un giorno, magari un giorno”, e così son passati una ventina d’anni dal momento in cui per la prima volta ho sentito forte e chiaro il desiderio di imbracciare lo strumento.
Poi un bel giorno mi sono resa conto che non c’era un bel niente da aspettare, che ogni altro giorno d’inutile attesa sarebbe stato solo un giorno in meno di violino nella mia vita, che persino la disponibilità economica era una bugia, perché gli strumenti musicali si comprano anche a rate, come le case, e non necessariamente sono meno importanti di queste ultime.
Così, questa è la storia di come il violino mi ha strappata alle braccia dell’arte di procrastinare; ma la cosa più eccitante è che non si tratta di un finale, bensì di un inizio.

The Violin and the Art of Procrastinating

We all have that something that someday we would like to do, to see, to reach or to try, a secret dream, because a human being always needs a direction, otherwise we wouldn’t have created compasses.
Since childhood we are tought that we can’t have it all, and especially that we can’t have it all here and now. Right and fair.
Being able to wait for your turn means to be able to respect the moment when it’s someone else’s turn; it is also important to be able to give ourselves priorities, especially when our desires take too different direction because (at least as far as I know) to none of us belongs the gift of ubiquity, neither we have unlimited time to spend on this earth.
But do we really always need to wait?
The web is full of  contents inviting people to live every day like it were the last, but I never believe in this sort of social network populism.
I believe, instead, that when we’re thinking about somthing we long for, we should ask ourselves: “Why not now?”.
If there’s really something to wait for before something else can happen? Something we can rightfully think will change but that we cannot affect ourselves? In that case the waiting is not only justified, but it’s actually an act of strenght, a way of being loyal to ourselves sticking to what we actually want.
On the other hand, lying and procrastinating are two arts the human kind is incredibly skilled in.
Sometimes we are so used to the idea that we’re supposed to wait in order to gain something good that we don’t realise that, actually, the turning point we’re waiting for will never come, because it’s not something well defined. Sometimes we don’t know ourselves what our dream’s conditio sine qua non is; maybe simply because it doesn’t exist.
I’ve never been waiting for things to happen randomly, I’ve always been thinking that I had to work in order to reach my goals; those who believe in astrology would say that it couldn’t be any other way, since I was born under the sign of Capricorn. Still I got tricked, and not only for a year or two.
I always wanted to play the violin, but as a little girl I was never taken too seriously; “Maybe one day”, “Sooner or later” were always the answers, till when one day – finally – at the age of eleven, I was gifted a violin, as I always wished for, but I never managed to get any kind of sound out of it. I found out years later that it was not due to my lack of skills, but that my parents were scammed; someone sold them a decorative violin as a real and proper music instrument.
Since then, every time I saw a violin my heart was aching. I found myself in front of the abortion of a dream.
“I always wanted to play the violin, but it’s never going to happen” I thought in the most negative moments.
“Maybe one day” I allowed myself to think instead when I was in a good mood.
Despite this, I never even dared to try to save money in order to buy one.
“Maybe one day, maybe one day”, and it was like this that about twenty years went by since the moment when I first felt clearly that I wanted to have the instrument in my hands.
Then one day I realised that there was nothing to wait for, that every day added to my useless wait was just going to be one more day in my life without violin, and that even waiting for being able to afford one was a lie, because even music instruments can be bought in time, like houses, and they’re not necessarily less important than the latters.
So, this is the story of how the violin stole me from the arms of the art of procrastinating; and the most exciting thing is that this is not an ending, but a beginning.

December 22

Facciamo che da Domani Erano gli Anni 90 – Let’s Pretend that from Tomorrow It Was the 90s

(English version below)
Ho una risposta alla brutta piega che il mondo sta prendendo. Come da bambini, quando per ritrovarsi in un altro mondo bastava dire: “Facciamo che ero la regina”, “Facciamo che ero un Cavaliere dello Zodiaco”; ecco, facciamo che da domani erano gli anni 90.
Facciamo che il computer e il cellulare erano una possibilità ma non un obbligo.
Facciamo che non tutti avevano scritto un libro, perché spesso ancora si scriveva a mano o a macchina e perché prima della bella bisognava scrivere la brutta.
Facciamo che non erano tutti fotografi e tutte modelle.
Facciamo che se a scuola prendevi una nota i genitori se la prendevano con te e non con l’insgnante. Facciamo che non si davano le bacchettate sulle mani ma che ancora si capiva il concetto di educazione.
Facciamo che se ti piaceva qualcuno o qualcuna dovevi prendere il coraggio a quattro mani e chiedergli o chiederle il numero di telefono, che non c’era Facebook o Whatsapp dietro a cui nascondersi.
Facciamo che quando prendevi l’aereo ti sentivi un gran figo, e se avevi paura era perché avevi paura di volare, non perché avevi paura di una testa di cazzo che si facesse esplodere.
Facciamo che se il tuo compleanno era l’11 settembre non avevi torri crollate a cui pensare.
Facciamo che “razzista” era ancora una cosa brutta e non una reazione “giustificata”.
Facciamo che non era normale sventolare foto di bambini trucidati come se fossero una bandiera.
Facciamo che i nazisti facevano più paura di quelli solo diversi.
Facciamo che si poteva bussare alla porta del vicino di casa perché era finito lo zucchero.
Facciamo che non si giustificava tutto.
Facciamo che i pomeriggi si dedicavano alle propie passioni e non a denigrare qualcun altro.
Facciamo che le band suonavano nei garage.
Facciamo che si scrivevano le dediche sui diari di scuola.
Facciamo che il futuro non faceva così tanta paura, e non somigliava così tristemente al peggio del nostro passato.
Facciamo che da domani erano gli anni novanta, e che questi ultimi quindici anni erano stati un brutto sogno.

(English)

I have a solution against the turn for the worst the world seems to have taken.
As when we were kids, when to find ourselves to be in another world it was enough to say: “Let’s pretend that I was a queen!” or “Let’s pretend that I was a Knight of the Zodiac”; well, let’s pretend that from tomorrow it was again the 90s.
Let’s pretend that computer and mobiles were a possibility, but not something you were forced into.
Let’s pretend that not everyone had written a book, because there was still handwriting or typing on a writing machine, because in order to get a final draft there had to be also a rough one.
Let’s pretend that people were not all photographers or models.
Let’s pretend that if you got written up at school parents were angry at you and not at the teacher, that slaps on the wrists were not anymore the thing, but still there was an understanding of the concept of upbringing.
Let’s pretend that if you liked someone you had to be brave and ask him/her for his/her phone number, because there was no Facebook or Whatsapp to hide behind.
Let’s pretend that when you caught a flight you felt cool, and if you were scared it was because of flying, and not because of the chance that a dickhead could decide to make himself explode.Let’s pretend that if your birthday was on 9/11 you didn’t have to think about destroyed towers.
Let’s pretend that “racist” was still a bad thing, not a “justified” reaction.
Let’s pretend that it was not normal to wave pictures of dead kids as they were flags.
Let’s pretend that Nazis were scarier that people who are just different.
Let’s pretend that we could knock at the neighbour’s door because we ran out of sugar.
Let’s pretend that not everything was justified.
Let’s pretend that afternoons were spent on things we loved and not making fun of those we didn’t like.
Let’s pretend that bands were playing in garages.
Let’s pretend that we were writing notes on school diaries.
Let’s pretend that the future was not so scary, not so sadly similar to the worst side of our past.
Let’s pretend that from tomorrow it was the 90s, and that the last fifteen years were just a bad dream.

August 1

Rammstein in Finnland

IMG_2058(English version below)

Seinäjoki, Provinssi, 2 luglio 2016. Il tempo è incerto, l’attesa infinita, resa ancora più pesante dal fatto che Juha Tapio proprio non sia nelle mie corde, e sospetto neppure in quelle della maggior parte dei fan dei Rammstein; la situazione non viene certo migliorata dai Biffy Clyro che – eccezion fatta per un paio di pezzi che si distinguono – sembrano suonare per una decina di volte la stessa canzone.
In qualche modo però il tempo passa, fra due chiacchiere con gli altri fan con un po’ di sale in zucca ed una mezza discussione con le barbie dotate di mascherone di trucco, ciglia fine e push up che – arrivate alle sei di sera – per qualche oscuro motivo credono di meritare la prima fila più di chi è lì dalle undici di mattina.
La politica dello staff dei Rammstein dà però ragione a loro, dal momento che circa mezz’ora prima dello spettacolo vengono scelte per entrare nel backstage. Qualcuna, nel venire aiutata a scavalcare la transenna, ci fa ciao con la mano, della serie: “Addio, sfigati!”. Molte bionde, parecchie in abiti provocanti, qualcuna decisamente volgare, tutte truccatissime e giovanissime; di quelle che intravedo sfilare fra la transenna e il palco, la più vecchia avrà forse ventun anni. Nemmeno un uomo, alla faccia di chi crede che il sessismo vada sempre e solo a scapito delle donne.
Fu decisione del manager in vista del fatto che il concerto verrà registrato o tentativo di soddisfare la lussuria dei membri della band? Ai posteri l’ardua sentenza.
Certo, rosichiamo un po’, ma almeno ce le hanno levate di torno e non dovremo più sopportarle mentre sgomitano e spingono, assumendo però un’aria innocente quando viene detto loro di piantarla.

IMG_2041Finalmente tutto è pronto. Una scritta sugli schermi ci chiede di non curarci delle telecamere e di goderci lo spettacolo, poi parte il conto alla rovescia, naturalmente in tedesco, a dimostrare che per conquistare il mondo non servono i carri armati, ma le note giuste.
I Rammstein dal vivo sono esattamente come su disco.
In tanti anni di concerti ho assistito a pochissime esibizioni in cui nessuno abbia commesso fosse anche il più piccolo errore, ma questa fa sicuramente parte dello sparuto elenco.
Hanno energia da vendere, ben al di là delle fiammate sparate appena un paio di metri sopra le teste dei fan. Sanno essere precisi, teatrali, coinvolgenti; una di quelle band che chiunque sogni di fare musica per vivere dovrebbe vedere almeno una volta nella vita; una sorta di La Mecca del metal.
La setlist è completa e ben bilanciata, nonostante la grande assente: Rosenrot.
Till Lindemann sembra affrontare lo show più come un attore che debba rimanere fedele al personaggio durante tutta la performance che come un cantante che si esibisca in singole canzoni; ha uno sguardo che fa gelare il sangue e – a differenza di quanto spesso accade ai cantanti con voci tanto profonde – il tecnico del suono riesce a rendere assolutamente giustizia al suo timbro baritonale.

Un’esperienza, anche istruttiva, che vale tutte le ore di attesa prima del concerto, quelle passate alla stazione aspettando il primo treno per tornare a Helsinki, e che certamente varrà anche l’attesa fino al prossimo concerto.

Setlist:

Ramm4
Reise, Reise
Hallelujah
Zerstören
Keine Lust
Feuer frei!
Seamann
Ich tu dir weh
Du riechst so gut
Mein Herz brennt
Links 2-3-4
Ich will
Du hast
Stripped
Sonne
Amerika
Engel

Foto del concerto

Rammstein in Finnland

IMG_2058Seinäjoki, Provinssi, July 2nd 2016. The weather is unstable, the waiting endless; it feels even longer since Juha Tapio is really not my thing, and I suspect he’s as well not the thing for most Rammstein fans. Biffy Clyro doesn’t help at all since – except for a couple of songs standing out – they seem to play the same stuff for about ten times.
Somehow anyway time goes by, between a chat with other fans with some common sense and (almost) a fight with barbies, provided of make up masks, fake lashes and push up bras, who arrived at 6 p.m., but for some obscure reason really think they deserve the first row better than the ones who have been there since 11 a.m..
The policy of Rammstein’s staff anyway proves them right, since about half a hour before the gig they’re chosen to go to the backstage. Someone, while getting helped to climb over the barrier, says hi shaking one hand; like: “Goodbye, losers!”. Many blonds, most of them wearing provoking clothing, someone is very vulgar, all of them wear a lot of make up and are very young; among those I see walking between the stage and the barrier, the oldest one might be maybe 21 years old. Not a single man, just in case you thought that sexism does harm to women only.
Was it a decision made by the manager, since the gig will be filmed, or was it to sooth band members’ lust? Posterity will judge.
Sure, we’re envious, but at least they took them away and we won’t have to stand them while they try to elbow their way through, trying to look innocent when they’re told to stop doing that.

IMG_2041Finally everything is ready. The words on the screens ask us not to mind the cameras and to enjoy the show; then the countdown starts, obviously in German, proving that in order to rule the world you don’t need tanks, but the right notes.
Rammstein live is exactly how heard on records.
In many years attending concerts, I watched a very few where no one made even the smallest mistake, but this goes for sure right in the short list.
They’re very energetic, way beyond the flames shot just a couple of meters above fans’ heads. They know how to be precise, theatrical and how to involve people in the show; one of those bands that any person who dreams about making a living out of music should watch live at least once in life; a sort of Mecca for the metal scene.
The setlist is well done and well balanced, despite the absence of Rosenrot.
Till Lindemann seems to face the show more like an actor, playing a character during the whole performance, rather than like a singer performing single songs; he has an icy glance that can make your blood freeze and – unlike what happens to many singers with a deep voice – the sound engeneer manages to do justice to his baritone timbre.

An experience, an educating experience, which for sure was worth all those hours waiting for the gig, all those hours spent at the station waiting for the first train to go back to Helsinki, and that for sure will also be worth the waiting till next concert.

Setlist:

Ramm4
Reise, Reise
Hallelujah
Zerstören
Keine Lust
Feuer frei!
Seamann
Ich tu dir weh
Du riechst so gut
Mein Herz brennt
Links 2-3-4
Ich will
Du hast
Stripped
Sonne
Amerika
Engel

Pictures

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July 5

Intervista ad Arianna Bonardi – Interview with Arianna Bonardi

anna(English version below)

Arianna Bonardi è un po’ youtuber (memorabile il suo “50 Sfumature di Grigio in 85 Secondi”), un po’ lettrice compulsiva, un po’ esperta d’esoterismo, un po’ artigiana e un po’ attrice; anzi, a dire il vero, non solo un po’, dal momento che quest’anno si è aggiudicata il premio come migliore attrice al Movie Planet Film Festival con Anna – Cronache di un’Attrice Emergente.
In questa intervista ci racconta il mondo della recitazione dal punto di vista di un’emergente in carne ed ossa.

Arianna, raccontaci un po’: quando e come ti sei avvicinata alla recitazione?

Al Liceo, dopo aver visto Cate Blanchett nei panni di Galadriel, decisi di iscrivermi al corso di teatro offerto dalla scuola e da lì capii da subito che avrei voluto vivere su un palco o davanti una telecamera. Sotto i riflettori, insomma!

Di recente ti sei aggiudicata il premio come migliore attrice al Movieplanet Film Festival. Credi che questo possa contribuire ad offrirti nuove possibilità?

Sicuramente. Non tanto per il premio in sé, che rimane una grandissima soddisfazione della quale sarò per sempre riconoscente a Daniele Misischia, il regista; ma per le collaborazioni e le amicizie nate durante il festival, poiché ho avuto modo di conoscere due grandi youtuber che si sono offerti di aiutarmi con il mio canale. Nello specifico, Federico Frusciante e Mattia Ferrari aka Victorlaszlo88 che saluto tantissimo

Domanda che ogni attore prima o poi si sente rivolgere: quanto ti riconosci in Anna, il personaggio da te interpretato?

Molto poco. Io ed Anna in comune abbiamo le disavventure nel mondo dello spettacolo ma caratterialmente siamo agli opposti. Anna è una tosta, è una ragazza che non si tiene dentro nulla, quello che non le piace lo dice. Io invece sono molto più remissiva, pronta a mettere gli altri prima di me. Per questo ho amato interpretarla!

Credi che questa serie sia riuscita a raccontare pienamente il disagio vissuto dagli attori emergenti?

Assolutamente. Sono stata più fortunata di Anna, molte cose le ho viste vivere da terze persone, non sulla mia pelle ma sono sempre le stesse situazioni. Possono sembrare cliché, ma purtroppo sono step che ogni attore prima o poi deve affrontare. Nel bene e nel male. Sicuramente Anna ne offre una visione un po’ surreale, eppure a mio avviso molto più efficace di tanti altri progetti. La pugnalata che riceve dall’attrice rivale, è un dolore che accomuna tutti noi attori.

A tuo avviso la recitazione in Italia viene vissuta come “un lavoro vero”?

Se hai un’entrata mensile che ti ci puoi “mantenere” sì, viene visto come un lavoro serio. Ma quando sei costretto a dire: “faccio l’attore, ma anche il barista” perché non bastano i ruoli, gli spettacoli ed altro per mantenere la tua indipendenza, è difficile anche dimostrare di vivere grazie alla tua professione. Quindi io capisco anche le persone che reagiscono storcendo il naso, quando dico che sono un’attrice e magari per loro non sono nessuno, nel momento stesso in cui nella vita sono costretta a fare altro, nonostante io abbia un’agente, faccia dei casting e abbia una compagnia teatrale.

Perché secondo te, nonostante la scena underground sia piena di talento, nelle grandi produzioni italiane troviamo spesso attori che di talento non hanno nemmeno l’ombra?

Posso parlare per quanto riguarda la scena romana, dove funziona tutto per “amicizie”. Lavora tizio, che conosce caio, si sono incontrati sul set, sono amici da una vita” e talenti nascosti rimangono nell’ombra perché nel loro piccolo non hanno trovato gli agganci giusti.

Sei ottimista riguardo al futuro del cinema, italiano ma non solo?

Sì. Voglio essere positiva, ho bisogno di essere positiva. Le cose belle capitano sempre per un motivo, e di storia da raccontare ce ne saranno sempre tante. Infinite!

8- Hai degli altri progetti in corso al momento?

Sì, dimagrire e trovare il coraggio di riaffacciarmi in Agenzia! Scherzi a parte, questo periodo lo sto dedicando al canale e a decidere le prossime mosse, anche per quanto riguarda lo studio.

Cosa speri per il tuo futuro come attrice?

Tanti ruoli, tanti set, tante belle giornate, tante soddisfazioni. Soprattutto, tanti casting! Io adoro l’attesa del dopo casting, quando aspetti la chiamata decisiva! Ahaha, ma forse son nata sbagliata io!

Interview with Arianna Bonardi

annaArianna Bonardi is a bit of a youtuber [with her unforgettable “50 Sfumature di Grigio in 85 Secondi” (“50 Shades of Grey in 85 Seconds”)], a bit of a compulsive reader, a bit of an esoterist, a bit of an artisan and a bit of an actress; well, actually not just a bit, considering that this year she won the prize as best actress at Movie Planet Film Festival with “Anna – Cronache di un’Attrice Emergente” (“Anna – Chronicles of an Emerging Actress”).
In this interview, she tells us about the world of acting from the point of view of a real life emerging actress.

Arianna, tell us something about you: when and how did you start acting?

I started to attend the High School Drama Classes as soon as I saw Cate Blanchett portaying Galadriel in Lord of the Rings. I realised in that moment I would have loved to be an actress.

Recently you won a prize as Best Actress at Movieplanet Film Festival. Do you think this will help you, giving you some new opportunities?

Of course it will. I had the chance to meet in person two great youtubers and they were very kind to me. They’re helping me sharing my videos; they both deal with Cinema and Movies, they have a huge audience here in Italy and it means a lot to me. And of course the Prize itself is a personal satisfation, for me and my director Daniel Misischia.

This a question any actor is asked sooner or later: how much do you find of yourself in Anna, the character you play?

Me and Anna are the opposites. She’s strong, she’s stubborn, she says aloud what she things, she doen’t cares to hurt people ’cause she was hurt in return. I’m so calm, submissive, always putting the others before me. I loved to be her!

Do you think this serie actually managed to describe the harshness of being an emerging actor?

Yes. I’ve been lucky enough to have met very nice people in productions I used to work in. But I saw people getting involved in situations described in Anna. So frustrating. They may seem chilchè but they are real, a sort of “Steps to the Fame” all actors have to climb.

Is acting considered a “real job” in Italy?

Only if you are famous. In Italy people don’t get that you can work as actress even without fame. Actually, it’s hard to be an actror in Italy. In the very same moment you need a second job to maintain your indipendence. Well, it’s hard enough to make people believe in your profession.

Despite the underground scene is full of talent, in Italian big productions we see very often actors who have no talent at all. Why?

In italy it works this way: are you a friend of that famous actor? Have you know each other for a long time? Are you in the “club”? Well, you can go on. If you are no-one-but-talented-young-girl, you will remain exactly that.

Are you optimistic about the future of motion picture industry, in Italy and worldwide?

Yes. Because there will always be lots of stories to be told. And lots of stories means lots of roles and casting. And I do love castings!

Do you have any work in progress at the moment?

Loose weight and have a meeting with my Manager about my future.

As an actress, what are your hopes for the future?

Lots of screenplay to memorize and lots of stories to tell.

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June 24

Gli Effetti Collaterali della Serenità – The Side Effects of Serenity

the_mermaid_song_by_isismaathapy(English version below)

Se vivi in un posto in cui non c’è la guerra, se hai di che vivere, un tetto sopra la testa, e se non sei un completo stronzo convinto che un’unghia rotta sia un problema serio, un momento di serenità in questa vita è capitato anche a te.
Magari è durato poco, magari col senno di poi ti sei reso conto che non c’era granché da star sereni, ma l’hai vissuto.
Ecco, quello è l’attimo in cui ti rendi conto di chi davvero ti sia amico.
Comunemente si crede che tutti spariscano nel momento del bisogno, ed è vero, almeno per quanto riguarda gli opportunisti, quelli che possono concretamente sfruttarti; esiste però una categoria più difficile da individuare e di gran lunga più pericolosa: quelli che nei momenti ardui ti stanno vicino perché le tue difficoltà, tutto sommato, rendono loro meno pesanti le proprie.
Fai bene attenzione, perché saranno pronti a farti compagnia e a consolarti, ma ci daranno anche dentro con i consigli sbagliati, in modo che tu in quella condizione ci rimanga il più a lungo possibile.
Già che ci sono, si godranno anche il potere che lo stato in cui versi gli dà: vuoi mettere, avere qualcuno che ha bisogno di te, qualcuno che ti fa sentire una bella persona, che davvero crede che tu gli stia dando una salvata e che per questo si sentirà in debito?

Poi un giorno, dopo aver lottato con le unghie e con i denti, riesci a risolvere il problema che ti affliggeva, o magari riesci a cambiare punto di vista, a mandare avanti serenamente la tua vita nonostante qualcosa a cui tenevi non abbia funzionato; ed è lì che si scatena l’apocalisse.
Improvvisamente – nonostante tu non neghi la tua compagnia, ma anzi, tu sia di ottimo umore e ti faccia piacere condividere la tua positività – non sei più un buon amico. Se non c’è un vero pretesto per offendersi, sta tranquillo, ne inventeranno uno.
Perché?
Perché non adempi più al tuo ruolo. Non possono più guardarti per dirsi che in fin dei conti c’è chi sta peggio. Se poi addirittura arrivi a star meglio di loro, essendo persino di qualche anno più giovane, hai decisamente esagerato. Come osi tu, creatura indegna, stare bene e affrontare il più delle giornate con un sorriso, mentre loro si rodono il fegato per qualcosa che invece non riescono a risolvere? Vai allontanato.
Ma tu non scoraggiarti; fai l’amico.
Non con loro però; sii amico di te stesso piuttosto, lascia che queste persone si allontanino. Dedica a te stesso – o a qualcun altro che lo merita – il tempo e l’affetto che una volta spettavano a loro.
Fra gli effetti collaterali della serenità, c’è la sparizione di molti parassiti che per troppo tempo ti sono rimasti appiccicati addosso.

(Diegno di Isismaathapy, DeviantArt – The Mermaid Song)

 

The Side Effects of Serenitythe_mermaid_song_by_isismaathapy

If you live in a place where there’s no war, you have enough to live, a place where you can sleep and you’re not a complete asshole, convinced that a broken finger nail is a serious problem, it happened to you also to live a serene moment.
Maybe it didn’t last, maybe in retrospect you realised that there was not much to be serene about, but you lived it.
Well, that’s the moment when you realise who actually is your friend.
It is a common belief that everyone disappears when you’re in need, and it’s true, at least if we’re talking about opportunists, those who can concretely use you; but there’s anyway a cathegory which is more dangerous and way harder to spot: those who stay by your side during hard moments because, at the end of the day, the problems you’re going through make theirs look less serious.
Be careful, because they’ll be there, ready to keep you company and to cheer you up, but they’ll also do their best giving you wrong advices, in order to make sure that you’ll stay in that condition as long as possible.
They’ll actually enjoy the power that your state gives them: can you imagine? Having someone who needs you, who makes you feel like a good person, who actually believes that you’re a saviour and therefore will own you something?

Then, one day, after a lot of fighting, you manage to solve what was torturing you, or maybe you manage to change your point of view, to move forward and live your life serenely despite something you really cared about didn’t work out; and that’s when the apocalypse starts.
Suddenly – despite you never refuse to keep them company, and actually you are in a very good mood and you’re happy to share your positivity – you’re not a good friend anymore. If there’s not a real pretext to be offended, be sure, they’ll make up one.
Why?
Because you no longer comply with your role. They can no longer watch you and think that – at the and of the day – someone has it worse. If then you reach the point when you feel better than they do, maybe even being a few years younger than them, you really went too far. How dare you, ignoble creature, feeling good and facing most days with a smile, while they’re eaten by something they don’t manage to solve? You are to be banned.
And you shouldn’t be discouraged; you should act as a friend.
But not towards them; be your own good friend instead, and let these people get away. Invest on yourself – or someone else who deserves it – that time and that affection you used to invest on them.
Among the side effects of serenity there’s the extintion of plenty of those parasites who have been sticking to you for too long.

(Artwork by Isismaathapy, DeviantArt – The Mermaid Song)